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Elezioni UE: il fantasma dell’Europa

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L’INUTILITA’ DELLE ELEZIONI

Mario Porrini

L’analisi ed il commento sulle elezioni in generale e su quelle europee in particolare, si rivelano una fatica del tutto inutile. Lo studio dei flussi dei voti da un partito all’altro e di quello tra i due schieramenti di centro-destra e centro-sinistra interessano sostanzialmente le segreterie dei partiti per le quali la crescita o la perdita di voti, si riflette sulla quote di potere che possono acquisire o cedere, mentre hanno poco o punto importanza per l’elettore. Inoltre le elezioni europee rappresentano, da sempre, una sorta di libera uscita che permette, alla maggioranza della gente, di esprimere un voto in qualche modo, di protesta, espresso su istituzioni che sentono lontane, senza che lo stesso rischi di incidere sulla vita di tutti i giorni. In tal modo si potrebbe in parte spiegare il grande successo dei partiti di estrema destra nei vari paesi europei che esprimono la disaffezione, per non dire ostilità, da parte dei cittadini europei per l’Ue così come è concepita ma che difficilmente si confermerebbe, almeno in queste dimensioni, in una tornata elettorale nazionale. E’ probabilmente questo il motivo che ha spinto Macron a sciogliere il parlamento e indire elezioni anticipate dopo la batosta subita.

In Italia, la situazione rimane sostanzialmente stabile, con la metà degli elettori aventi diritto che, disamorata dalla politica, rappresenta il grande partito dell’astensionismo che in queste votazioni è cresciuto soprattutto nel meridione dove la crisi economica morde con sempre maggiore violenza. Per il resto la situazione si è cristallizzata da tempo, con una metà circa degli italiani che si riconosce nello schieramento di centro-destra e l’altra metà in quello di centro-sinistra con variazioni più o meno significative che, nelle varie tornate elettorali, premiano una coalizione o l’altra senza che poi emergano sostanziali cambiamenti nelle successive azione di governo.

L’esecutivo esce rafforzato, con Giorgia Meloni che canta vittoria. In realtà il suo successo è figlio della mancanza di alternative se non vogliamo considerare alternativa l’inconsistente segretaria del PD il nome della quale, saremmo curiosi di sapere, in quanti hanno scritto senza errori sulla scheda elettorale. Nel nostro paese non ci sono personaggi carismatici come, in qualche maniera ed a suo modo, è stato Berlusconi negli ultimi trent’anni, molto odiato ma anche amato ma questo passa il convento!

I flussi di voti si sono spostati rimanendo all’interno delle rispettive coalizioni che in questa occasione hanno fatto piangere soprattutto Salvini e Conte – che probabilmente provocheranno sanguinose rese dei conti nei rispettivi partiti – senza riservare grandi sorprese, probabilmente perché nel nostro Paese, al momento, non c’è alcun partito, di estrema destra o no, che abbia proposto, almeno a parole, un programma veramente antisistema ed anti-Ue.

Per quanto riguarda l’inutile quanto dispendioso carrozzone del Parlamento europeo, ricordiamo che ci vorranno sei mesi per completare l’iter affinché si possa considerare operativo. Intanto devono partire i negoziati per la formazione dei gruppi parlamentari ognuno dei quali deve avere almeno 23 membri eletti almeno in un quarto degli stati membri, cioè sette. La prossima settimana si svolgerà una prima riunione informale dei capi di stato e di governo. A metà settembre sarà eletto il presidente della commissione europea mentre tra ottobre e novembre si confermeranno i commissari designati dalle commissioni e finalmente a dicembre entrerà in carica il presidente del Consiglio europeo e si vota sull’investitura della nuova commissione europea.

I tempi sono molto lunghi e qualcuno, ingenuamente, potrebbe meravigliarsi di quello che potrebbe apparire come un pericoloso vuoto di potere che in realtà non c’è. Le manovre, che si protrarranno per settimane, per eleggere un nuovo presidente della Commissione europea o per confermare Ursula Von der Leyen, non influenzeranno minimamente la futura politica dell’Ue che rimarrà sempre e comunque atlantista e sottomessa a Washington, antirussa, filoisraeliana, con una politica economica tesa a tutelare gli interessi dell’alta finanza e delle banche a discapito dell’economia reale delle piccole e medie imprese.

Il grande exploit in Europa dei partiti di estrema destra, per l’Italia non rappresenta certamente un dato positivo in riferimento soprattutto al problema dell’immigrazione. Con questa ventata di “sovranismo”, tutti i governi europei, anche quelli progressisti, presumibilmente applicheranno delle politiche ancora più restrittive di quelle attuali, sulla redistribuzione delle migliaia di persone che giungono da noi attraversando il Mediterraneo, lasciando il governo italiano – a parole il più a destra del dopoguerra  – con il cerino in mano, a gestire da solo questa emergenza.

Giorgia Meloni, dal punto di vista personale, ha stravinto ma i suoi rapporti con i governi delle altre nazioni del Vecchio Continente non sembrano proprio idilliaci. L’unico leader con cui sembra aver legato molto è Joe Biden ma questa non crediamo sia una buona notizia per gli italiani.

Elezioni europee: l’incipit della dissoluzione della UE

Luigi Tedeschi

L’Europa, o meglio, la UE non è il nostro destino ineluttabile. La vittoria della destra, non condurrà, per ora, alla destabilizzazione della classe dirigente oligarchico – tecnocratica della UE, ma è tuttavia un chiaro sintomo della avversione dei popoli nei confronti di una istituzione sovranazionale da cui sono stati emarginati, oppressi e impoveriti.

Nonostante la debacle dei socialisti e dei verdi, la attuale maggioranza nel parlamento europeo, guidata dai popolari, dispone dei voti necessari per una sua riconferma. I popolari potrebbero inoltre intavolare trattative per coinvolgere nella maggioranza i conservatori guidati dalla Meloni. Ma comunque, una probabile riproposizione di una maggioranza che persegua le sue politiche incentrate sulla rivoluzione digitale, la transizione green e l’austerity in economia, come nulla fosse successo, condurrebbe alla esasperazione del conflitto in atto tra i popoli e le elite, rendendo tali fratture insanabili.

Il rafforzamento delle forze sovraniste, renderà tuttavia meno probabile la rielezione della Von der Leyen (peraltro coinvolta nello scandalo delle oscure trattative intercorse tra la UE e le big pharma per le forniture dei vaccini, senza essere stata mai processata). Pur persistendo la attuale maggioranza, la Commissione dovrà poi confrontarsi con un nuovo Consiglio europeo. Dagli stravolgimenti politici interni dei paesi membri prodotti dalle elezioni europee, emergeranno nuovi governi dagli orientamenti assai diversi e non compatibili con la maggioranza del parlamento europeo e la Commissione UE. Queste elezioni hanno comunque espresso un drastico rifiuto popolare verso il riformismo tecnocratico – dirigista che finora ha governato la UE. I contrasti e le conflittualità che sorgeranno nelle istituzioni europee, potrebbero condurre alla ingovernabilità della stessa UE.

L’orientamento politico europeo consolidatosi per decenni risulta del tutto stravolto e soprattutto, queste elezioni sanciscono il definitivo declino dell’asse Parigi – Berlino, espressione delle potenze dominanti in Europa. Scholz e Macron, i leaders sconfitti, sono vittime di se stessi, quali artefici di una politica che ha condotto l’Europa alla totale subalternità alla Nato, con relativo declino economico e sociale dell’intero continente europeo. Le potenze europee di Francia e Germania risultano inoltre declassate nel contesto mondiale.

Queste elezioni rappresentano l’incipit di un processo di graduale, ma progressivo sfaldamento della UE. Immobilismo, burocrazia, assenza di una linea di politica estera definita, dogmatismo economico neoliberista, i mali che affliggono da sempre la UE, si accentueranno, in una fase di stagnazione politica estesa a tutta l’Europa, in cui si esaspereranno le tensioni sociali e le conflittualità fra gli stati. Si evidenzia dunque il fallimento della UE, un organismo tecnocratico – finanziario che ha determinato il declino della democrazia, la fine della sovranità degli stati, la scomparsa delle culture identitarie dei popoli europei.

La crisi irreversibile del modello europeo è ormai emersa in tutta la sua drammaticità. Un modello di ispirazione ideologica cosmopolita, globalista, elitaria, culturalmente subalterno alla influenza delle correnti liberal americane, che ha assimilato l’ideologia woke, il gender, la cancel culture. La UE non è uno stato, è un organismo sovranazionale privo di una sua soggettività autonoma nella geopolitica mondiale. L’Europa è oggi solo una piattaforma strategico – politica della Nato. La UE è stata definita un ecomostro giuridico, realizzato sulla base di un progetto di ingegneria sociale, il cui programma riformista costituisce la reale incarnazione del modello del Grande Reset, con la rivoluzione digitale e la transizione ambientale prefigurate da Klaus Schwab al Forum economico mondiale.

La stessa dimensione post – storica in cui versa l’attuale AmEuropa, ha subito un duro colpo. Gli attuali sconvolgimenti geopolitici scaturiti dalla Guerra Grande e dall’affermarsi degli Stati – Civiltà, hanno probabilmente influenzato le coscienze dei popoli europei. Ci piace almeno sperarlo.

Occorre comunque rilevare però, che in queste elezioni europee hanno prevalso le competizioni tra le forze politiche interne agli stati. Progetti ed idee su riforme strutturali dell’Europa non sono emersi. Esprimiamo il più vivo compiacimento per la debacle dei guerrafondai alla Macron, ma l’orientamento delle stesse forze sovraniste è in larga parte turbo atlantista e filo sionista. Ma l’essere sovranisti in patria e americanisti in Europa è una evidente ed insanabile contraddizione.

Le strutture economiche della UE, rivelatesi fallimentari, non sono state messe in discussione. La recente misura demagogica messa in atto dalla BCE, con la riduzione dei tassi dello 0,25%, in concomitanza delle elezioni, non cancella certo le aspettative negative dell’economia europea. L’aumento dei tassi non può sconfiggere un’inflazione causata da fattori esterni, quale il rincaro dei costi energetici, ma generare solo recessione. La crisi strutturale del modello europeo è del resto dimostrata dal fatto che il Pil europeo è attualmente inferiore del 35% a quello americano. Il primato tedesco ed il suo modello economico basato sull’export è in via di dissoluzione a causa della fine delle forniture energetiche russe a basso costo. Ma nella UE continua a sussistere il patto di stabilità con relative politiche di austerity economica. Gli stessi partiti sovranisti del nord Europa sono i più fanatici seguaci del rigore finanziario a discapito dell’Europa mediterranea.

Al declino del modello tedesco, basato sul monoteismo del mercato, non fa riscontro alcun progetto di riforma dell’economia europea.

La decomposizione del sistema della UE, riflette quella della globalizzazione neoliberista in atto nel contesto geopolitico mondiale. Il primato dell’Occidente nel mondo è in via di dissoluzione. Ma una nuova idea di Europa dei popoli è del tutto assente.

 

L’ORDINE REGNERA’ A BRUXELLES (E ANCHE A ROMA)

Stefano De Rosa

Dal voto europeo nessun terremoto. L’asse pop-lib-lab con qualche innesto conservatore reggerà all’avanzata delle destre. Il modello italiano non verrà esportato in Europa, sarà quello europeo ad essere importato in Italia. Difficile un’alternativa di pensiero a Strasburgo.

Le urne sono ancora calde, gli exit-poll polarizzano le subitanee analisi notturne di commentatori ed opinionisti e sulle incerte proiezioni aventi ad oggetto i dati reali poggiano le speranze e le ambizioni di candidati e leader politici in ansia, o in fiduciosa attesa, per i risultati definitivi: le sentenze di popolo passate in giudicato.

SONDAGGI ED ASTENSIONISMO

Da queste prime ore postelettorali è possibile rilevare non tanto la parziale attendibilità dei sondaggi sfornati nei primi cinque mesi dell’anno, quanto le modalità con cui il sistema mediatico (che li commissiona, surrogandosi ai partiti) e la pubblica discussione alimentata dalle stesse indagini demoscopiche abbiano tentato di determinare i risultati elettorali, in una sorta di previsione che vorrebbe autoavverarsi. Un metodo di condizionamento ed orientamento del voto al quale non sono estranei i social media e le loro invasive metodologie di comunicazione. Qualche significativo scostamento è infatti riscontrabile.

Il primo dato è quello di una partecipazione al voto che si è fermato al 49,69%. In pratica poco più della metà del corpo elettorale ha disertato le urne, così continuando ad interpretare in maniera estensiva (in realtà distorta e negativa) la libertà di voto garantita dal secondo comma dell’art. 48 della Costituzione. Un dato – quello dell’astensionismo – che si colloca sostanzialmente in linea con le precedenti Europee del 2019 (dove l’affluenza fu del 54,5%), ma che appare drammaticamente impietoso se raffrontato con le prime elezioni continentali del 1979 che videro la partecipazione al voto raggiungere l’85,65% degli aventi diritto.

Al pari di tutte le precedenti campagne elettorali europee, i partiti italiani hanno di fatto marginalizzato i temi di pertinenza continentale a favore di una deprimente agenda interna. È infatti alla luce di ciò che è possibile giustificare razionalmente il dato dell’astensionismo consapevole – nella sua declinazione, cioè, di “volontà contraria” alla partecipazione – distinguendolo da un fisiologico, benché crescente, disinteresse.

Tuttavia, per la prima volta, questo voto europeo è stato influenzato, obtorto collo, dalle vicende belliche di Ucraina e Gaza, dall’ambientalismo ideologico del quale le istituzioni europee sono zelanti interpreti, dalle ricadute socio-sanitarie (vaccini) ed economico-finanziarie (Pnrr) dovute alla pandemia e soprattutto – con riferimento al primo punto – dalla antistorica sovrapposizione tra Ue e Nato e dalla conseguente accelerazione della subalternità politica agli Stati Uniti, nella quale l’Italia continua a fornire prove di cupiditas serviendi. Il bacio sulla fronte di Biden alla Meloni equivale al braccio protettivo di Draghi sulle spalle di Landini. Con speculare sottomissione sul modello dell’adoubement medievale.

IL RESPONSO DELLE URNE A DESTRA

Tra le forze attualmente al governo, Fratelli d’Italia si rafforza – rispetto alle Politiche del 2022 – nella posizione di primo partito, raggiungendo il 28,81%. Lontana dall’ambizioso traguardo del 30%, Giorgia Meloni non ha comunque pagato la ridicola campagna di allarme fascista imbastita dal fronte sinistro negli ultimi venti mesi. Forza Italia si attesta ad un confortante 9,61%, la cui lettura deve però considerare l’apporto di Noi Moderati e della relativa galassia centrista. Un risultato che ha beneficiato della rendita da posizione e della relativa capacità di attrazione del rassicurante brand Ppe.

La Lega raggiunge il 9%, capitalizzando solo parzialmente i galloni del generale Vannacci e la relativa scommessa di Salvini. Così come il risultato di Fratelli d’Italia non può essere politicamente comparato al dato del 2019 (6,44%), quello della Lega, per analogia, non può esserlo con il 34,26% di cinque anni fa. Si tratterebbe di un duplice fuorviante giudizio che vedrebbe rispettivamente moltiplicare e dividere per quattro i suffragi ricevuti.

IL RESPONSO DELLE URNE A SINISTRA

Tra le formazioni di opposizione, il Partito democratico – pur con le sue figurine spesso contraddittorie esibite in lista – “strappa” al 24,08%, ben al di sopra della soglia psicologica del 20%. Scongiurato, pertanto, per la Schlein il redde rationem del correntismo Pd che si sarebbe coagulato intorno al profilo di un Gentiloni in uscita dalla Commissione Ue.

Il M5S, sempre a disagio nelle competizioni continentali, paga con un modesto 9,99% non solo l’astensionismo dei bacini elettorali meridionali, ma l’incoerenza tra la pace teorica contenuta nominalmente nel simbolo elettorale e il prosaico voto favorevole sull’operazione militare Aspides a guida italiana nel Mar Rosso.

L’unica sorpresa è costituita dai suffragi ottenuti da Alleanza Verdi Sinistra (6,73%) ben oltre le più rosee aspettative, dimostrando però di poggiare su un elettorato insensibile alle follie del vessatorio cappotto termico per l’edilizia, ma incline alle bandierine in catene magiare esibite per saldare estremismo di sinistra, antifascismo militante con uso di martello e femminismo a senso unico.

Tra le altre liste, un discorso a parte merita la formazione di Michele Santoro (lui stesso figurina della sua lista “Pace Terra Dignità”) la quale, con il 2,21%, è riuscita a sottrarre significative fette di consensi al M5S, ma non ad AVS, giocando senza scrupoli la carta della pace.

Se questo, difatti, “è il solo partito che pone la pace al centro del suo programma” – come orgogliosamente sostiene nel suo curriculum vitae la celebre figurina dell’editoria, classe 1939, arruolata da Santoro, non si può non rilevare quanto il tema dell’irenismo sia stato sfruttato con spregiudicatezza, considerando, da un lato, la mancata adesione nell’estate 2023 alla raccolta delle firme sul referendum abrogativo – denominato “Ripudia la guerra” – promosso contro l’invio delle armi in Ucraina dalla formazione “Democrazia Sovrana Popolare” e, dall’altro, l’attendismo sull’esprimersi a favore dell’uscita dalla Nato.

Più credibile, allora, pur con il modesto risultato raggiunto (0,15%), proprio la lista di Marco Rizzo e Francesco Toscano, “Democrazia Sovrana Popolare”, che almeno ha avuto il merito di schierarsi su coerenti posizioni di dura opposizione all’Unione europea in campo internazionale, economico-finanziario e socio-sanitario, senza ricorrere all’ossessione in camicia nera, e soprattutto senza appellarsi a figurine mediatiche da usare esternamente come carta moschicida per catturare voti e frustrare internamente l’impegno e la militanza politico-territoriale.

IL RESPONSO DELLE URNE AL CENTRO

L’armata Brancaleone di Stati Uniti d’Europa, cartello elettorale destinato ad un rapido disfacimento anche in caso di raggiungimento del quorum, non supera lo sbarramento del 4%, attestandosi al 3,76%. Il duo delle meraviglie Renzi-Bonino è stato opportunamente penalizzato da un elettorato stanco di essere turlupinato dalla retorica della trasparenza e del buon governo europeo: i suoi candidati avrebbero aderito al Pse, al Ppe o a Renew Europe. In quella fallimentare lista è pertanto possibile ravvisare, in filigrana, lo scenario che da sempre caratterizza il sistema di alleanze e potere a sostegno della Commissione Ue, che anche in questa decima legislatura (e non legione) troverà conferma.

Il risultato di Azione, più modesto, ma conseguito con la consapevolezza iniziale di una corsa in salita, registra un paradossalmente migliore 3,35%. L’esito di questi due cartelli è indicativo della follia di un sistema elettorale per le Europee antidemocratico e distorto da una soglia di sbarramento proposta nel 2009 dal Partito democratico, soggetto dal quale Renzi e Calenda provengono.

IL RUOLO DELLE COINCIDENZE

Fin qui le cifre pressoché definitive. Da oggi si aprirà la partita delle ricadute interne e dei nuovi equilibri scaturiti dal voto dell’8-9 giugno. A questo proposito, notiamo come le date di alcuni anniversari di eventi storici si siano allineate con sincronicità a quella del voto europeo in modo tale da produrre – scomodando il celebre saggio di Giorgio Galli – innegabili “coincidenze significative” che investono la politologia. “Le coincidenze significative – scrisse Galli – sono una modalità di orientamento dell’attenzione verso una situazione che ha al centro l’evento”.

DALL’80° ANNIVERSARIO DEL D-DAY…

Innanzi tutto il D-Day, il giorno dello sbarco alleato nel 1944, del quale lo scorso 6 giugno, sulle coste della Normandia, si è commemorato l’ottantesimo anniversario. Poi, il 10 giugno, la ricorrenza del centenario della morte di Giacomo Matteotti. In entrambi i casi – stante l’estensione dell’arco temporale delle rispettive celebrazioni ufficiali, sedute parlamentari, manifestazioni, interviste, approfondimenti televisivi, ecc. – mai la definizione di “giorno più lungo” è apparsa così calzante. Infine il prossimo 12 giugno, primo anniversario della morte di Berlusconi.

Non è un caso che il 7 giugno, il giorno successivo all’esibizione sul bagnasciuga normanno, in pieno svolgimento delle operazioni di voto europeo, il presidente ucraino, Zelensky, in un discorso all’Assemblea Nazionale francese (appena sciolta), abbia tracciato un avventato parallelismo tra D-Day e attuale alleanza contro Mosca, ottenendo – coincidenza stavolta prosaica – il contestuale “Sì” ad Ucraina e Moldavia da parte della Commissione, che ha considerato raggiunti i requisiti necessari alla loro adesione all’Unione europea.

…AL 100° ANNIVERSARIO DI MATTEOTTI

Oltre alla ricorrenza, su scala internazionale, del D-Day, non si può non rimarcare quanto, sul fronte interno, il concomitante centenario della morte del socialista Giacomo Matteotti – soprattutto nella sua veste di interprete di una linea politica antifascista di alleanza con liberali e popolari – venga con strategia subliminale veicolato in direzione di rinnovate maggioranze-Ursula, prospettate come un destino ineluttabile e politicamente corretto.

Parlare di uso politico della Storia e dei suoi (quest’anno) provvidenziali anniversari ravvicinati con l’apertura delle urne può apparire forse irriverente, ma chi mai oserebbe denigrare il D-Day o Matteotti? Col rischio, per giunta, di vedersi accusare di apologia di quell’Europa-Nazione cara ad Adriano Romualdi, così lontana da un’Europa, come scrisse il filosofo, “spartita tra l’America e la Russia e degradata ad un rango subalterno e secondario”?

IL CAVALLO DI TROIA

Il punto di caduta di tutti questi elementi e, forse, la chiave per interpretare in modo integrato l’esito e le conseguenze in Italia del voto europeo può essere riassunta nella seguente formula semplificativa: Napolitano : Fini = Mattarella : Tajani, la quale necessita, tuttavia, di un piccolo passo indietro. Pur di liberarsi dell’odiato Berlusconi, gli apparati del deep state nel 2010-2011 non esitarono ad arruolare un antico nemico ideologico, Gianfranco Fini, promettendogli un futuro radioso. Dal “Che fai, mi cacci?” dell’aprile 2010 all’essere cacciato dal voto popolare nel febbraio 2013 il passo fu breve, ma l’obiettivo di Napolitano e dell’Europa che conta – tramite Monti – fu comunque raggiunto.

Ora, l’ambìto ruolo di cavallo di Troia sembra affidato ad Antonio Tajani. È su lui che da tempo il Quirinale conta per scalzare l’invisa premier e per affidargli le chiavi di un Palazzo Chigi finalmente normalizzato. La sovraesposizione mediatica del ministro degli Affari Esteri, l’accreditamento di un messaggio rassicurante di moderazione ed equilibrio, la benevolenza dei giornalisti da riporto riecheggiano la stagione di un ronzino sul trampolino di lancio.

Per il cosiddetto “stato profondo” il voto europeo costituirà l’occasione e la giustificazione per tentare di affossare le riforme – peraltro pessime, a nostro giudizio – di premierato ed autonomia differenziata e, come doverosa contropartita da imporre a Forza Italia, anche della giustizia.

A FUTURA MEMORIA

Utilizzando questa chiave di lettura, le irriverenti dichiarazioni del leghista Borghi contro Mattarella sul tema della sovranità europea o quelle più recenti di Salvini contro Macron sul suo militarismo – entrambe discutibili sul piano formale ed istituzionale – non sarebbero, dunque, da rubricare tra le bizzarrie di politici allo sbando (come veicolato dalla vulgata della stampa asservita), bensì da registrare tra gli indicatori di una opposizione insofferente a dinamiche sovrademocratiche.

Il successo di Fratelli d’Italia e la tenuta della Lega rappresentano motivi di forte preoccupazione per Quirinale e Magistratura. L’apertura di Tajani ad alleanze con i socialisti in funzione antisovranista (modello Matteotti), l’appoggio del Partito radicale a Forza Italia, la nomina da parte del presidente Mattarella, il 31 maggio, di Marina Berlusconi Cavaliere del Lavoro e la dichiarazione di Umberto Bossi, l’8 giugno, ad urne aperte, di votare Forza Italia appaiono coincidenze alle quali suggeriamo di prestare attenzione e delle quali mantenere buona memoria.

 

 

 

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