Il blocco dello Stretto di Hormuz è una vera e propria minaccia sistemica per l’agricoltura e la sicurezza alimentare globale. Attraverso lo stretto transita normalmente circa un terzo del commercio globale di fertilizzanti chimici. Con un ammanco del 40% dei fertilizzanti su scala mondiale, avremo un calo della prodizione di circa il 20%. Avremo carestia e milioni di morti di inedia. E 5 anni occorreranno, dalla fine della guerra, per ripristinare impianti e forniture.
Non si può dire
Nei campi il fertilizzante serve ora. La finestra temporale per concimare si sta per chiudere. Circa metà dei fertilizzanti veniva dal Golfo Persico. E non c’è più. Ne conseguirà un crollo della produzione alimentare nel mondo. Avremo carestia e milioni di morti di inedia. E 5 anni occorreranno, dalla fine della guerra, per ripristinare impianti e forniture.
Per non farcelo capire, le istituzioni e i mass media ci raccontano che si tratterà solamente di un picco di rincari. Ma non sono semplici rincari: è carestia certa per l’inverno prossimo e il successivo, e recessioni per altri anni a venire. Già oggi 37 milioni di europei hanno difficoltà a nutrirsi sufficientemente.
Inoltre il 40% dell’energia italiana veniva dal Golfo. Affronteremo l’inverno con scorte magre, con prezzi alle stelle e senza il gas russo, perché i cattivi sono i Russi. Si creano i presupposti per il razionamento o lockdown energetico.
Hanno pianificato tutto questo per estrarci centinaia di miliardi dalle tasche in favore dei baroni del petrolio. Ha tutta l’aria di un piano premeditato non solo di profitto ma pure di ingegneria sociale. Grazie America. Grazie Ursula. Grazie Giorgia. Continuate pure a nasconderci la verità e a spendere per la guerra in Ucraina e per aiutare Israele a fare il volere del suo Dio.
Il blocco dello Stretto di Hormuz — effettivo dallo scorso 28 febbraio 2026 a seguito dell’attacco Israelo-Americano — non rappresenta solo uno shock energetico, ma una vera e propria minaccia sistemica per l’agricoltura e la sicurezza alimentare globale. Più che l’interruzione diretta del transito di derrate alimentari, l’impatto principale sulla produzione mondiale è di tipo agronomico e industriale, legato al blocco dei fattori produttivi chiave (input agricoli).
Secondo le analisi e i modelli previsionali recentemente diffusi dalla FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) e dal World Food Programme (WFP), la situazione si delinea nei seguenti termini quantitativi e strutturali:
Il blocco dei fertilizzanti e la contrazione dei raccolti
La riduzione della produzione alimentare globale sarà determinata principalmente dalla carenza e dal rincaro dei fertilizzanti, di cui il Golfo Persico è uno dei massimi esportatori mondiali. Attraverso lo stretto transita normalmente circa un terzo del commercio globale di fertilizzanti chimici.
- Urea e Ammoniaca: Lo stretto convoglia il 34% dell’urea e il 23% dell’ammoniaca (componenti essenziali per i fertilizzanti azotati, fondamentali per la resa di mais, grano e riso). A causa del blocco, il traffico di navi cisterna dedicate è crollato del 90% e oltre metà della produzione di urea del Medio Oriente è temporaneamente isolata o ferma.
- Zolfo e Fosfati: Transita da Hormuz il 45% dello zolfo mondiale (sottoprodotto della raffinazione petrolifera), essenziale per colossi della produzione di fertilizzanti complessi come il Gruppo OCP in Marocco, che si trova ora in crisi di approvvigionamento.
L’effetto sulle rese agricole è certo. La FAO evidenzia che il blocco ha intercettato la cruciale finestra di semina primaverile dell’emisfero boreale. Gli agricoltori si trovano costretti a:
- Ridurre il quantitativo di fertilizzanti per ettaro, causando un calo diretto della resa per singolo raccolto.
- Modificare i piani di semina, riducendo le colture ad alta intensità di azoto (come il mais e il frumento, le cui stime di semina sono già calate del 3% ciascuna) a favore di colture meno esigenti ma a minor apporto calorico complessivo, come la soia.
Con un ammanco del 40% dei fertilizzanti su scala mondiale, avremo un calo della prodizione di circa il 20%.
Ma oltre ai fertilizzanti mancherà anche parte di altri prodotti chimici derivati dal petrolio, come gli antiparassitari; e ci sarà anche meno energia per coltivare, per conservare, lavorare, distribuire il cibo. Quindi il calo delle disponibilità alimentari sarà pesante. Ucciderà molti. Era previsto, da chi ha attaccato l’Iran. E accettato.
Tempistiche e shock dei prezzi (L’orizzonte 6-12 mesi)
Il capo economista della FAO, Máximo Torero, ha chiarito che il mondo sta esaurendo le scorte cuscinetto (buffer supplies) accumulate prima del blocco. I modelli FAO indicano che gli effetti concreti sulla disponibilità globale di cibo si manifesteranno in modo severo tra i 6 e i 12 mesi dall’inizio del blocco (ovvero tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027), quando i raccolti di questa stagione arriveranno sui mercati sensibilmente ridotti.
I futures agricoli hanno già registrato rincari iniziali compresi tra il 3,6% e l’8%, ma la spinta inflazionistica reale sui beni alimentari di consumo è destinata ad amplificarsi a causa dell’impennata del prezzo del petrolio (sopra i 100 dollari al barile), che incide sui costi di carburante per i macchinari agricoli e sui trasporti.
E ricordiamo che, dalla fine delle ostilità, occorreranno 5 anni per ripristinare i livelli di esportazione ante-bellici: dunque la carestia e la recessione saranno lunghe.
Noi, mondo ricco, ce la caveremo con inflazione, recessione e possibili razionamenti, ma l’Asia meridionale e il Nordafrica se la vedranno molto male.
Riassumendo
Il blocco di Hormuzd sta agendo da detonatore per una crisi alimentare di tipo indiretto: meno energia e meno fertilizzanti significano, matematicamente, raccolti globali significativamente più magri nei prossimi due cicli stagionali.
Il binomio Tel Aviv-Washington sa che l’Iran potrebbe fare molto di più come reazione all’aggressione: potrebbe distruggere i vitali impianti cibernetici presenti nella regione del Golfo, facendo così scoppiare l’enorme bolla dell’IA su cui poggiano le finanze mondiali e i piani di investimento triliardari. Basterebbe anche che mettesse fuori uso gli impianti di dissalazione e, oltre a bloccare quelli cibernetici che necessitano di acqua dolce per raffreddarsi, lascerebbe senz’acqua (come fa notare il nostro Direttore, Luigi Tedeschi) i milioni di lavoratori immigrati che sostengono le economie dei paesi petroliferi, provocando così una doppia catastrofe planetaria. Non è probabile che Teheran faccia questo, perché si inimicherebbe i suoi vicini; ma, se messa alle strette, la valutazione cambierebbe.
A questo punto, qualora Washington attui le sue minacce, lo farebbe accettando quell’esito in danno al mondo intero. Washington, che dapprima ha fomentato la guerra di Ucraina per poi lasciarla a noi da pagare, e che ora ritira le sue truppe dagli “alleati” europei chiedendo loro soldi per armi, dazi e gas.