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Il futuro del Parlamento vilipeso dalle “virtù” rousseauiane

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Analisi e previsioni politiche banalizzate dal tornaconto elettorale

 

Nell’articolo “Vogliono ridurre il parlamento italiano come quello europeo”, pubblicato nel numero Giugno-Luglio 2019 di “Italicum”, abbiamo posto in evidenza alcuni elementi di natura politica che ancora contraddistinguono posizionamenti tattici e prospettive strategiche degli attori partitici seguiti all’esito elettorale delle Europee dello scorso maggio.

Tra di essi la complessa procedura – di rilievo costituzionale – del taglio del numero dei parlamentari; le elezioni presidenziali del 2022 quale punto di caduta della competizione politica di medio-lungo periodo, ora riconosciute centrali da tutti i commentatori; la tentazione leghista di raggiungere la fatidica soglia del 40% senza alleanze e vincoli contrattuali; l’irrilevanza, infine, del sovranismo anche nostrano nell’ambito istituzionale dell’Unione europea. Con riferimento al drastico taglio del numero dei parlamentari ci siamo riferiti, nello specifico, ad una battaglia ideologica del grillismo militante improntata alla retorica del risparmio ridotta, dunque, a demagogica operazione di distrazione di massa con facile presa sugli strati più superficiali e meno attrezzati della pubblica opinione.

Ebbene, a distanza di un mese, tutti questi punti si sono improvvisamente coagulati ed intrecciati sotto la spinta della forte accelerazione impressa dalla sfiducia leghista all’esecutivo gialloverde. Una iniziativa maturata, tuttavia, con due mesi di ritardo rispetto ai risultati elettorali del 26 maggio che, invece, nella tarda primavera sarebbe stata ricondotta nell’ambito della fisiologia politica o comunque di uno sviluppo ordinato della crisi. Ed ora esposta a sbocchi inattesi. Mai, però, avremmo potuto prevedere che il tema dell’iter parlamentare della citata riforma costituzionale (giunta ormai alla quarta ed ultima lettura) da provvedimento dall’esito segnato dall’ineluttabilità degli eventi potesse, da un lato, diventare motivo di ricatto politico circa la fine della legislatura e, dall’altro, assurgere a fattore di riscatto della funzione politica in senso lato rispetto alla – per noi inaccettabile – unidirezionalità dell’agire dell’homo politicus.

È sconfortante, al proposito, constatare che favorevoli e contrari al taglio dei parlamentari non siano mossi nelle loro argomentazioni da differenti tesi di teoria giuridica, di filosofia politica o anche di tecnica costituzionale. Il terreno del confronto e dello scontro è egemonizzato invece dal tornaconto personale, di partito o di corrente. Spiace inoltre che analisi sostanzialmente corrette, formulate in anticipo rispetto agli eventi (che peraltro le hanno confermate) vengano banalizzate da uno sviluppo degradato della competizione elettorale. Riteniamo grave che un tema di estrema delicatezza politica, giuridica, perfino etica e filosofica che investe il cruciale equilibrio tra territori ed istituzioni, tra istanze popolari e rappresentanza politica venga retrocesso ad argomento da tifoseria o clava negoziale per ritardare o accelerare strumentalmente la vita della legislatura.

La conseguenza di ciò è non solo l’assenza di una seria discussione tecnica e dottrinale, ma soprattutto la pericolosa estromissione di un aspetto – completamente espunto, anzi, dal dibattito – quale l’accanimento, al limite del fanatismo religioso, contro la democrazia rappresentativa e l’adesione fideistica alla democrazia diretta. Questo è l’obiettivo strategico della “politica” rousseauiana e dei suoi controllori che i burattini detentori della maggioranza relativa in parlamento perseguono, non a caso, con virtuosa pervicacia. E per questo giudichiamo altrettanto sconcertante la scaltra mossa della Lega in Senato la sera del 13 agosto di abbinare il taglio della rappresentanza politica allo scioglimento anticipato delle camere.

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