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John Ronald Reuel Tolkien: una mitologia di lotta

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La narrazione tolkieniana costituisce la migliore allegoria circa la condizione del presente: una parte consistente del nostro mondo, quella che detiene la ricchezza e il potere, è nemica dei popoli, persegue il male, lavora notte e giorno per la degradazione e la perdita del Sé.

Nulla meglio di un radicale e impietoso dualismo, che separa con dolore e che separando mostra senza veli le piaghe della realtà. Nulla, meglio dell’atto di separazione, contribuisce a chiarire la scena e a forzare anche i più pavidi a schierarsi: o di qua, o di là. Quando il mondo è all’acme della crisi, occorre scegliere da che parte stare.

Da una parte c’è la luce, che è verità; dall’altra c’è la tenebra, che è menzogna. Nel corso degli ultimi cent’anni, pochi come Tolkien hanno padroneggiato l’arte dialogica di separare, narrando la bellezza di ciò che è ordine e armonia e, di contro, la bruttezza di ciò che è caos e vile degrado. Nulla meglio della neo-mitologia tolkieniana ci narra l’incompatibilità della luce col buio, la non assimilabilità del brutto col bello. In tutta la sterminata parabola narrativa del “Signore degli Anelli” – similmente a come accadde alla mitologia wagneriana e, prima ancora, a quella originaria norrena – si ha una vicenda di sacrosanto, necessario, epocale conflitto: quello giusto che redime da tutti gli abbrutimenti. Senza lo scontro fra il Bene e il Male, senza la lotta all’ultimo sangue fra la Luce e la Tenebra nulla accade, non si conoscono destini, non si ha storia, non vivono né l’uomo del mondo né quello delle fiabe e dei racconti fantastici, che ne sono l’ombra platonica.

Scriveva Mario Polia, proprio a proposito del rapporto tra fantasia e tradizione, quale compare nell’opera di Tolkien: “Il cittadino evoluto, l’industriale modello, il servo del ‘progresso’, come gli Orchi di Mordor, ha un odio viscerale e inestinguibile verso tutto ciò che è verde e germinale. In definitiva è l’antico ed eterno odio della Bestia, ravvolta nell’obbrobrio della propria desolazione, verso ciò che è bello”.

La lotta feroce che da decenni viene condotta contro tutto ciò che è bello – nella natura, nell’arte, nella figura umana – e la ricerca ossessiva del brutto, del deviato, del deforme da parte delle oligarchie al potere nel mondo moderno, non sono altro che la perfetta trasposizione nella realtà odierna di antichi incubi presenti nell’immaginario umano, ciò che dette vita alle mitologie manichee, mazdaiche, nordiche, indiane, poi celtiche, arturiane, fino ai libri di Tolkien, tutti incentrati su un dualismo assoluto, che non fa sconti e non conosce allentamenti conflittuali. La narrazione tolkieniana costituisce la migliore allegoria circa la condizione del presente, quale grava sull’Occidente almeno da un paio di secoli: una parte consistente del nostro mondo, quella che detiene la ricchezza e il potere, è nemica dei popoli, persegue il male, lavora notte e giorno per la degradazione e la perdita del Sé, e marcia verso l’abisso con la sicurezza di una lucida demenza.

In questo quadro, la cosmologia tolkeniana ci è di molto aiuto. In essa traspaiono nitide le posizioni che liberano e quelle che inquinano. Si tratta di mondi che non collimano ma collidono, essendo opposti e inconciliabili. Tra di essi non vi è e non vi può essere né comprensione né incontro, ma solo lotta di sterminio, volontà di annientamento, sapendo che uno solo, alla fine del ciclo storico, rimarrà sul campo. Mentre l’altro verrà distrutto nella battaglia finale, che è mitica, ma anche realistica.

Tolkien, in questo, ci è decisivo maestro: ci dice e ripete che col Male, quello vero, quello definitivo che sfigura l’uomo, non si patteggia, ma lo si combatte con tutte le forze, le umane e le sovrumane. Del resto, il mondo della fantasia, in cui Tolkien ha disposto le sue storie e i suoi personaggi, non è per nulla il mondo dell’irrealtà o del sogno, non propone la fuga dalla realtà, ma, tutto al contrario, è esso stesso vero e veridico, in quanto trasposizione dell’idea su un piano di realtà immaginale non meno concreta e visibile di quella oggettiva. Il fantastico, in questo modo, non aiuta a fuggire la lotta, ma insegna una via in più, e più profonda, più motivata, per impegnarla senza indecisioni. Si tratta di una concezione del mondo radicale, estrema, priva di ritorni. La ragione chiara ci apre agli archetipi, non con la sola visione letteraria, poetica o inventiva, ma all’interno di una diversa forma di condizione vegliante. Questo è proprio ciò che intese fare Tolkien, gettando sulla scena del raccontare i frutti esuberanti e copiosi di una fantasia che voleva essere una riproposizione della realtà concreta, un vivificare il Mondo Primigenio secondo le vie sempre uguali a se stesse della Luce Universale. Questa è un faro di sapere che sempre interviene ad indicare la via alta, abbandonando le seduzioni di quella bassa.

In questo quadro, Tolkien crea immagini e storie con la forza di una fantasia giovane e pura, che secondo modelli perfettamente tradizionali disegna i caratteri dell’eterna contesa: alla Vergine Vita che vede la bellezza degli Elfi e il luminoso reame della Dama Bianca, corrisponde il sottomondo della Morbosa Illusione, quel baratro mentale, prima ancora che fisico, in cui pullulano gli Orchi e i Fantasmi, i servi immondi nella tenebra. Il buio reame di Mordor genera Sauron l’Oscuro Signore, una sorta di immondo negromante che è il Despota Innominabile, a sua volta (come in un Olimpo invertito di senso) servo di ciò che è chiamato Morgoth, divinità infera che trasfonde riferimenti ad un Satana, ad un Loki pervertito.

Di fronte a questa demonìa, il mondo degli Elfi rappresenta la purezza dell’essere secondo natura e tradizione. Creature semi-immortali, semi-divine, sono un corrispettivo degli Uomini, sono il loro lato primigenio, una sorta di via alternativa, cui Melkor il Creatore concede il beneficio della morte. In tali contrade vivono anche altri esseri, quali gli Hobbit, specie di coboldi domestici e benefici, suddivisi in varie sottorazze, che parteciparono agli avvenimenti della Terza Era che portarono all’unificazione della Contea col Reame Unificato, secondo l’immaginifica terminologia tolkieniana. Fra gli Hobbit, famoso è Bilbo Baggins, che un giorno remoto sottrasse a Gollum, sorta di viscido alieno, un anello dai superpoteri, in tutto simile a quello della saga dei Nibelunghi.

Passato a Frodo, amico di Bilbo, l’anello è gravato da un destino rovinoso: oggetto della tenebra, della forza maligna, come rivela Gandalf (riedizione del mago Merlino), è ricercato dal Signore del Male, e intorno al suo possesso si scatenano le energie cosmiche e le vicende terrene, come in un perfetto topos tradizionale, e su questo perno si dipana la complessa, intricata e seducente narrazione. Nella quale non mancano figure di doppiezza, dall’apparenza buona ma dalla sostanza malvagia, come ad esempio il candido lungocrinito Saruman, falso sapiente e ipocrita autentico, tiranno nemico del popolo attratto solo dal potere, che ci ricorda costantemente qualcuno all’opera ai nostri giorni, anch’egli ingannevolmente biancovestito.

Tolkien, come nel mito greco, riverbera una sorta di pena che l’immortalità infonde, non elargendo essa il dono dell’uscita dall’eterno ciclo dell’essere. Ed Elémire Zolla paragonò proprio a Omero la saga tolkeniana, che si chiude col fuoco purificatore che brucia l’anello annullando il sortilegio, ma che racchiude anche la sofferta certezza che la lotta per il bene in realtà non avrà mai fine. Nel grande ginepraio dei personaggi, delle vicende, dei nomi, delle situazioni che Tolkien crea noi riconosciamo il dato epocale di un differenzialismo di base. I difensori della Luce sono sempre minoranza, esprimono la lotta della qualità contro lo strapotere della quantità, il valore contro il numero, quelle masse senza volto che sono le Orde dell’Ombra. Come è ben chiaro, in questi archetipi di Tolkien si rispecchiano arcaici sistemi di pensiero all’opera in ogni epoca nell’immaginario collettivo. Dalle guerre della Grecia contro la Persia (pochi eroi valorosi contro masse di schiavi orientali), fino ai resoconti di parte tedesca sulla guerra anti-bolscevica (anche qui: pochi eroi valorosi contro masse di schiavi orientali), il modello tradizionale si ripete costante: la luce è apportata dai pochi, la massa è l’oscuro ignoto.

L’etica dell’aperto confronto, che spesso è scontro a difesa della vita e dell’identità, questa etica del sublime e del nobile è inserita in un insieme cosmogonico che Tolkien riprende dalle tradizioni, riformulando con grande sagacia ambientazioni, linguaggi, scene. Come accade, ad esempio, all’inizio del “Silmarillion”, quando si ha una vera e propria cosmogonia: “Nel principio Eru, l’Uno, che nella lingua elfica è detto Ilùvatar, creò gli Ainur dalla propria mente; e gli Ainur intonarono una Grande Musica al suo cospetto…”. Il mondo sorge dunque dal suono, è ritmo e rintocco, e si connette con la bellezza: “In tale Musica, il Mondo ebbe inizio, poiché Ilùvatar rese visibile il canto agli Ainur, e costoro lo videro quale una luce nell’oscurità…”. Una luce che apre alla visione, e quegli Spiriti della Natura si innamorano della bellezza che scaturisce dal grande Uno e il dio sovrano “conferì Essere alla loro visione, e la collocò in mezzo al Vuoto, e il Fuoco Segreto fu inviato ad ardere nel cuore del Mondo”.

La nascita del mondo attraverso la discesa del sacro rende il mito cosmogonico – quello tradizionale come quello letterario di Tolkien – un rito di passaggio, ciò che investe l’umanità di valenza ulteriore rispetto alla materia. E in questa vicenda di ricreazione dell’origine si specchia il dramma dell’uomo, che è racchiuso nella fatalità del suo destino, che lo chiama a partecipare alla vita mettendo in campo tutte le sue forze. L’insegnamento degli scritti di Tolkien – esattamente come i grandi affreschi cosmogonici tradizionali, da Esiodo alla Bhagavadgita, dalla Voluspa alla Genesi – è fondato sulla pietra d’angolo della concezione eroica e guerriera, agonistica e dinamica dell’esistenza. Nulla si fa, nulla si ottiene senza lotta. Il male deve essere combattuto e vinto, con esso non si convive. La vita deve essere redenta, il bene e il bello devono trionfare. Nel “Signore degli Anelli” di Tolkien agiscono l’ignoto, il terribile, il fantastico, si aggirano creature buone e generose ed esseri ignobili e terrifici, e su tutto alita il vento della prova, del rischio mortale, in una vicenda in chiaroscuro nella quale si ripetono incessantemente “urti giganteschi di eserciti luminosi e oscuri”.

Quella di Tolkien è una geniale ricostruzione moderna effettuata con materiali ancestrali, ancora vivi nel sottotraccia del patrimonio immaginale delle maggiori culture del pianeta. A commento del mito tolkieniano, e paragonandolo con le venerabili testimonianze del passato, Mario Polia ha scritto che “compito principale dell’uomo della Tradizione oggi è quello di combattere i miti osceni dei mercanti di carta valuta ed i cupi miti che negano all’uomo la pienezza e la dignità della sua natura”. Se c’è un’importanza da rintracciare nell’opera di Tolkien, questa non è nell’alto valore letterario o narrativo, quanto proprio nel significato etico che da esso traluce. Nel momento in cui molti, per stanchezza o codardia, sembrano rassegnarsi al tracollo della civiltà, il libro di Tolkien ci risveglia all’azione, alla volontà di lotta, alla decisione di proteggere il bello e il nobile con tutte le nostre forze e fino in fondo.

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