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Perché non è stato Salvini a staccare la spina

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L’iniziativa agostana del leader leghista non è stato un atto spontaneo, bensì l’esito obbligato di una manovra di palazzo che – utilizzando il “Russiagate” come convincente strumento di pressione – è riuscita ad allontanare la Lega dal governo e il vicepremier dal sistema di informazioni del Viminale

Se si riavvolgesse il nastro della crisi e, partendo dall’affidamento del nuovo incarico a Giuseppe Conte, si risalisse all’8 agosto – giorno della “sfiducia” di Salvini al governo gialloverde – ogni passaggio politico ed istituzionale nel frattempo intervenuto saprebbe rispondere a consolidate e fisiologiche prassi politiche.

Ciò che invece rimane avvolto da un alone di mistero è l’incredibile e finora non chiarito suicidio politico compiuto dal leader leghista giunto al massimo del consenso effettivo (34,3% alle europee di maggio) e di quello, ancora maggiore, stimato (37-38% nei sondaggi di luglio-agosto), il quale con una motivazione ufficiale assolutamente pretestuosa dichiarava, dopo i fasti del “Papeete Beach”, l’indisponibilità a proseguire un’esperienza di governo con il partito del “No”. Solo pochi giorni prima, però, la componente leghista dell’esecutivo aveva incassato due pesanti vittorie su Tav e decreto Sicurezza-bis.

Esempi – questi – di quel felice e comodo esercizio del potere che stava permettendo (e avrebbe continuato a permettere) alla Lega di dettare l’indirizzo politico col suo 17% attraverso il controllo e l’orientamento anche del 33% del M5S, ridotto – dopo il 26 maggio – ad ostaggio remissivo. Cosa, allora, ha indotto Salvini a far precipitare il governo, la Lega e sé stesso verso uno sbocco disordinato ed autolesionista della crisi?

Tutte le spiegazioni sulle quali si sono esercitati commentatori ed opinionisti hanno preso avvio da un elemento talmente ovvio da essere posto come “a priori” di ogni analisi: un atto volitivo di Salvini. Le benevole rilevazioni demoscopiche, il consenso crescente sulle spiagge e sui social, l’ondata di popolarità acquisita dalla efficace politica di contrasto all’immigrazione sembrerebbero – nella vulgata corrente – aver costituito la base emozionale della mossa spregiudicata del “capitano”. Una o più coincidenze temporali sembrerebbero tuttavia – a nostro giudizio – depotenziare la suggestiva ipotesi di una “volontà di potenza” spinta da un ego smisurato.

Dopo l’avanzata leghista (e, complessivamente, della destra) in tutte le consultazioni elettorali della stagione 2018-2019, la quasi totalità degli apparati della conservazione dello status quo – dalla infausta Chiesa bergogliana alla magistratura militante, dall’Unione europea alle Cancellerie occidentali, dalle società di rating alle Ong – non poteva certo tollerare che il libero esercizio della volontà del popolo italiano potesse discostarsi dal solco della correttezza politica e del vassallaggio atlantico. E così il braccio secolare della normalizzazione è corso democraticamente ai ripari.

La ghiotta occasione è arrivata con l’“affaire” dei presunti finanziamenti russi alla Lega, il cosiddetto “Russiagate”, pompato dalla stampa mainstream in singolare concomitanza con la montante marea verde. Qualcuno ricorderà che il Partito democratico presentò una mozione di sfiducia al ministro dell’Interno per il suo ruolo nella vicenda e per l’imbarazzato rifiuto a riferirne in Parlamento e che quella mozione fu calendarizzata nello stesso giorno della richiesta di sfiducia leghista a Conte. Poi, di quella iniziativa democratica si sono perse le tracce. Perché?

L’interrogativo, unitamente a quello sopra formulato, potrebbe trovare una spiegazione nella fondatezza delle accuse alla Lega – e al suo leader – sulle numerose frequentazioni e negoziati di esponenti leghisti con emissari russi. E nel possesso, da parte del fronte che vuole estromettere non tanto la Lega dal governo quanto Salvini dal Viminale, di prove inconfutabili. Una spiegazione degna di un minimo di fondamento politico alla mossa agostana del vicepremier risiederebbe – sempre a nostro avviso – in un consiglio “che non si può rifiutare” a lui offerto dai massimi esponenti dell’establishment della correttezza politica.

Uno scenario che potrebbe essere così riassunto: col “Russiagate” ci sei dentro fino al collo; col tuo comportamento (o dei tuoi) hai rischiato di mettere a repentaglio la collocazione dell’Italia nella Ue e nella Nato; abbiamo prove schiaccianti per imputarti quelle fattispecie che l’art. 90 della Costituzione prevede solo per il presidente della Repubblica; devi uscire dal governo e soprattutto devi lasciare il Viminale e la sua rete di informazioni; ti diamo la possibilità di farlo con gran fragore, una sorta di cortina fumogena per coprire la vicenda e farla cadere nell’oblio; noi con le formalità parlamentari, partitiche e quirinalizie assicureremo il rispetto del formalismo istituzionale; ma alla fine dello spettacolo tu devi essere fuori e l’ordine ripristinato, con tanto di gradimento internazionale certificato dal calo dello spread.

In tale lettura rientrerebbero, quindi, anche quelle discutibili sovraesposizioni mediatiche sui litorali italiani di fine luglio e di inizio agosto, apparsi subito così funzionali a fomentare fatui consensi social e ad avvalorare il desiderio di una ruspante leadership di governo. In realtà, mesti preliminari di una sceneggiatura scritta altrove e da recitare persino in casa propria. Questa la nostra spiegazione di un colpo di scena altrimenti relegabile tra i casi più bizzarri di suicidio politico. Al quale non abbiamo mai creduto.

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