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Un paganesimo per la modernità: Giacomo Boni e i simboli

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La figura dell’archeologo Giacomo Boni, all’inizio del Novecento, autore di scoperte scientifiche sensazionali, si presta meglio di altre a rappresentare l’alta cultura come un momento di grande incidenza nell’ideologia, arricchendo la politica di significati addirittura sacrali appartenuti ad altre epoche.

Nel quadro della lotta tra il materialismo progressista e l’idealismo tradizionale – in corso in Europa perlomeno da un paio di secoli – i decenni a cavallo dei secoli XIX e XX segnarono un punto importante di confronto. La cultura del tempo, in Italia come in larga parte del resto del continente, era versata all’indagine dell’identità popolare, alla cura del passato nazionale, nella coltivazione radicale e convinta di tutto quanto potesse contribuire al potenziamento del tessuto culturale atavico.

Erano valori, quelli, attraverso il cui rilancio il macchinario positivista/cosmopolita già allora lanciatissimo avrebbe dovuto essere arrestato, soppiantando il culto basso per l’edonismo volgare scaturito dalla tecnica con quello alto per il simbolo di trascendenza e per le realtà dello spirito occulto.

A fianco dell’irrazionalismo dei giovani (pensiamo al duo Prezzolini/Papini, a “La Voce”, all’irrompere della filosofia di Nietzsche), accanto pure al comune diffondersi di dottrine esoteriche (la teosofia, l’antroposofia, lo spiritualismo), si collocò un filone di schietto neo-paganesimo, che in Italia ebbe modo di esprimersi, sia pure in dimensione all’inizio fortemente minoritaria, innestandosi sulle memorie di Roma antica. E quest’ultima, solo col fascismo e la nazionalizzazione delle masse diventò il fulcro di una sorta di ideologia popolare diffusa.

Su questo punto, la figura dell’archeologo Giacomo Boni, all’inizio del Novecento autorità riconosciuta nel suo campo, autore di scoperte scientifiche sensazionali, si presta meglio di altre a rappresentare l’alta cultura come un momento di grande incidenza nell’ideologia, arricchendo la politica – al tempo già intrisa di affarismo, corruzione, trasformismi d’ogni genere – di significati addirittura sacrali appartenuti ad altre epoche.

Guidato da un’ispirazione quasi medianica, Boni vagava tra le mute rovine dei Fori o del Campidoglio come un sensitivo, avvertendo fisicamente le presenze, i sospiri della pietra e del suolo, le penombre d’intorno, attivando i sensi intuitivi – non diversamente da quanto accadde a uno Schliemann a Troia, oppure a un Evans a Creta – in modo tale da farsi guidare verso rivelazioni di grande importanza: dal Lapis Niger all’ara di Cesare, dalla capanna di Romolo fino all’enigmatico Lucus Curtius, originario avvallamento del terreno nei pressi del Senato, che si diceva fosse stato luogo di sacralizzazione eroica.

Fondendo mirabilmente i processi scientifici – appresi già a Venezia in gioventù – con l’inclinazione visionaria, Boni inaugurò il metodo archeologico stratigrafico, ciò che lo condusse alla serie delle grandi scoperte, realizzate a cavallo del secolo, portandolo alla fama, alla sua collaborazione con la stampa più prestigiosa, a cominciare dalla “Nuova Antologia”, in cui comparivano le sue trascinanti relazioni di scavo e di interpretazione dei materiali raccolti.

La sua allieva prediletta, Eva Tea, che anni dopo la morte del maestro, avvenuta nel 1925, sarà autrice di una monumentale biografia, contribuì come nessun altro a forgiare il mito di Boni, e far sì che la scienza da lui incarnata apparisse non tanto un metodo di ricerca, quanto un destino già tracciato nell’intimo, secondo quelle inclinazioni tipiche dell’atmosfera preraffaellita, da Boni amate e conosciute, anche per amicizia diretta con John Ruskin e la cultura inglese. E proprio al vate simbolista britannico Boni confessò un giorno di aver individuato il Lapis Niger nel Foro non per via di ricerca razionale, ma per premonizione durante un sogno. Un rabdomante, un indovino. La Tea, del resto, rinforzando quest’aura, scrisse che «egli aveva scavato il sepolcreto nel suo cervello, prima di cercarlo nel Foro».

La potente suggestione dinanzi al lascito classico non era in Boni mero richiamo estetico, ma autentica reimmersione nell’arcaico e nell’originario. La Roma prisca, così circonfusa di mitizzante sfumatura, valeva da codice antico, da tavola dei valori. La salita al potere del fascismo parve dunque a Boni segnacolo ulteriore, destino in pieno svolgimento, che su di lui avesse voluto gravare con la forza del sacro. Come nella paganità, Boni avvertiva il sacro ovunque. E traeva segni.

Quando, nel 1923, gli venne dato l’incarico di disegnare l’originario fascio littorio, ne svolse una ricerca archeologica da cui scaturì il disegno che poi verrà replicato tra gli artigli dell’aquila nella classica moneta da 5 lire del 1927. E già molti anni prima, all’inizio del secolo, Boni era stato protagonista di recuperi filologici di riti e cerimoniali usati in antico, ad esempio la ricostruzione dei Palilia, l’antichissima festa del mondo pastorale romano. Intendeva, con queste riproposizioni, in un certo senso riattualizzare l’arcaico, farlo rivivere tra il popolo, non solo tra gli eruditi, per vedere se la coincidenza di un riapparire di certe simbologie sulla scena del politico moderno non avesse a rappresentare una qualche volontà arcana di ritorno.

La sensibilità che l’archeologo aveva dimostrato per le classi umili, per l’apertura fra le masse dell’illuminazione culturale, ciò che gli fece avere in simpatia certe correnti del socialismo umanitario dell’epoca, e poi il progetto corporativo in animo presso il nuovo regime, dimostravano che Boni non fu l’erudito avvolto nelle nebbie delle sue esclusive meditazioni, ma conobbe il mondo, visse la contemporaneità, seppe in qualche modo far convivere anima intima personale e spirito della storia.

E questo spirito non poteva non calarsi sulla realtà effettuale, che negli anni estremi della vita di Boni vide l’ascesa del fascismo, nel quale lo studioso individuò fatalmente un inveramento di necessità metastoriche, destinali. Come è stato scritto:

Nell’Italia fascista Giacomo Boni credette di poter vedere realizzato il suo sogno della rinascita di Roma antica. Col fascismo egli vedeva e immaginava finalmente realizzata quella Terza Roma che era stata negli ideali del Risorgimento. Dal nuovo regime sarebbero stati forgiati, educati, creati i nuovi italiani, degni discendenti ed emuli degli antichi romani, nuovamente chiamati a dirigere e guidare le sorti del mondo.1

Da qui prendeva forma un presentimento, “garanzia di un rinnovamento quasi magico delle antiche fortune”. Ed era una riconquista del passato che comprendeva anche la ricostruzione puntuale della remota romanità primordiale, fino al tentativo di restaurazione delle cerimonie, da attuarsi in costume antico, modernizzando, per così dire, la tradizione, e saldando la ritualità agli aspetti sacri legati alla natura, alla fertilità, ai cicli stagionali.

Un lavoro di esegesi e riaddattamento che usciva dal chiuso studio, intendendo entrare pienamente nella vita vissuta, nella socialità moderna, in cui far rivivere con immediatezza l’Arcaico quale categoria epocale non legata al passato, ma perenne. Questo poteva esplicarsi in svariate situazioni:

nel ripiantare nel Foro e nel Palatino solo le specie vegetali esistenti nella antichità classica; nel reintrodurre e pubblicizzare l’uso di cibi e ricette alimentari romane; nel cercare di far rivivere, attraverso l’educazione popolare e dei giovani, gli ideali e i modelli derivati dal mondo romano, quale momento più alto e perfetta espressione della stirpe italiana.2

Si riverberava, in queste attitudini, la ripresa della paganità legata al culto sacro del grano, che Pound di lì a poco esalterà come legame pagano tra la nuova e l’antichissima Italia, avvinte l’una e l’altra al concetto stesso di agricoltura, quale attività di legame primario fra uomo romano e suolo della patria. E Mussolini, stendendo di sua mano nel 1928 la famosa “preghiera del pane”, non fece che trasporre in campo sociale e popolare questo complesso di primissimi miti romani, che la modernità avrebbe altrimenti rapidamente soffocato nel suo magma distruttivo.

Il ruralismo attinto dai repertori antichi venne rilanciato nella modernità, al fine di combattere lo sradicamento di massa imposto dal progresso e di stendere un velo di protezione per l’identità messa a repentaglio dal cosmopolitismo. Si cercò, così, sulla scorta degli studi profondi, di ricostruire un mito nazionale vivibile, capace di rafforzare il solidarismo delle masse: «L’apporto che Boni diede alla definizione del mito fascista della romanità fu in effetti determinante, e riguardò liturgie immaginate, simboli concreti, evocazioni future»3.

Per tali vie, fu essenzialmente Boni «a offrire al regime, nei suoi primi anni di vita e consolidamento, una controparte rituale ispirata alle tradizioni prische di Roma»4. Qualcosa che dovette fare della Romanità, non più un repertorio antichistico soltanto, ma un ideale vivo, divulgabile e condivisibile nella piena modernità: «Boni dimostrò una lucida cognizione dei rapporti esistenti tra archeologia, sacralizzazione dell’antica Roma e fondazione di una nuova politica»5.

Quest’osservazione relativa alla “nuova politica” appare molto importante, relativamente al fatto che il mito romano non fosse, e non volesse certo essere, in quel contesto, una morta reliquia buona per le scenografie effimere in occasione delle parate del regime, ma un bacino forte di cultura popolare e di ideologia politica.

L’intera cultura di Boni si prestò assai bene ad essere inserita nei quadri dottrinali del fascismo: non solo Roma, la tradizione, la potenza della stirpe, gli arcaismi fatali, ma anche i richiami ai «nobili Aria padri», agli Europei in quanto «figli delle razze vediche», su cui Boni rifletteva nell’ambito della nuova disciplina indoeuropeistica, che andava facendo della classicità una categoria più ancora vasta e pervasiva. Questi, ed altri temi non meno significativi vissuti con passione da Boni (dal vegetarianesimo igienista al nazionalismo imperialista, dall’eugenica all’interesse per le condizioni di vita degli operai, dalla botanica agli studi virgiliani e danteschi, etc.), andarono a comporre il bagaglio d’idee e attitudini che fece di Boni non solo un geniale archeologo e un grande antichista, ma un vero concentrato di moderna ideologia alternativa, ad alta gradazione culturale.

Nelle condizioni in cui l’uomo europeo è costretto oggi a sopravvivere, queste osservazioni su argomenti apparentemente tagliati fuori dalla storia (ma meglio sarebbe dire dall’attualità), devono ancora dire qualcosa a tutti noi. Non si tratta di antiquariato, di gusto passatista. In effetti, se i popoli europei non vengono messi in condizione di recuperare il proprio passato, la propria identità, riscoprendo i propri segni e simboli più intimi e segreti scavandoli nel profondo, si espongono alla radiazione mortale di una modernità che dissacra, essicca, uccide l’anima e il corpo e non lascia se non un futuro di rovine.

1 Daniele Manacorda – Renato Tamassia, “Il piccone del regime”, Curcio, Roma 1985, p. 159.

2 Ibid.

3 Paola S. Salvatori, “Il fascismo di Giacomo Boni”, in “Giacomo Boni, l’alba della modernità”, a c. di Alfonsina Russo – Roberta Alteri – Andrea Paribeni, cat. della mostra, Roma, Complesso di Santa Maria Nova, Tempio di Romolo, Uccelliere Farnesiane, Chiesa di Santa Maria Antiqua, Electa, Milano 2022, p. 103.

4 Sandro Consolato, “Giacomo Boni. Scavi, misteri e utopie della Terza Roma”, Altaforte Edizioni, Milano 2022, p. 197.

5 In ibid., p. 202.

 

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