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La notte della politica

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Il conflitto russo-ucraino ha accentuato la marginalizzazione dello spirito critico. Giudizio uniforme e repressione del dissenso hanno annichilito la produzione del pensiero libero. Negli scritti geopolitici di Carl Schmitt le chiavi di lettura per comprendere gli eventi euro-orientali

Pandemia e crisi russo-ucraina, gli argomenti che hanno contraddistinto il trascorso biennio e decretato la fortuna di un collaudato giornalismo subalterno e di certa politica addomesticata, hanno occupato lo spazio intercorrente tra cronaca (sanitaria o militare), conseguenze economiche e ricadute politiche. In Italia, a questi avvenimenti globali, se ne sono aggiunti altri due che ne hanno costituito il relativo trait d’union cronologico: l’avvento del governo Draghi e l’elezione del “nuovo” presidente della Repubblica.

I quattro temi hanno registrato e presentano tuttora un preoccupante comune denominatore: il disegno di imporre un solo punto di vista delle dinamiche sociali ed economiche coinvolte, di criminalizzare le dissonanze di pensiero politico o filosofico al pari di intollerabili progetti eversivi o atti di favoreggiamento del “nemico”, di conformare all’unico canone interpretativo ammesso – quello liberal-liberista ed antisovranista – ogni espressione di intelligenza. Di annientare la politica.

Dei tre primi casi abbiamo già formulato nostre osservazioni. Non troppo diverso è ciò che continuiamo a riscontrare nel caso della vicenda ucraina dove il permesso di esprimere opinioni (e non vederle relegate tra le manifestazioni del folklore locale) viene conferito esclusivamente agli officianti della troika Usa-Nato-Ue, espungendo dalla dialettica del confronto qualsiasi tentativo di chi volesse soltanto esporre, a fini di maggiore comprensione, le ragioni dell’antitesi.

UNA VISIONE MANICHEA

Il 24 febbraio, con perfetto sincronismo rispetto all’“operazione militare speciale”, è scattata la reazione mediatico-politica basata sulla divisione manichea tra buoni (tutti) e cattivi (uno solo); essa presenta, inoltre, un vizio di origine, presupponendo un (pre)giudizio di merito circoscritto agli ultimi due mesi. Con una simile premessa, priva cioè di profondità temporale, come non prendere le parti dell’Ucraina, paese aggredito nella sua integrità territoriale e colpito dai bombardamenti? Come non condannare specularmente la Russia per aver oltrepassato manu militari i confini di uno stato sovrano? In questi termini la questione delle responsabilità neanche potrebbe essere posta.

È questa una rappresentazione esaustiva o fuorviante della situazione? Nel formulare analisi geopolitiche ed affannarsi in risposte diplomatiche e prassi sanzionatorie alla ricerca di una improbabile “immunità di greggio” sono state tenute nel giusto conto le complessità storiche, geografiche, culturali, politiche, religiose ed ideologiche della Russia? È lecito dubitare che non lo siano state?

I ventisei mesi di stato di emergenza sanitaria decretato dal potere esecutivo a danno di un Parlamento ridotto a organo di ratifica hanno costituito le quinte temporali di una duplice rappresentazione istituzionale nella quale a brillare per la sua assenza è stata la politica. Due atti di una medesima commedia scritta senza assegnare a quest’ultima una parte, se non ancillare e protocollare. Ricordiamo soltanto l’abile gioco di specchi tra Quirinale e palazzo Chigi nell’attribuirsi, a distanza di un anno, legittimità e sostegno reciproci. Una mise en abîme non ancora conclusa che aspetta, Nato permettendo, il suo probabile terzo definitivo atto.

VOLONTA’ DI IMPOTENZA

Al pari delle altre tre vicende, anche dalla crisi russo-ucraina è la politica, intesa come capacità di produrre pensiero critico, ad uscire fortemente marginalizzata. Alla (quasi) unanimità delle forze parlamentari nel ratificare lo stato di emergenza ed i relativi scostamenti di bilancio, nel sostenere il governo Draghi ed il cappio debitorio del Pnrr, nel genuflettersi al settennato-bis funzionale ai voleri di finanza, agenzie di rating e lobby editoriali hanno fatto eco in queste settimane il servilismo rispetto ai diktat nord-atlantici ed euro-burocratici sull’invio di armi all’Ucraina, ai quali il governo si è prontamente allineato, e l’ammirevole obbedienza del Parlamento che sulla questione ha rinunciato alle sue prerogative.

La sbandierata saldatura Italia-Ue-Uk-Nato-Usa non è stata pertanto riconducibile – come il mainstream nostrano tenta di veicolare su carta stampata, talk show e aule parlamentari a reti unificate – ad autonomia di giudizio, prova di forza, orgoglio sovranista. È stata soltanto inabilità a pensare con la propria testa, paura di differenziarsi dal gregge, timore di disobbedire al pastore, zelante vassallaggio mentale ed economico all’ordine mondiale liberista. Insomma, incapacità certificata di indirizzare la Storia di un popolo malamente compensata dal talento a posizionarsi dalla parte giusta della barricata. Lecito parlare di autosorveglianza e consapevole volontà di impotenza.

Mancanza di autonomia, di sovranità e di coraggio che retrospettivamente, sia detto per inciso, rendono il braccio di ferro di Sigonella un episodio luminoso di dignità nazionale e di Craxi ed Andreotti – protagonisti di quel fatto – due figure di indubbia statura politica internazionale. Una colpa imperdonabile che dopo qualche anno (dopo cioè Britannia, Maastricht e Tangentopoli) entrambi sarebbero stati chiamati ad espiare duramente, previo cambio di regime.

Alla sana contrapposizione partitica, agli accesi confronti nell’opinione pubblica, agli scontri in aula, al dissenso stampato su battaglieri fogli di opposizione si è ora sostituita la corsa all’uniformità di giudizio, alla convergenza di vedute, alle scelte condivise. Con il dichiarato scopo, ovviamente, di congiungere la tenuta delle istituzioni repubblicane ad un asserito spirito di appartenenza democratica. Temiamo, invece, che tutto ciò conduca alla cloroformizzazione delle coscienze individuali e collettive, allo sradicamento dalle proprie posizioni identitarie, alla prevalenza del pensiero uniforme: in sintesi allo smantellamento scientifico della funzione politica.

Per suffragare queste convinzioni è opportuno proporre alcuni stralci tratti da opere inevitabili di Carl Schmitt che evidenziano l’attuale deriva antipolitica perseguita a livello interno ed internazionale e che, al contempo, offrono indispensabili chiavi interpretative del conflitto in atto ed un ausilio per non incorrere in sue letture a senso unico e, quindi, fuorvianti.

LA DISTINZIONE AMICO-NEMICO

Essenziale, nell’ambito della teoria schmittiana, è la distinzione amico-nemico quale fondamento dialettico del “politico”. Ai fini del nostro ragionamento “sarebbe sbagliato – come sostenuto da Julien Freund (“La thalassopolitique”, 1985) – vedere nella coppia amico-nemico solo un criterio della politica estera. I concetti della politica interna, nella misura in cui hanno un significato politico e non meramente polemico, includono egualmente la discriminazione tra amico e nemico”. Ne «Il concetto di ‘politico’», testo del 1932, Schmitt scrisse: “La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico (Freund) e nemico (Feind)”.

“Sulla terra, finché esiste uno Stato, vi saranno sempre più Stati e non può esistere uno «Stato» mondiale che comprenda tutta la terra e tutta l’umanità. Il mondo politico è un pluriverso non un universo. […] L’unità politica non può essere, per sua essenza, universale nel senso di un’unità comprendente l’intera umanità e l’intera terra. Se i diversi popoli, religioni, classi e altri gruppi umani della terra – aggiunge Schmitt – fossero così uniti da rendere impossibile e impensabile una guerra fra di loro, se la stessa guerra civile, anche all’interno di un impero comprendente tutto il mondo, non venisse più presa in considerazione, per sempre, neppure quanto a semplice possibilità, se cadesse perfino la distinzione di amico e nemico, anche come pura eventualità, allora esisterebbe soltanto una concezione del mondo, una cultura, una civiltà, un’economia, una morale, un diritto, un’arte, uno svago ecc. non contaminate dalla politica ma non vi sarebbe più né politica né Stato”.

Le quattro vicende sopra ricordate, difatti, testimoniano esemplarmente, pur con differenti declinazioni, l’erosione della politica attraverso un processo di avvicinamento e sovrapposizione tra forze parlamentari che favorisce alleanze istituzionali, rimuove opposizioni e contrasti rincorrendo posizioni condivise e abbandonando onerosi antagonismi.

LA RETORICA DELL’“UMANITA’”

Nonostante sia utopico confidare in una generale aspettativa di pace perpetua di segno kantiano, grande importanza, tuttavia, ha il riflesso irenico del concetto di umanità che serve a criminalizzare un conflitto, cioè a far considerare il nemico uno scellerato da un punto di vista giuridico. “Sarebbe – prosegue Schmitt – una illusione destinata a cadere in fretta ritenere che, poiché oggi una guerra fra grandi potenze diventa facilmente una «guerra mondiale», la conclusione di tale guerra dovrebbe conseguentemente rappresentare la «pace mondiale» e costituire quindi quella idilliaca situazione finale della spoliticizzazione completa e definitiva”.

“Il concetto di umanità esclude quello di nemico, poiché anche il nemico non cessa di essere uomo e in ciò non vi è nessuna differenza specifica. […] Se uno Stato combatte il suo nemico politico in nome dell’umanità, la sua non è una guerra dell’umanità, ma una guerra per la quale un determinato Stato cerca di impadronirsi, contro il suo avversario, di un concetto universale per potersi identificare con esso (a spese del suo nemico)”.

È una guerra che implica la criminalizzazione del nemico, dove il nemico è considerato un criminale in nome dell’esclusivismo morale. Chi pretende di parlare non più in nome del suo particolare diritto, ma in nome dell’umanità, non può non porre i suoi nemici fuori dall’umanità. Uno “Stato dell’umanità” significherebbe quindi una spoliticizzazione totale. Come osservato da Schmitt, può esserci politica soltanto dove esista una pluralità di entità politiche legate tra loro da relazioni di amicizia o di inimicizia.

Se “l’umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialiste ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell’imperialismo economico”, parimenti significativo, leggendo in retrospettiva questo passo schmittiano, è il percorso parallelo tra guerra economico-sanzionatoria promossa non da oggi contro la Russia, da un lato, ed il contestuale utilizzo atlantista in regime di monopolio delle ragioni umanitarie, nonché l’incasso dei relativi dividendi politici, dall’altro.

IL MARE CONTRO LA TERRA

Si è fatto cenno, all’inizio, al deficit di prospettiva temporale che da subito ha inficiato la narrazione dei fatti russo-ucraini indirizzata verso un duplice cortocircuito cognitivo: sia imputando senza appello gli scontri armati e le tragiche conseguenze sui civili alla diretta responsabilità del Cremlino; sia riconducendo sbrigativamente e senza sforzo di spiegazione la presidenza russa alle categorie psichiatriche della follia, della demenza senile e del delirio. Una comoda scorciatoia analitica con la quale soprattutto il quarto potere ha abdicato alla ricerca delle cause remote ed ha finito non solo per schierarsi a favore, ma per appiattire unanimemente sulle posizioni ucraine – cioè di Stati Uniti e loro subordinati – élite politiche ed opinioni pubbliche occidentali.

Compensiamo allora quel deficit attraverso un altro celebre testo del giurista e politologo di Plettenberg, “Terra e mare”, scritto geopolitico del 1942, per offrire un’adeguata profondità di lettura degli eventi ed un contributo alla comprensione – non alla giustificazione acritica – di un fenomeno complesso altrimenti privo di ragione. “La storia del mondo – afferma Schmitt – è storia di lotta di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare”. È in questo incipit della sezione 3 del libro che è possibile inquadrare meglio i termini dello scontro in atto nelle pianure ucraine.

Terra è stabilità, certezza, ordine, differenza. La terra è fatta di territori separati da frontiere. Il mare non conosce frontiere. “La frontiera – secondo Alain de Benoist (“Il mare contro la terra”, 2019) – ha un valore intrinsecamente politico nella misura in cui, in politica estera, è rispetto ad essa che si effettua la distinzione tra amici e nemici che costituisce il criterio del politico”. Non solo: “La globalizzazione, che implica il considerare le frontiere come insignificanti, è di natura oceanica e marittima. Il legame tra l’ideologia liberale e l’elemento «marittimo» passa attraverso l’apologia del commercio”.

“Il capitalismo – precisa de Benoist – è illimitato. Ovunque, lo spirito «marittimo» si dà da fare per sopprimere le distinzioni. L’illimitato è l’omogeneizzazione, è l’equivalenza universale attraverso il denaro, è la sostituibilità e l’intercambiabilità generalizzate degli uomini e delle cose. L’opposizione della terra e del mare è anche l’opposizione del finito e dell’infinito, del limite e dell’illimitato”. La terra dunque è il luogo della politica e della storia. Per Schmitt è sulla terra che “famiglia, stirpe, ceppo e ceto, tipi di proprietà e di vicinato, ma anche forme di potere e di dominio, si fanno […] pubblicamente visibili”.

“Noi viviamo oggi – scriveva Schmitt nel 1942 – sotto il peso di una tensione globale, di una opposizione tra est ed ovest. Evidentemente questa odierna opposizione tra est e ovest, è, al tempo stesso, una opposizione di terra e mare”. Scrisse Angelo Bolaffi, presentatore della prima edizione italiana (1986) del libro: “Dunque terra contro mare, oriente versus occidente, cultura territorial-continentale opposta a quella marittimo-oceanica: queste antinomie irriducibili, queste polarità spirituali e culturali sono alla base di questa ‘considerazione sulla storia del mondo’ di Schmitt”.

Il quale ne “Il concetto d’Impero nel diritto internazionale” (terza ed. aumentata, 1941) affermava: “Fino a che l’Inghilterra dominerà i mari la libertà di questi sarà limitata, giacché l’essenza stessa di tale libertà è limitata dagli interessi di guerra inglesi, cioè dal diritto e dall’arbitrio della potenza belligerante di controllare il commercio dei neutrali. Libertà dei Dardanelli significa libero uso di questi stretti da parte delle navi da guerra inglesi per poter aggredire la Russia nel Mar Nero”.

DUGIN E L’ANTI IMPERO

La critica che muoviamo alla vulgata ucraina accreditata dal circuito mediatico-politico occidentale è una esclusiva e superficiale lettura economica ed energetica, declinata militarmente, dell’intervento russo. Le risorse minerarie del Donbass rappresentano certamente l’aspetto prosaico delle motivazioni di Mosca. Nessuno lo nega. Ma da parte degli atlantico-occidentali – così attenti alla velocità, al commercio, al mutevole – si è commesso l’errore di espungere dalla narrazione complessiva (o, peggio, di trattare con irridente sufficienza) la centralità del Sacro dal quale le stratificazioni sociali della Russia profonda traggono alimento, forza, memoria, destino.

Ciò che continua a mancare è un’attenzione all’aspetto mentale e culturale dell’animo russo, alla storia delle inerzie, delle resistenze al cambiamento, allo studio delle evoluzioni inconsce nella lunghissima durata. Ed il concetto del Sacro appartiene braudelianamente alla “storia profonda”. Relegare l’ortodossia del patriarca di Mosca, Kirill, a collaborazionismo religioso e il pensiero di Aleksandr Dugin a teoria complottista conferma che nessuno è più intollerante dei liberali. “L’intolleranza – ha affermato il più noto filologo italiano finito recentemente nelle liste di proscrizione democratiche –, quando è supportata dal pensiero liberale, è ancora più intollerante”.

 

È Dugin – nell’intervista rilasciata a Luigi Tedeschi (“Hic et Nunc”, Edizioni Settimo Sigillo, 2021) – ad affermare che “c’è una genealogia tra l’Anti Impero (Cartagine), impero del mare, che è colonialista e che dà origine al liberalismo e alla forma di dominio mercantile veneziana, olandese e […] [all]’Anti Impero Britannico nella sua fase di maggiore sviluppo nel XIX secolo ed all’inizio del XX. L’impero americano attuale è esattamente la continuazione di questo Anti Impero, o Impero Marittimo, che trasforma tutti i territori controllati in colonie […] dal punto di vista politico, economico e culturale, oltre che della informazione. […] Anche oggi occorre contrapporre l’impero di terra a quello di mare, perché anche oggi c’è una lotta tra due continenti ispirati ciascuno ad uno dei due principi esposti. Quello dell’Impero Sacro terrestre e quello dell’impero marittimo colonialista”. E ancora: “L’imperialismo globalista è la proiezione di una sola cultura su tutti gli altri”. Innegabili i seducenti richiami schmittiani del “grande spazio” e del pluriverso. Ecco la vera posta in gioco – quella dello “spazio critico” – sul tavolo ucraino diligentemente occultata dalla stampa normalizzata. È consentito opporsi a questa unipolarità ideologica, a questa egemonia liberale, a questa eclissi di sovranità?

 

SUGGERIMENTI E SPERANZE

 

Ai nuovi cantori di Norimberga, custodi di una discutibile superiorità morale e che probabilmente ignorano che l’edizione russa di “Terra e mare” di Schmitt sia apparsa nel 1999 in un volume di geopolitica curato proprio da Alexandr Dugin, consigliamo la lettura de “La guerra d’aggressione come crimine internazionale”, parere giuridico controcorrente scritto dallo studioso renano nel 1945.

 

L’ultima notazione, al proposito, la vogliamo dedicare al cuore della liberaldemocrazia che nel 2022 palpita e freme, speranzoso, per una vittoria dei “nazisti perbene” nel Donbass. È una notizia che giornalisticamente registriamo con interesse. Chissà se un sano revisionismo, finalmente affrancato dall’oppressione totalitaria del politicamente corretto, possa finalmente riconciliarsi con il rigore della ricerca storiografica. La conoscenza storica è continua revisione o non è. Chissà se, invece, più prosaicamente, si debba temere per la libertà di stampa e di pensiero.

 

Stefano De Rosa

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