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Il virus mortale della europatia

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L’europatia è una patologia mortale per i popoli e gli stati. La storia recente, al pari di una diagnosi clinica, ce ne offre una evidente conferma.

 

 

La “gabbia dell’euro” compie 20 anni

L’euro ha compiuto 20 anni. Questo è tuttavia un anniversario che non ha dato luogo a festeggiamenti, ma, al contrario, induce ad analisi assai critiche su una unificazione monetaria che ha generato un’Europa conflittuale, oligarchica e marginalizzata nel contesto geopolitico mondiale. I 20 anni dell’euro non sono certo una ricorrenza patriottica per i popoli europei che hanno subito in prima persona gli effetti di un progetto di unificazione monetaria e di ingegneria sociale che ha espropriato gli stati della propria sovranità economica e politica con la devoluzione dei poteri istituzionali ad organismi tecnocratico – finanziari che esercitano oggi la governance europea. L’oligarchia ha soppiantato la democrazia, il potere dei mercati ha esautorato la sovranità popolare.
La moneta unica è infatti oggi percepita come “gabbia dell’euro”, assimilabile ad una condanna a 20 anni di carcere inflitta ai popoli privati dei loro fondamentali diritti democratici. L’euro ha rappresentato per l’Europa una svolta sistemica, che ha prodotto una società di stampo neoliberista dominata da sempre più accentuate diseguaglianze e conflitti interni tra le elites e la base, tra europeismo e populismo. Le diseguaglianze sociali interne agli stati riflettono in realtà la contrapposizione attualmente presente in Europa tra stati stessi, tra i paesi dominanti e quelli subalterni.

L’avanzata del populismo e l’esplosione di ricorrenti rivolte sociali, quali quella dei gilet gialli in Francia, sono fenomeni in cui si manifestano esplicitamente le contraddizioni del sistema neocapitalista impostosi con la UE. Gli orizzonti del prossimo futuro dell’Europa non sembrano prospettare una sua evoluzione verso l’integrazione, ma semmai verso una sua disgregazione, non tanto perché minacciata dalle ondate populiste euroscettiche o eurofobiche, ma perché affetta da una patologia epidemica che potremmo definire europatia. Infatti l’analisi svolta da Bloomberg Economics in occasione dei 20 anni dell’euro, in cui si individuano, in base a parametri economici e sociali i vincitori e i vinti del ventennio dell’Eurozona, ci induce ad assimilare tale studio ad una analisi clinica in cui si rileva come l’adozione dell’euro, alla pari di un virus, abbia corroso progressivamente le istituzioni e le identità storico – culturali degli stati europei fino alle loro fondamenta. L’europatia è dunque una patologia mortale per i popoli e gli stati. La storia recente, al pari di una diagnosi clinica, ce ne offre una evidente conferma.

L’Eurozona dei vincitori e dei vinti

L’euro non ha condotto alla unificazione e alla solidarietà degli stati, ma ha generato un processo di selezione darwiniana tra vincitori e vinti, tra dominanti e dominati. Tra i vincitori emergono la Germania, l’Austria, la Finlandia (seguiti da Belgio, Slovenia e Slovacchia, quali stati vassalli).

Tra i perdenti figurano l’Italia, la Spagna e la Francia. L’Europa del nord prevale su quella mediterranea. Tale classifica riflette la capacità di adattamento dei singoli paesi ai parametri strutturali del modello economico neoliberista imposto dalla UE. Si rileva infatti che i paesi perdenti, in tema di crescita, produttività, competitività non sono riusciti a recuperare i livelli ante – crisi del 2008.

Il reddito disponibile degli italiani in questi 20 anni ha registrato un decremento del 3,8%. L’inflazione media è stata pari all’1,7%, ma mentre i redditi dell’area euro sono aumentati in media dell’11,3%, in Italia sono diminuiti del 3,8%. Le cause del depauperamento dei redditi italiani sono attribuibili alla bassa crescita del Pil, allo scarso incremento della produttività, ma soprattutto al decremento produttivo. L’Italia ha subito infatti un vasto processo di deindustrializzazione, con delocalizzazioni, privatizzazioni e conseguenti acquisizioni dei settori produttivi trainanti da parte di multinazionali estere. La capacità del sistema produttivo italiano è diminuita di circa il 25%. La crisi del 2008 e la politica di austerity imposta dalla UE, con le conseguenti ondate di recessione e deflazione, hanno ulteriormente eroso i redditi dei cittadini.

L’unificazione monetaria ha imposto una forzata e innaturale convergenza tra le economie di paesi assai diversificati per storia, cultura, contesti economici e politici non suscettibili di omologazione mediante l’imposizione di parametri economici e finanziari unitari.

L’euro ha imposto un sistema di cambi fissi e pertanto sono venuti meno i meccanismi di riequilibrio degli scambi tra paesi economicamente più avanzati e paesi meno sviluppati. I deficit commerciali dei paesi deboli potevano infatti essere riequilibrati mediante le fluttuazioni dei cambi e le conseguenti svalutazioni. Con l’avvento dell’euro, invece, impostasi la fissità dei cambi, per far fronte ai deficit commerciali, i paesi meno avanzati hanno dovuto accrescere la loro competitività mediante la riduzione dei costi di produzione, con relativa compressione salariale, riduzione dell’efficienza tecnica delle imprese, tagli agli investimenti e decremento della domanda interna, al fine di ridurre il volume delle importazioni.

Una unificazione europea strutturata sul modello economico tedesco, ed un euro creato ad immagine e somiglianza del marco tedesco, non poteva che condurre al potenziamento del paese dominante, la Germania, a discapito dell’Europa mediterranea, che ha subito un processo di destrutturazione economica e sociale difficilmente risanabile.

L’euro e il deficit italiano di produttività e investimenti

E’ aumentato inoltre il divario di produttività del lavoro tra l’Italia e l’Europa. In 20 anni la produttività italiana è cresciuta del 5%, contro il 20,6% della Francia e il 24,4% della Germania. Tale deficit di produttività viene attribuito dalla vulgata mediatica neoliberista alla mancata attuazione delle riforme del lavoro da parte dei governi italiani. E’ vero il contrario. In Italia le riforme del lavoro succedutesi dagli anni ’90 al 2014 con il Job Act, hanno accentuato la flessibilità e la precarietà del lavoro. Tali riforme hanno comportato di conseguenza, una rilevante compressione salariale, unitamente allo smantellamento del welfare e alla restrizione dei diritti sindacali dei lavoratori.

I progressivi decrementi del costo del lavoro hanno determinato un aumento del tasso dei profitti, specie nei settori della produzione a basso valore aggiunto, che non ha generato investimenti delle imprese nell’innovazione atti a realizzare incrementi di produttività. Il surplus di profitti è stato infatti reinvestito in larga parte nell’economia finanziaria e in consumi di lusso, con limitata ricaduta nell’economia reale.

Certo è che l’euro ha offerto all’economia italiana opportunità di finanziamento assai più agevolate, dato il venir meno dei rischi sui cambi e il rilevante ribasso dei tassi di interesse (10% nel ’96 – 4,6% nel ’99 – 1,51% nel 2018). Si verificata una espansione del credito che dal ’99 è cresciuto del 130%, a fronte però di una crescita del Pil di appena il 10%. La crescita del debito delle imprese non si è convertita in investimenti. Il credito facile ha consentito un abnorme sviluppo del settore immobiliare e la sopravvivenza sul mercato delle imprese meno efficienti e ad alto tasso di indebitamento, non ha certo prodotto investimenti nella produttività, che avrebbero potuto incrementare i salari.

L’euro non ha favorito lo sviluppo ma l’incremento delle rendite finanziarie e rafforzato le posizioni oligopolistiche dominanti nel mercato.

Euro, export, domanda interna e occupazione

Il sistema economico europeo, implementato sul modello tedesco, è basato sull’export. Le stesse esportazioni italiane si sono incrementate e costituiscono oggi il 3,3% del mercato globale. Tuttavia lo sviluppo dell’export, comporta una accresciuta competitività, che ha potuto essere realizzata con compressione salariale e decrescita della domanda interna a causa dei rilevanti tagli alla spesa pubblica. Nel sistema keynesiano dominante in Europa fino agli anni ’80, invece era proprio lo sviluppo della domanda interna a costituire il presupposto necessario per il potenziamento della produzione e quindi la crescita dell’export.

E la scarsa crescita registratasi in Italia negli ultimi anni è dovuta al fatto che all’espansione della liquidità non ha fatto riscontro una adeguata crescita dell’occupazione e della domanda interna: la crescita non ha prodotto una corrispondente redistribuzione dei redditi.

Anche i dati occupazionali dell’Eurozona sono assai deludenti. La disoccupazione in Italia è del 10%, la media europea è intorno all’8%. In molti paesi, tra cui l’Italia, non sono stati recuperati i livelli occupazionali ante crisi. Occorre tuttavia rilevare che la piena occupazione non rientra tra gli obiettivi istituzionali europei. La UE, così come l’euro, sono stati istituiti sulla base delle teorie monetariste della scuola di Chicago. Secondo tali teorie, esiste un “tasso naturale di disoccupazione”, in quanto l’occupazione può espandersi solo fino ad un certo limite oltre il quale, gli incrementi salariali potrebbero incidere sulla stabilità dei prezzi e quindi generare inflazione. Pertanto, “tasso naturale di disoccupazione” diviene un elemento funzionale agli equilibri del mercato e quindi necessario allo sviluppo del sistema neocapitalista. Le cause della deriva oligarchica e antipopolare dell’Europa sono dunque evidenti.

La fallimentare sperimentazione di una moneta senza stato

I 20 anni dell’euro si sono rivelati fallimentari per l’Italia e per l’Europa. Dopo la crisi del 2008 la crescita del Pil europeo è stata inferiore alla crescita mondiale. Il deficit di investimenti, unito alla politica di rigidità finanziaria imposta dalla UE, hanno condotto alla marginalizzazione politica ed economica dell’Europa nella geopolitica mondiale dominata da USA e Cina.
Dopo la prolungata fase di crescita protrattasi dal 2009 al 2018, i cui benefici sono stati effimeri per la UE, all’annunciarsi di un nuovo ciclo recessivo, l’Europa si presenta disgregata ed impreparata a fronteggiare le fluttuazioni dell’economia globale. Afferma a tal riguardo Giulio Tremonti (Il Sole 24 Ore del 06/01/2019): “La globalizzazione? Non è l’Europa che è entrata nella globalizzazione, ma la globalizzazione è entrata in Europa trovandola incantata ed impreparata: l’Europa a disegnare l’astratto mercato perfetto, le nostre imprese costrette a competere con mondi molto meno vincolati e regolati”.

L’euro ha determinato un deficit di sovranità politica degli stati, che ha reso impossibile una politica economica che favorisse lo sviluppo e la preservazione della democrazia, dell’eguaglianza e quindi degli equilibri sociali interni degli stati.

La BCE emette una moneta che gli stati membri acquisiscono a fronte di indebitamento. La stessa BCE non assume la funzione di prestatore in ultima istanza come le banche centrali degli stati nazionali. Gli stati dell’Eurozona, privati della sovranità monetaria, non possono finanziare il proprio debito autonomamente, né fissare il tasso di interesse che viene determinato dalle fluttuazioni del mercato finanziario. In tal modo si sono resi possibili i default degli stati e la crisi del debito greco ne offre una evidente conferma. L’euro è il risultato di una fallimentare sperimentazione finanziaria, che consiste nella creazione di una moneta senza uno stato che la governi.

L’euro non si identifica con un progetto politico di unificazione dell’Europa, ma con la finanziarizzazione dell’economia e la destrutturazione degli stati. Riguardo al bilancio di 20 anni del’euro afferma Giulio Sapelli (Il Sole 24 Ore del 30/12/2018): “L’euro era infatti ben più che un disegno economico. Era una utopia politica perché da sempre la moneta è stata ed è la continuazione della politica con altri mezzi.E all’euro allora come oggi, mancò di essere inteso come strumento per raggiungere una unificazione certo dei mercati, ma nel contempo una valorizzazione di ciò che fa l’Europa, un continente da tutti diverso: ossia la culla universale del pluralismo culturale e quindi linguistico, artistico, filosofico e morale. Ma per far questo occorreva creare le cattedrali dell’euro ossia le sue istituzioni che disvelassero la grandezza del progetto”.

L’Europa è dunque affetta dal virus dell’europatia. La definizione di europatia è tanto scontata quanto attuale: l’identificazione della cura dei mali che affliggono l’Europa con i mali stessi. Esiste pertanto una terapia per sconfiggere l’europatia? Non saranno le prossime elezioni europee a destituire le oligarchie finanziarie dominanti. Soltanto le tensioni sociali interne agli stati nazionali potranno alla lunga delegittimare le classi dominanti europeiste negli stati stessi. Il ripristino delle sovranità nazionali costituisce il presupposto imprescindibile per la costruzione di una nuova Europa dei popoli.

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