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La “nuova” America e i suoi fans

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Con Biden ricomincia l’“interventismo liberale”, diverso solo per dettagli tattici da quello dei Bush, per esempio, e dello stesso Trump.

Ogni quattro anni, in occasione delle elezioni presidenziali americane, sembra che debba cambiare da cima a fondo l’universo intero, tanta è la retorica palingenetica sia da parte dei due aspiranti alla carica politica più potente del pianeta che da parte dell’apparato mediatico che ne enfatizza a dismisura gli annunci messianici. Un ripetitivo rito che immancabilmente celebra imminenti drastiche discontinuità in un’azione politica da molti decenni, invece, sostanzialmente all’insegna della continuità; espressa dai due tradizionali partiti, il democratico ed il repubblicano che, pur nella loro variegata interna composizione, non presentano differenze lontanamente assimilabili a quelle (almeno fino a qualche tempo fa) conosciute dal sistema partitico europeo.

Esulando, le presenti considerazioni, da un serio resoconto in merito alla complessa vicenda storica in grado di spiegare l’assetto istituzionale americano e le specificità del suo meccanismo rappresentativo in relazione con la società, si vuole piuttosto evidenziare l’ingenua o viceversa deliberata e strumentale rappresentazione che della politica americana (anche nel suo ricorso alla stucchevole retorica di cui si è appena detto) offre quella italiana, insieme a quasi tutto l’apparato informativo che la supporta.

In primo luogo va tenuto presente (deplorandolo) il costante, poco dignitoso e sostanzialmente falso resoconto storico, nel corso di tanti decenni, dell’intervento americano nel secondo conflitto mondiale, della vicenda bellica conclusasi con la sconfitta dell’Italia e quindi col suo inglobamento, quale “alleata”, nell’apparato difensivo della Nato. Un esito, questo, forse obbligato ed allora, considerando il pericolo sovietico, persino auspicabile, che significava, comunque, per l’Italia, la condizione di vero e proprio paese satellite, ricolmo di basi militari tuttora operative e investito sotto ogni riguardo dal pervasivo modello americano, a tal punto che, quasi a riprova della strettissima vicinanza in ogni campo conseguita negli anni, di cui ci si compiace, oggi si è spesso informati meglio su eventi dell’altra parte dell’oceano che su fatti di casa nostra! Per non parlare della progressiva anglicizzazione della nostra lingua e di tanti altri evidenti noti fenomeni di colonizzazione “culturale”. Ma, soprattutto, è il motivo dell’occidentalismo e dell’atlantismo, presentato come imprescindibile, che, evocando una supposta comune civiltà politica, giuridica, economica, espressa nel paradigma della democrazia liberale di cui gli Usa sarebbero il perfetto riferimento, suggerisce somiglianze e affinità tra l’Italia (insieme all’Europa) e l’America, anche quando in verità esse sono assenti o molto meno pronunciate di quanto si vorrebbe far credere.

Nonostante questa antica, pesante dipendenza, vissuta ormai da quasi tutti i soggetti politici italiani come libera adesione ad una comune concezione di vita di cui l’America sarebbe l’esempio, sembrerebbe lecito tuttavia attendersi, nel presente, da onesti osservatori e commentatori delle cose americane, una corretta rappresentazione almeno degli aspetti meno nascosti dei disegni che indirizzano la politica degli Usa quale superpotenza planetaria. Invece, in maniera sconcertante, la mistificazione e talora la vera e propria falsificazione delle notizie, oppure la fallace interpretazione delle stesse, sono all’ordine del giorno, col risultato di offrire un erroneo quadro in cui la logica che spiega la politica americana viene applicata a quella italiana ed europea, e viceversa.

Passando da queste enunciazioni di carattere generale ad esempi concreti, eloquente è il modo in cui è stata di recente presentata la contrapposizione tra il repubblicano Trump, l’ex presidente dichiarato sconfitto alle ultime elezioni, e Biden, il nuovo presidente democratico, visti attraverso le lenti deformanti dei “maggiori” giornali italiani sedicenti progressisti, che non sanno trattenersi dall’applicare ai democratici americani lo stesso favorevole criterio di giudizio usato nei confronti dei “Dem” e della “sinistra” di casa nostra, quasi si trattasse di omogenee forze politiche. Una qualche giustificazione di ciò si potrebbe cercare nel carattere liberal di certi orientamenti all’interno del moderno partito democratico americano (una volta persino razzista!): una commistione di istanze umanitarie, di vaghi motivi socialisteggianti, di elementare assistenzialismo, che sembrano mostrare affinità con il contenitore di scampoli ideologici di diversa provenienza (liberali, cattolici, socialdemocratici) quale è il PD italiano, nato dalla confluenza di certe componenti della sinistra democristiana e delle diverse mutazioni del defunto Partito Comunista. Un tentativo di giustificazione, tuttavia, senza un effettivo fondamento, dovendo convivere, il Democratic Party, con l’impianto iperprivatistico (con la conseguente assai modesta portata dello “stato sociale”) e la vocazione capitalistica dell’economia americana, e quindi con la politica egemonica degli Usa sul piano planetario che ne è l’espressione; il che lo rende non meno o persino più aggressivo del Grand Old Party (invece, in certi momenti della sua storia e in certe sue espressioni decisamente “isolazionista”). Pertanto, presentare il partito dei Clinton, di Obama e quindi dello stesso Biden (che di quest’ultimo fu il vice) come portatore nel mondo di una visione tollerante, pacifica, aperta al multilateralismo, appare strumentale, mistificatorio nonchè pienamente smentibile.

Facilmente documentabile è, infatti, l’“interventismo liberale” (come lo chiama Alberto Negri), diverso solo per dettagli tattici da quello dei Bush, per esempio, e dello stesso Trump; un interventismo diretto o affidato a tutt’altro che raccomandabili alleati, nella costante solidarietà con qualsiasi prepotente scelta politica israeliana nell’area del Vicino Oriente. Non è lecito perciò aspettarsi niente di nuovo, rispetto agli anni di quella precedente, dall’amministrazione Biden, il cui neosegretario di Stato, Antony Blinken, come consigliere del suo predecessore nella persona di Hillary Clinton durante la presidenza Obama, era per esempio convintamente favorevole nel 2011 ad un intervento occidentale in Libia, come anche in Siria. Così pure, niente lascia prevedere un mutamento di rotta nei confronti della Turchia di Erdogan (lasciato libero da Trump nel massacro dei curdi siriani) o dell’Egitto di Al Sisi (la qual cosa, ovviamente, non disturba più di tanto i nostrani estimatori di qualsivoglia soggetto politico americano che si qualifichi “democratico”). E si potrebbe continuare a lungo, rievocando per esempio la brutalità di giudizio della Albright, segretario di stato durante il secondo mandato di Clinton, sui prevedibili micidiali effetti, anche in termini di numero di vittime tra i bambini, di una guerra in Irak, sferrata poco più tardi dal repubblicano Bush Jr., con tutte le tragiche conseguenze che sappiamo. Né potrà essere molto diversa da quella di Trump, questa volta forse con fondate ragioni, la politica commerciale di Biden verso la Cina.    

Invece qualcosa di diverso si potrebbe vedere, con Biden, nelle relazioni tra Stati Uniti d’America ed Europa, ma non già per una irresistibile attrazione che il grande animo dei Democrats (la cui crema intellettuale è concentrata sulla sponda dell’Atlantico), secondo la singolare perspicacia degli osservatori italiani, sentirebbe per il Vecchio Continente; bensì per le grandi opportunità offerte dalla scarsissima volontà politica dell’Unione Europea di rinunziare alla “protezione” americana e all’ombrello Nato per diventare ben altro rispetto al complesso burocratico-finanziario quale in effetti è. Un’anacronistica alleanza, dopo la fine dell’Unione Sovietica, considerando i reali interessi dell’Europa anche in aree dove invece diversi suoi Stati, in particolare l’Italia, si presentano armati (con ipocrite finalità umanitarie e in veste di portatori di pace e di democrazia) quale strumento dell’egemonia americana.

A questo punto due parole si impongono, allora, sul già citato ex presidente Trump, il “populista” tanto attaccato e denigrato fin da prima della sua elezione (finanche per la sua eccentrica foggia dei capelli!); non già da preferire al suo predecessore Obama e al suo successore Biden per la politica internazionale, rimasta comunque, nonostante le svolte pacifiche in Afganistan e verso la Corea del Nord, aggressiva e prepotente (ad esempio, non si possono dimenticare l’assassinio del generale iraniano Suleymani, o l’incondizionato appoggio alle scelte più oltranziste di Israele col trasferimento del- l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme).

Tuttavia, da sottolineare positivamente la sua vicinanza alla sofferente classe media americana nel contesto di un orientamento critico rispetto a molti aspetti della globalizzazione ed a certe preoccupanti dinamiche socioeconomiche e finanziarie a questa collegate, ed inoltre la sua riduttiva considerazione della Nato e dell’attuale UE. Tutte scelte volutamente sottovalutate e combattute dalla “intellighenzia” nostrana in simbiosi con un sinistrismo solo di facciata, miope e “più realista del re”, o forse fin troppo accorta nel difendere un ordine elitario in cui da tempo essa ha trovato un’ospitale nicchia. Insomma, proprio gli anni di Trump, tifoso della “Brexit” e non della Unione Europea, avrebbe dovuto spingere questa, se ne avesse sentito la reale vocazione, a mettersi sulla strada di una difesa e di una politica estera autonome, espressioni imprescindibili di uno Stato federale o confederale che sia. E invece, col tanto osannato Biden, ecco che si torna esplicitamente a quella completa sovrapposizione di europeismo e atlantismo (per cui automaticamente ogni nuovo paese dell’Unione è diventato, negli anni, membro dell’alleanza militare atlantica quale strumento della potenza egemone americana, alla quale fanno capo le stesse istituzioni finanziarie internazionali di marca iperliberista), che svela come certe celebrate e auspicate forme di messianico ed irenico universalismo, presentate anche quale spontanea e ineluttabile espressione della rivoluzione tecnologica e del mutamento dei costumi (che indubbiamente le favoriscono) si possano ricondurre invece a ben precise strategie geopolitiche tendenti a dissolvere l’identità dei paesi solo a vantaggio, sia di fatto che di diritto, di una egemonia militare, economico e culturale, che nello scenario qui esaminato è quella americana.

E poi ci si meraviglia delle pulsioni “sovraniste” che si manifestano, in varia forma, sul terreno di diverse culture politiche!

 

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