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Eurasia e Tradizione, il postmoderno di Aleksandr Dugin

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Oltre il liberalismo (di destra e di sinistra), oltre il comunismo ed oltre il fascismo (in tutte le sue declinazioni internazionali), Dugin impara la storia, ma sa utilizzarla come cosa viva nel suo rintracciare il momento di rottura: la “metafisica del Caos”.

La necessità di dare una risposta alla decadenza dell’Europa impone a ogni tipo di contro-cultura di setacciare tutte le possibilità date dalla storia, dalla geografia e dal pensiero europei, per dare forma a nuove idee, nuove soluzioni, o come meglio si dice, “nuove sintesi” di antichi valori. Il fine è quello di rimettere in piedi a qualunque costo una civiltà disintegrata in maniera pressoché irreversibile dall’egemonia politica delle corrosive “sinistre” cosmopolite. In un tale contesto, Alexandr Dugin rappresenta uno dei pochi momenti ideologici in cui il pensiero europeo del Duemila è stato in grado di darsi una fisionomia e un obiettivo ed è oggi nella posizione di costituire un’alternativa non solo ipotetica. Con lui, si tratta di vedere cosa si può fare, dopo che il pensiero, diciamo così, dell’uomo bianco, si è sfibrato in un paio di secoli di tensione politica continua, pervenendo infine, con l’attuale predominio del mondialismo illuminista, alla fase finale della crisi dell’Occidente, che un secolo fa Spengler segnalò con la sua prognosi precoce. Per la verità, con Dugin si tratta propriamente di un’uscita dall’Occidente e dal significato stesso di Occidente, reso irriconoscibile e anzi ostile ad una vera Europa proprio per la sua ormai totale identificazione con l’atlantismo e le politiche capitalistico-internazionaliste. Come già avvenne decenni fa nel processo di evoluzione politica che portò alla Seconda guerra mondiale, pensare all’Europa come anti-Occidente e come riconquista di un patrimonio autoctono significa programmare uno scontro ideologico planetario, in grado di concepire ciò che si chiama identificazione: chiarire chi si è, dare contorni precisi all’idem, al noi comunitario, e quindi, necessariamente, definire ciò che non si è e non si intende diventare.

Il discrimine posto alla base di ogni ragionamento, e da Dugin considerato al fondamento di una nuova riacquisizione di termini politici universali, è l’idea di tradizione. La tradizione essendo l’identità in tutto il suo dispiegarsi di forma, destino e storia, ecco che in essa si accentra la possibilità di una tenuta culturale, che disinneschi e vada oltre le minacciose derive della modernità. Il compito è quello di controllarla, questa modernità, di circoscriverla. Al limite, evolianamente, di cavalcarla per padroneggiarla e alla fine domarla. Noi sappiamo che, non per caso, Evola è stato uno dei punti alti della formazione di Dugin, e questo ci spiega anche lo sviluppo stesso del suo pensiero.

L’attuale approdo alla Quarta Teoria Politica, da Dugin prospettata come culmine di una progressiva presa di possesso di motivi ideologici, ha in sé un andamento evoliano, anche solo in riferimento alla possibilità, che Dugin sottolinea, di concepire l’influsso sulla realtà in termini di azione. Realismo, è la parola. La “Via della Mano Sinistra”, direbbe il saggio, si impone come saliente di un interventismo che mai deve abbandonarsi alla fase contemplante, dando all’azione, all’incisione della volontà nella realtà, il senso di un dovere esistenziale.

Molto di ontologico, di “esistenzialista”, anche di heideggeriano, è infatti in Dugin. Ad esempio, la sua accettazione del Dasein come essere-nel-mondo in qualità di soggetti e non oggetti, nello svolgersi di una volontà di realismo fredda, agganciata al logos più che al mythos, avendo di mira la costituzione di un tipo umano adatto alla lettura del reale. E c’è chi ha parlato, a proposito di questa ontologia presente nella Quarta Teoria Politica duginiana, di vera e propria “antropologia esistenziale”. Ci vuole un uomo nuovo, di spessore altro rispetto al borghese universale, per sospingere la realtà fino alla sua massima contraddizione. Ci vuole una volontà nuova, per affondare lo sguardo fino in fondo e per accompagnare la post-modernità fino alla sua finale disintegrazione. Favorire l’avvento del Kali-Yuga, insomma, fare, cioè, del nichilismo attivo, come già indicava Nietzsche, battere i nichilisti del progressismo cosmopolita sul loro stesso terreno, affrettandone la catastrofe. C’è del nuovo, in tutto questo? O si tratta di parole, idee, già sentite, di affreschi epocali già un giorno osservati? Certo, tutto è già stato detto, assimilato, e tutto è già in circolo da un pezzo. Ma credo non interessi fare una novità della contro-ideologia anti-mondialista, e quindi di Dugin. Più che la novità, qui interessa la verità, cioè la tenuta del perenne.

Ma nuovo, in ogni caso, ed anzi nuovissimo, è lo sforzo compiuto da Dugin per tenere legati tra loro certi significati, per impedire che precipitassero nella discarica della storia sepolti dall’odio biblico che sempre si scatena non appena certi valori paiono tener duro. Il comunitarismo identitario tradizionale, innestato sulla conservazione del contatto col suolo, il legame che si istituisce fra grande spazio esistenziale e convivenza imperiale di etnie solidali: questa la formula, che va oltre la rivoluzione e la conservazione, semplicemente fondendole in un’unica formazione politica di contrapposizione alla mondialità sfigurata.

Dugin maneggia materiali antichi, è vero, lavora con gli arcaismi, ma elabora anche soluzioni trasgressive rispetto alle formule già sperimentate nel passato. Oltre il liberalismo (di destra e di sinistra), oltre il comunismo ed oltre il fascismo (in tutte le sue declinazioni internazionali), Dugin impara la storia, ma sa utilizzarla come cosa viva nel suo rintracciare il momento di rottura: la “metafisica del Caos”,la condizione proposta come terreno sul quale giocare le possibilità del futuro, è pregna di spirito combattivo e oppositivo, si propone come un climax ideologico. Lo sfacelo della post-modernità lo si accetta per ciò che è, da qui occorre ripartire per deviare la marcia progressista e riconvertirla nel suo contrario. Si direbbe un’operazione di ingegneria politica e sociale per spiriti rivoluzionari, plasmati dal desiderio di conservare ciò che ancora può palpitare di vita: il solidarismo di stirpe, la comunanza di storia, suolo e destino.

Cos’altro? La volontà del simile di chiamare a raccolta il simile.
Per identificare, occorre pertanto definire, delimitare, appunto porre limiti. L’Eurasia è lo spazio duginiano individuato come essenziale, per una riconquista umana dell’identità. Qui si gioca il destino di una storia e di una famiglia di popoli e culture. L’impero è il luogo di vita e sviluppo di una “antropologia pluralista” che, se da un lato rifiuta l’universalismo cattolico-progressista-liberale, dall’altro assicura protezione a etno-culture complementari.

Dugin, nel delineare la filosofia politica dell’Eurasiatismo, pensa alla compartecipazione di realtà varie – essenzialmente, la russa e la turanica – padrone del loro spazio geo-storico macro-continentale in grado, dal punto di vista della grande politica mondiale, di assicurarsi il ruolo antagonistico nei confronti dell’impero marittimo atlantista. Come ognuno vede, riverbera, in queste inquadrature geopolitiche duginiane, qui appena accennate, il lavoro concettuale di sponde ideologiche prossime a ciò che si è chiamato Rivoluzione Conservatrice, laddove, con Schmitt e la sua teoria della contrapposizione Terra-Mare, oppure con Moeller van den Bruck o con i nazionalbolscevici, col loro guardare allo spazio russo come all’alleato di una Germania anti-atlantista, si configurava l’alternativa cardinale alla forzata canalizzazione dell’Europa tra le braccia liberali dell’Occidente democratico. E difatti Dugin può ben essere pensato come un continuatore, un prolungatore, di certi posizionamenti rivoluzionario-conservatori dell’epoca precedente alla Seconda guerra mondiale.

La coniugazione dei valori, in ogni caso, diventa terapia politica da adattare alle contingenze: Dugin, nemico degli internazionalismi e degli universalismi astratti, parla la lingua concreta di chi fa filosofia, ma politica, di chi concepisce anche dosi di escatologia messianica e di ortodossia religiosa, ma ben legata al concreto volontarismo di un certo popolo, di un insieme di popoli, precisi e individuati. Dugin è un russo, e si occupa di Russia. Non redige ricette universali, non presenta formule indifferenziate. Sa lui a chi rivolgersi:

“Per il mio paese, la Russia, la Quarta Teoria Politica ha un enorme significato pratico. La maggior parte del popolo russo percepisce con sofferenza l’integrazione nella società globale come una perdita d’identità Il popolo russo ha quasi del tutto respinto l’ideologia liberale degli anni ’90, ma è anche evidente che un ritorno alle ideologie politiche illiberali del ventesimo secolo, come il comunismo o il fascismo, non è una prospettiva probabile, dacché queste ideologie hanno già fallito e si sono provate indegne della sfida che è opporsi al liberalismo, per tacere dei costi umani del totalitarismo”.

È quindi ben chiaro lo sforzo individuante di Dugin. Egli porta la critica alla civiltà mondiale (che ormai è il modello occidentale esportato e imposto, e accettato di buon grado, e assurto a funzione universale indiscussa) sul terreno del fallimento del sistema americano generato dall’ottimismo quacchero-illuminista.

Dugin getta lo sguardo nell’anfratto che separa le buone intenzioni propagandistiche del mondialismo dalle sue pratiche realizzazioni, basate sulla violenza e la prevaricazione e segnate dalla vecchia, insuperata e per nulla “liberale” barbarie. E così sottolinea «la differenza impressionante tra i comportamenti concreti degli stati e delle società, pieni di guerre, oppressione, crudeltà e ferali scoppi di terrore, che si traducono in sempre più gravi disordini psicologici, e le pretese razionalistiche di un’esistenza armoniosa, pacifica ed illuminata nel segno del progresso e dello sviluppo».

È evidente, con ciò, che andare oltre il liberalismo, il comunismo, il fascismo, e proporre una Quarta Via di liberazione dalle catene ideologiche del Novecento, può significare riattualizzare i patrimoni eterni della comunanza. Ciò che Dugin rivendica, in qualità di comunanza di storia, di suolo e di destino. Il superamento del nazionalismo è concepito come un allargarsi alla dimensione dell’impero, realtà che lega i simili tra loro. Ciò non è per nulla una negazione del dato etnico, ma il suo armonizzarsi entro una famiglia politica di esperienze distinte ma consimili. È insomma l’impero, una struttura sovranazionale che non nega la nazione, ma appunto la ingloba, ponendo un freno, un limite anche psicologico, alle tragiche utopie dell’illimite universale.

Allievo in certo modo di Lev Gumilëv, il patriarca della geopolitica eurasista, Dugin tuttavia sfugge alle antiche scuole caricando la sua inquadratura di apporti più eversivi rispetto all’ordine mondiale: pensiamo alla sua vicinanza, più volte ribadita, con la galassia del radicalismo europeista dei Thiriart, de Benoist, Steuckers, Mutti. A ciò si deve, probabilmente, quel dosaggio duginiano tra nazionalismo grande-russo e pan-turanismo eurasista, che costituisce l’arma più efficace e rivoluzionaria al servizio di un pluralismo planetario anti-occidentalista.

Il protagonismo politico del Cuore della Terra (la Heartland del vecchio geopolitico Mackinder), modernamente ripensato, non è che la nuova funzione collaborativa e integrativa fra la Foresta, cioè il mondo slavo, e la Steppa, cioè il mondo turanico euroasiatico, che comprende anche fratellanze etniche solidamente e completamente europee, come Finlandia e Ungheria. Questa saldatura costituisce lo spazio imperiale a cui Dugin attribuisce qualità antagonistiche rispetto al progetto del mondialismo universale. Alla ricerca di amici in un pianeta dove la lotta per l’accaparramento delle risorse si fa sempre più serrata, nel comparire di sempre nuovi soggetti geopolitici mondiali, il modello eurasiatista proposto da Dugin, per quel tanto di “gnostico” e di idealista che contiene, non è tanto un’opzione culturale fra le altre, ma proprio un destino inevitabile, se non si vuole il finale soccombere della diversità nel calderone egualitario.

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