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L’ARTE ASTRATTA E LA FINE DEL CICLO STORICO

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L’arte astratta ha destabilizzato la società occidentale più delle bombe anarchiche e più dell’offensiva delle Ardenne. L’ha corrosa dall’interno, l’ha resa marcia. Matura per il crollo finale.

L’incredibile durata della sua agonia porta l’Europa, e il mondo occidentale in genere, ad assistere, ben oltre la crisi della civiltà, a ciò che potremmo chiamare semplicemente la fine. È stato tutto molto bello, dai, ma oggi non c’è più nulla. Inutile il rimpianto. Morte della civiltà ha significato dalle nostre parti morte dell’intelligenza oltranzista, la mente che sa andare oltre disegnando affreschi di potenza o impotenza rinnovante.

Esemplare di questa catalessi della creatività è la preponderanza grottesca della tecnologia, fenomeno un po’ assurdo e un po’ paradossale, ma molto concreto. La tecnologia digitale ha finito con l’assorbire tutte quante le energie creative, demolendo ogni facoltà di accedere – come in antico e fino a ieri – ai mondi paralleli dell’invenzione spirituale, della produzione ideale. La vera dimensione del virtuale essendo l’immaginazione volitiva, creativa di essenze e realtà altre rispetto al mondo della realtà vissuta, noi verifichiamo che la virtualità – ormai tutta e soltanto presente nella meccanica della digitalizzazione – è uscita dall’intelligenza per accasciarsi nei mondi spenti della replicanza. Il digitale non crea, ma replica la materia inerte di una visione prodotta fuori dalla natura, che non scaturisce dal cuore umano, ma dalla combinazione dei pixel. È come se la logica dell’algoritmo governasse le menti, le razionali come le astratte.

Tutto quanto accade nella fase attuale della connessione digitale fu con esattezza preannunciato dalla necrosi artistica vissuta dal Novecento europeo. La sconnessione dei corpi e delle menti, ben rappresentata dall’arte astratta delle cosiddette avanguardie, ha annunciato a gran voce e con parecchio tempo d’anticipo che l’iperconnessione della rete odierna corrisponde con esattezza all’annullamento del contatto umano tra le persone. Ben prima della contaminazione epidemica del Covid, si è ottenuto l’isolamento di massa tramite la liquidazione del senso estetico e dell’etica: il brutto, una volta dichiarato bello, ha vinto la partita, e si è tirato dietro tutto il resto. L’eccesso di produttività tecnologica ha essiccato ogni altra unione di volontà e spirito ed ha espulso dalla realtà la bellezza del tragico/sublime.

Del resto, dopo che l’arte informale e astratta del Novecento aveva piallato l’ispirazione e assuefatto al brutto, una nuova evoluzione/rivoluzione non avrebbe potuto prodursi, se non nella finzione della macchina, quale che fosse.

Oggi siamo lontani dall’estetica sovversiva che fu dei futuristi, che paragonavano un motore d’automobile alla Nike di Samotracia. Quella era, appunto, pur sempre un’estetica. Oggi quell’arte cinetica è scomparsa sotto il peso di un vuoto culturale ormai senza più limiti. Ma tutto cominciò dall’odio verso la natura e verso la bellezza.

Qui fermentarono la nevrosi e l’ossessione. Si mise in gioco l’intelligenza. E questa, come accade con la droga, con l’alcol, messa a contatto con elementi distruttivi, si disintegra, va in mille pezzi. Uno di questi pezzi è stato il cubismo.

Il cubismo, come diceva Jean Cassou, è stato un movimento intellettualista all’estremo, del tutto alieno dalla natura. Questo, per molti osservatori già basterebbe. Eppure, anche in questo estremo vizio del cervello illuminista, in questo estremo tradimento dell’uomo, fermentano, come nell’assurdo di Camus, antichi o nuovi frammenti di verità. La sperimentazione, che è il segreto del progresso materiale, è stata anche il segreto del regresso artistico. E il cubismo, e con esso tutta l’arte d’avanguardia, era (poiché oggi non esiste più neppure un’arte d’avanguardia, semplicemente non esiste più un’arte) era, dunque, un piccolo sommovimento tellurico affidato al tentativo. Che, qualche volta, accozzava senza saperlo valori e significati da prendere in qualche considerazione, anche se solo in certi momenti di estremo relax.

La geometria cubista, per dire, è un gioco per annoiati. Altre volte è un alibi. Braque e Picasso sapevano disegnare, erano bravi pittori. Vollero da se stessi abbandonarsi ad altro. Molti altri, cattivi disegnatori o pessimi pittori, divennero cubisti e artisti informali solo perché non potevano essere null’altro. Il gioco dell’intelligenza portava i pittori ad avere complici fra gli scrittori, e fu così che Apollinaire, Cocteau o Max Jacob poterono far parte della cerchia. Si formò una specie di club. Come i giacobini.

Come, prima di loro, i liberali inglesi. Ma cosa voleva il cubismo? Il superamento della forma, si dice. E infatti la superarono con le linee, gli incroci, i quadrati. Ed era pur sempre qualcosa. In fondo, la geometria è qualcosa di esatto, di preciso. Ma si volle ancora di più. La disintegrazione persino della linea retta portò all’astrazione suprema. All’assenza di tutto ciò che tiene in piedi la rappresentazione pittorica. Forma, proporzione, prospettiva. La geniale soppressione dell’estetica significò la guerra parallela portata all’arte, nel mentre per la musica con la dodecafonia, per la poesia con l’ermetismo, per il pensiero umano con lo strutturalismo, si provvedeva a introdurre altrettanti elementi di distruzione: tutto ciò che è umano viene liquidato, tutto ciò che è naturale superato, contraddetto, nullificato.

Ma anche tra le maglie del delirio l’analista rinviene talvolta tracce di luce. L’andare oltre, dopotutto, ha sempre avuto un suo fascino. Anche a costo di sprofondare nel nulla. Il cubismo come un Tao. Evola docet. Oltrepassare il nulla e andare oltre.

Attraversare il vuoto della mente per recarsi alla pienezza dell’essere. Non farsi travolgere dai sottomondi, ma padroneggiarli. Non precipitare nel nonsenso, ma agire su di esso per risalire la china della creatività. Morire, in altre parole, per rinascere. Vie esistenziali. Percorsi iniziatici. Antico metodo misterico. In questo senso, Kandinskij o Mirò, Mondrian o Malevic, nella loro notte scompositiva e nell’accozzo dei loro giochi di colore, hanno un loro significato. Ci insegnano sin dove l’assurdo, oppure il surreale, possono condurci.

Se il mondo post-moderno è un progressivo scivolamento fuori dal senno, nulla più dell’arte astratta, che tale movimento incarnò già più di cent’anni fa, può ben rappresentarcelo.

Il grido di disperazione dell’uomo finito, quale risuonava nel Dada, portava dentro di sé l’onnipotenza della demenza, che è sempre rivoluzionaria, sovversiva, oppositiva. Il messaggio d’anarchia che veicolavano queste tendenze non erano scherzi da prendere alla leggera. Il Dada, così come il surrealismo, sono stati mine ad alto potenziale, collocate sotto il cuore mal-pulsante, e già sfiancato e indebolito, della società europea del Novecento. Quelle mine, piazzate con così tanto acume, hanno fatto più danno di quanto si possa immaginare al sistema politico-culturale dominante. L’arte, si dirà, è un aspetto secondario. Non è così. Anche a livello inconscio, anche solo subliminale, il messaggio corre vigoroso e si attacca alla retina come una visione permanente. Non esiste più una verità, non ci sono più limiti, l’alto è il basso e il basso è l’alto…

Gli uomini imparano a convivere col brutto. I cittadini si specchiano nell’informe. E alla fine gli piace. E se ne compiacciono, ne parlano tra di loro.

L’arte astratta ha destabilizzato la società occidentale più delle bombe anarchiche e più dell’offensiva delle Ardenne. L’ha corrosa dall’interno, l’ha resa marcia. Matura per il crollo finale. Per questo, se non fosse per altro, è un male mandato dagli dèi, a fin di bene. Una punizione contro Sodoma e Gomorra, che se lo meritavano da un pezzo.

È da questo punto di vista che dobbiamo giudicare tutte le sciagure intellettuali e ideologiche che hanno colpito il mondo occidentale nell’ultimo secolo. In realtà, sono benedizioni.

Affrettano la fine. Accorciano il dolore dell’agonia. Per questo, la genialità psicanalitica di un fenomeno, mettiamo, come il surrealismo, lungi dall’essere combattuta, avrebbe invece dovuto esser favorita da chiunque avesse o abbia a cuore la tradizione europea. Il surrealismo, si dice, scoprì l’inconscio. S’interessò dei maestri zen…Breton scrisse al Dalai Lama… Nello stesso momento, Paul Eluard e Louis Aragon divennero marxisti, e la crisi capitalista del 1929 li fece certi che una nuova società alternativa andava trovata, anche a colpi di pennello.

Che fine hanno fatto queste elucubrazioni di intellettuali abbandonati a se stessi? Oggi ogni anche più flebile volontà di contrasto è introvabile. E i grandi sovversivi di ieri, sono oggi le colonne della società liberale.

Se quindi parliamo di avanguardia artistica come momento di lotta rivoluzionaria contro il sistema capitalista, poiché così era considerata, dobbiamo parlare di un’occasione mancata, di una rivoluzione mai portata fino in fondo e presto tradita. La domanda, su quanto contribuiscano, l’intellettuale o l’artista di sinistra, alla critica e quindi alla lotta contro un sistema di potere, rimane sempre inevasa. Quelli ti sgusciano tra le mani. Li lasci sul saliente rivoluzionario e sovversivo e, non fai in tempo a girarti, che sono già ai piedi del potere finanziario capitalista, con l’aria di esserci sempre stati. Sono fatti così. Non possiamo fargliene una colpa più di tanto. Il loro è un gene.

Anche Grosz, anche Dix o Brecht dissero di essere i nemici della borghesia, facevano l’irrisione del grande borghese, poi, tutti in fila, si acconciarono senza un filo d’eroismo ad ogni sorta di status quo. Dix finì prima nella Wehrmacht come soldatino anonimo, poi tranquillo artista nella Germania di Adenauer. Come lui, anche Grosz, dopo il suo febbrone per l’America (i comunisti di ogni epoca sono famosi per amare la patria del capitalismo) si ridusse a ubriacone addomesticato nella Germania del miracolo economico. Brecht, da parte sua, spense i suoi fuochi rivoluzionari nel grigio conformismo della DDR. Un destino di retroguardia per chi aveva fatto dell’avanguardia solo un atteggiamento. Fatto sta che spesso il surrealismo, l’astrattismo e gli innumerevoli altri “ismi” vicini al comunismo e ai suoi derivati ha significato l’anti-natura, l’odio per l’uomo, l’ossessione per qualche frase fatta e poco di più. Questa la decantata “Nuova Oggettività”.

Beth Irwin Lewis, biografo di Grosz, ha scritto che il disegnatore espressionista/surrealista, il grande sarcastico, che aveva in odio militari, pescecani, borghesi, alla fine della sua vita «era l’uomo più triste d’Europa». Morì ubriaco fradicio, tornando una notte verso casa. Sbagliò anche l’ultima mossa: invece di aprire la porta di casa, aprì quella della cantina, precipitò per le scale e lì rimase.

Lo trovarono i vicini di casa, la mattina dopo, cadavere. La più irrisolta contraddizione del sistema capitalista borghese era lì rappresentata, in fondo a quella scala: l’impossibilità che un’ideologia comunista, quale che sia, riesca a fare qualcosa di più di morire capitalista e borghese. Così sono finite le avanguardie della marcia Europa del Novecento. Quello che è stato dopo, in questi ultimi vent’anni millennial, è un’assenza neppure dolorosa, neppure sofferta. Non c’è più nemmeno il tradimento, nemmeno la degenerazione. Siamo oltre. Un lungo vuoto pieno di nulla.

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