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LATRATI ALLA LUNA

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La “Duplice” sindacale, senza la Cisl, critica le scelte fiscali del governo Draghi, indice lo sciopero generale, ma non sbatte la porta. Le velleità politiche delle organizzazioni sociali dietro una reazione altrimenti ingiustificata.

La recente manovra economica dell’esecutivo Draghi finalizzata, attraverso l’utilizzo di 8 miliardi di risorse (7 per l’Irpef e 1 per l’Irap del lavoro autonomo), alla riduzione del prelievo fiscale è stata giudicata irricevibile da una parte del sindacalismo confederale. Cgil e Uil sul tema della rimodulazione delle fasce di reddito e delle relative aliquote di imposizione hanno deciso di rompere il tavolo sindacale unitario e proclamare otto ore di sciopero per il 16 dicembre. Prevista, ovviamente a Roma, anche una manifestazione nazionale di protesta.

La valenza socio-politica dell’argomento sul tappeto, e dunque del conseguente strappo negoziale, è evidente. A finire nel mirino dei segretari generali di Cgil e Uil è stata, difatti, la ricaduta del beneficio fiscale della riforma: 3,3 miliardi a favore della fascia di reddito fino a 28 mila euro; 2,7 miliardi ai redditi compresi tra 28 e 50 mila euro; 1 miliardo alle altre due fasce.

In forza di una innegabile piramide reddituale, il vantaggio per i segmenti più bassi sarà oggetto di ripartizione tra un numero molto maggiore di contribuenti, determinando un taglio di imposta quantificato in circa 150 euro medi annui, ben inferiore a quello concesso all’odiato ceto medio. Se a questo si aggiunge il mancato “contributo di solidarietà” proposto da Draghi che avrebbe dovuto colpire con finalità redistributive i redditi superiori a 75 mila euro, ma bocciato in Consiglio dei ministri ad inizio dicembre, si comprende la motivazione della citata reazione sindacale.

Le relative argomentazioni poggiano sulla critica di una ripresa economica che produce “ulteriore concentrazione di ricchezza, l’aumento di sfruttamento, precarietà, povertà” e sulla denuncia che “non un solo centesimo [del Pnrr] è speso per garantire davvero l’eguaglianza sociale”. Queste le parole con cui Giorgio Cremaschi, ex segretario nazionale della Fiom, ha fornito il suo appoggio alla mobilitazione promossa da una frazione del sindacato. Maurizio Landini, da parte sua, ha sostenuto che “dalla pandemia non si esce con le stesse ingiustizie, ma con un nuovo modello sociale e di lavoro. L’obiettivo è la costruzione di una nuova giustizia sociale ed economica”.

La situazione, tuttavia, crediamo che esiga interpretazioni più complesse e non circoscritte ad una lettura ideale e stereotipata del ruolo sindacale sintetizzabile in una richiesta di difesa per i più deboli. Landini infatti ha aggiunto che “lo sciopero non esclude il dialogo”. Le parole del segretario della Cgil e quelle di Cremaschi apparse sul “Il Riformista” dell’8 dicembre confermano l’evidente rilievo politico, e non solo economico, della partita in corso di svolgimento.

L’irruzione di Forza Nuova nella sede della Cgil di due mesi fa assurse ai nostri occhi a manifestazione visibile di una simbiosi tra manovre governative antipartitiche ed ambizioni politiche di un sindacato desideroso di occupare gli spazi lasciati liberi dall’arretramento sociale, ideologico e culturale dei soggetti politici. Il taglio alle imposte, benché parziale, operato dal governo è stato pertanto percepito dalla parte rivendicativa del sindacato non solo come un pericoloso scavalcamento della istituzionale funzione negoziale, ma soprattutto come il disconoscimento di quel faticoso e delicato percorso di sostituzione e popolamento di territori abbandonati dai partiti sul quale soprattutto a Corso Italia si fa affidamento. Da qui – secondo noi – la reazione stizzita e la proclamazione dello sciopero. Fino a nuovo ordine.

 

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