Home politica estera LE MANI DELLA CINA SULLE AZIENDE ITALIANE

LE MANI DELLA CINA SULLE AZIENDE ITALIANE

345
0

La Cina, ha un solo obiettivo: la conquista dell’egemonia mondiale. Ci stiamo facendo colonizzare. E nostri politici si dividono solo tra i filo – americani, tra coloro che vorrebbero dialogare con la Russia e tra quelli che desiderano appoggiarsi alla Cina.

Nel giugno del 1992, sul panfilo “Britannia” di proprietà della Regina Elisabetta ci fu una riunione alla quale partecipò il gotha del sistema finanziario e bancario internazionale e, da parte italiana, esponenti politici, come Ciampi, Amato, Tremonti e Dini oltre a grand commis, tra i quali Prodi e l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Durante questa crociera, nelle acque prospicienti l’isola del Giglio, si pianificarono tempi e modi di vendita delle aziende di proprietà statale dando così inizio alla stagione delle privatizzazioni che sembra non finire mai soltanto che ora gli acquirenti arrivano anche dall’Estremo Oriente. In quasi trent’anni molte, troppe, aziende italiane, pubbliche ma anche private, sono passate in mani straniere.

Nel primo decennio del nuovo secolo, in un clima di crisi economica, l’ennesima, iniziata nel 2007/2008, l’enorme liquidità cinese è stata accolta dai nostri imprenditori e manager come una manna dal cielo per risolvere problemi di bilancio o utilizzarla per investimenti infrastrutturali, aprendo così le porte all’ingresso nel circuito economico nazionale di società della Repubblica Popolare con la loro partecipazione al capitale di molte aziende. Questo flusso di denaro è iniziato a circolare in sordina, senza proclami e senza troppa pubblicità perché la Cina era ancora tenuta fuori dalle organizzazioni e dai consessi economici internazionali, tuttavia la sua incidenza nel nostro tessuto economico ha avuto un peso sempre crescente.

Nel 2001, la Cina è stata ammessa nel WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, con la vana speranza che il suo ingresso potesse avvicinare questa grande potenza all’Occidente per aiutarlo a combattere il terrorismo internazionale dopo gli attentati dell’11 Settembre e, nello stesso tempo, favorire la sua evoluzione democratica. In realtà, mentre è rimasto immutato il regime illiberale, questo sdoganamento ha dato il via libera agli appetiti di Pechino, alimentandone le mire egemoniche. La Cina, mutatis mutandis, è tornata agli antichi fasti imperiali con il segretario del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping, nelle vesti di imperatore, dopo l’abrogazione della norma che ne impediva la rielezione dopo due mandati.

La Cina, rappresenta un unicum nel panorama mondiale, in quanto Stato, Partito, Governo, intelligence, potere economico e militare, hanno tutti un solo obiettivo: la conquista dell’egemonia mondiale. Per raggiungerla, si servono di tutti i mezzi di cui dispongono, leciti ma anche illeciti, utilizzando spesso armi non convenzionali quali gli attacchi da parte di hacker o provocando pandemie mondiali. Non può essere un caso se SARS e Covid siano nati nei loro laboratori, anche se da Pechino si è sempre negato proprie responsabilità, trovando complicità nelle organizzazioni internazionali che non hanno voluto o potuto approfondire le modalità con cui sono nati e si sono sviluppati questi virus. I dubbi, comunque appaiono più che legittimi.

In un primo momento, i cinesi si sono introdotti nella nostra economia attraverso ristoranti e negozi puntando su prodotti molto economici. L’acquisizione successiva di aziende tessili ha fatto crescere la loro presenza nel settore dell’abbigliamento tanto da permettere loro di raggiungere il monopolio nella distribuzione dei capi di vestiario, sia ai mercati che nei negozi, monopolio che sono riusciti a strappare alla comunità ebraica che lo aveva detenuto fino ad allora. Negli anni la loro presenza in Italia è cresciuta in modo esponenziale ed oggi possiamo dire che rappresentano una presenza molto rilevante nel nostro tessuto economico. Alla fine del 2019 erano presenti in Italia 405 gruppi cinesi, di cui 270 della Repubblica Popolare Cinese e 135 con sede a Hong Kong. Le aziende italiane partecipate sono 760, con circa 43.700 dipendenti e con un giro di affari di 52,2 miliardi di euro. Non tutte le imprese cinesi operanti in Italia sono pubbliche ma abbiamo visto come per Pechino la differenza tra pubblico e privato sia molto labile. Queste aziende sono proprietarie o detengono pacchetti azionari di società che possiamo definire strategiche per una nazione. A StateGridv è stato permesso di acquistare il 35% del capitale di CDP Reti, la finanziaria che controlla quote di circa il 30% delle nostre reti energetiche Snam, Terna e Italia.

China National Chemical Corporation ha acquistato il 45% delle azioni Pirelli, con diritto di esprimere il presidente, mentre la Shanghai Electric Corporation possiede il 12% di Ansaldo Energia. La privata CK Hutchison Holding Limite di Hong Kong possiede Wind Tre che vale il 30% del traffico telefonico in Italia. La Haier Group Corporation controlla la Candy, marchio storico di elettrodomestici di Monza mentre la Weichai Power Company Limite dal 202 detiene la maggioranza azionaria del Gruppo Ferretti, multinazionale della cantieristica navale. People’s Bank of China, la banca centrale della Repubblica Popolare Cinese, possiede quote di Eni, Tim, Enel e Prysmian, azienda specializzata nella produzione di cavi per applicazioni nel settore dell’energia, delle telecomunicazioni e di fibre ottiche. Altre società cinesi hanno partecipazioni di minoranza in Intesa S. Paolo, Saipem, Moncler, Salvatore Ferragamo.

La Cina cerca di espandersi sempre di più e nel 2017 aveva raggiunto un accordo di cooperazione tra le agenzie spaziali cinese ed italiana, dopo la visita di Mattarella, accordo che è stato poi annullato nel 2019 per pressione dei paesi aderenti al Patto Atlantico perché comportava il rischio che Pechino mettesse le mani sulle tecnologie Nato. Nel 2019 l’Italia ha firmato un altro memorandum d’intesa con il governo cinese a sostegno della via della seta secondo il quale aziende della Repubblica Popolare Cinese avrebbero potuto acquisire un ruolo chiave in porti italiani. Anche in questo caso, la reazione dei paesi dell’Ue ha provocato una battuta d’arresto. Battuta d’arresto della quale, evidentemente, non è stato interessato il porto di Vado Ligure, importante scalo europeo per lo sbarco della frutta, per il traghettamento verso Corsica, Sardegna e Nord-Africa e porta di accesso meridionale dell’Europa alle merci trasportare via mare. In questo snodo fondamentale, infatti, i cinesi hanno potuto comunque mettere piede, rilevando delle quote.

La via della seta cinese coinvolge infatti anche i porti europei. Nel 2008 quando è stata rilevata la gestione del porto del Pireo per 35 anni in cambio di 4,3 miliardi di euro.

In Italia la Cosco, nel 2016, ha comprato il 40% del porto di Vado Ligure per 53 milioni di euro. La Cina in Italia vuole creare l’“Alleanza dei Cinque Porti”, col progetto di coinvolgere Venezia, Trieste, Ravenna, il porto sloveno di Capodistria e quello croato di Fiume. La Cina compra i porti europei perché vuole creare una via commerciale che congiunga i mercati orientali con le nazioni del centro Europa per l’export del made in China. Anche Gioia Tauro e Taranto sono nel mirino dei cinesi. Nei mesi scorsi, a Gioia Tauro, sono stati messi al lavoro 6 tra le gru più grandi del mondo che possono trattare 22mila tonnellate di merci. E in futuro potrebbe diventare realtà l’interesse cinese per il porto di Taranto.

Pechino cerca di sfruttare ogni occasione per venire in possesso dei segreti industriali, soprattutto nel campo dell’alta tecnologia. È di questi giorni la notizia della denuncia della Guardia di Finanza per i sei manager, tre italiani e tre cinesi, dell’azienda friulana Alpi Aviation per violazione della legge sull’export militare. La Alpi Aviation eccellenza nella produzione di droni militari, aeromobili e veicoli spaziali – tra i fornitori delle nostre FF.AA. e di Leonardo – era stata rilevata, attraverso la triangolazione con una società offshore, da due importanti società statali cinesi.

In moltissimi casi sono imprenditori italiani a fornire campioni di articoli di ogni genere alle aziende cinesi affinché queste li riproducono a prezzi inferiori. Da molti anni il mercato italiano è invaso da prodotti cinesi di scarsissima qualità a prezzi molto più bassi di quelli che possono praticare le aziende italiane che ne stanno pagando le conseguenze in termini di fatturato e marginalità.

La politica espansionistica di Pechino, specialmente in Africa e sud – America, ha permesso alla Cina di poter disporre di enormi quantità di materie prime di ogni genere e di essere in grado di speculare sulla vendita delle stesse. Controlla fino a circa l’80% della processazione di cobalto, il 90 % della produzione di litio, così come quella delle cosiddette “terre rare”. Questo colosso globale può fare e disfare a suo piacimento di ogni genere di materiale. In questi ultimi mesi li sta facendo sparire per poi farli riapparire a prezzi maggiorati ed in quantità molto inferiore alla domanda consentendole di guadagnare di più vendendo di meno. Per la fornitura di ferro o di ottone la consegna è prevista non prima di marzo 2022. Di molti prodotti, in Italia, il prezzo viene stabilito al momento dell’ordine ed in alcuni casi addirittura alla consegna. Stanno speculando su tutto: fino a pochi mesi fa, il costo di un container per il trasporto di materiale dalla Cina fino ai nostri porti era di circa 4.000 euro, oggi si aggira attorno ai 16.000 euro.

Ci stiamo facendo colonizzare. I nostri politici si dividono in varie correnti: i filo – americani , coloro che vorrebbero dialogare con la Russia, quelli che desiderano appoggiarsi alla Cina. Purtroppo di politici desiderosi di difendere solo ed esclusivamente gli interessi dell’Italia nemmeno l’ombra!

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.