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La crisi delle banche e della egemonia del dollaro nel mondo

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Con l’aumento dei tassi emergono i guasti prodotti da anni di politica di espansione illimitata della liquidità. Il rialzo dei tassi ha sortito effetti irrilevanti, perché questa inflazione ha cause esogene, quali la restrizione dell’offerta  verificatasi con la crisi pandemica e l’aumento dei prezzi energetici a causa della guerra. Il disimpegno saudita deve essere interpretato in chiave geopolitica. E’ in corso, infatti, un processo di dedollarizzazione dell’economia mondiale, messo in atto dalle potenze emergenti. 

La fine della finanza facile

Con l’inflazione e l’aumento dei tassi si è verificata puntualmente una nuova crisi del settore bancario negli USA e in Europa. Il fallimento della SVB (Silicon Valley Bank) e di Signature sono l’effetto della politica monetaria antinflattiva della FED. Il crollo delle borse negli USA e in Europa è stato poi in parte riassorbito, ma permane un clima di sfiducia e tensione da parte degli investitori. Il rischio contagio sembra per ora scongiurato, così come anche la prospettiva di una crisi sistemica come quella del 2008, ma si avvertono i sintomi di nuove crisi che potrebbero esplodere, data la fragilità e la vulnerabilità cui sono esposti i mercati finanziari.

La SVB è fallita per una crisi di liquidità. La SVB è una banca californiana legata al settore delle big tech, che raccoglieva i fondi delle società di venture capital per poi destinarli ad investimenti a basso rischio, quali i titoli pubblici. Con l’aumento dei tassi, questi ultimi hanno subito pesanti svalutazioni, dato che furono emessi con tassi prossimi allo zero e quindi, sull’onda del panico, si è verificata una corsa al ritiro dei depositi che ha determinato il default della banca. Dalla vendita dei titoli svalutati, la SVB non è stata in grado di ricavare sufficiente liquidità per far fronte alle richieste dei depositanti.

Si può certo affermare che la SVB abbia adottato strategie assai rischiose, che non ha effettuato una adeguata diversificazione degli investimenti, che la deregulation bancaria voluta da Trump riguardo ai controlli federali sulle banche (la cui soglia è stata elevata da 50 a 250 miliardi di capitale), sono state le cause determinanti di questo default, ma la realtà di un sistema bancario che presenta evidenti fragilità e che rimane esposto a gravi rischi rimane immutata.

L’azione delle istituzioni per far fronte alla crisi è stata immediata. Si è agito su due fronti:

1) La banca centrale in caso di crisi concederà prestiti alle banche sulla base del valore nominale dei titoli svalutati, salvaguardando in tal modo la liquidità delle banche.

2) Il Tesoro si impegna ad assicurare tutti i depositi, anche quelli superiori al limite massimo di 250.000 dollari. Tale misura ha suscitato non poche perplessità, poiché in tal modo usufruiranno della copertura statale oltre che i risparmiatori, anche gli speculatori.

E non solo: con i prestiti concessi alle banche per prevenire le crisi di liquidità, queste ultime effettueranno investimenti che, nel caso vadano a buon fine produrranno profitti, mentre nel caso contrario saranno comunque coperte dalle garanzie pubbliche. Tali misure sono dunque assai discutibili dal punto di vista etico.

Ci si chiede poi se la assicurazione pubblica, secondo cui al depositante potranno essere restituiti i suoi risparmi solo in caso di fallimento della banca sarà sufficiente a scongiurare nuove corse allo sportello di cittadini presi dal panico alle prime avvisaglie di una crisi.

Inoltre, qualora una banca si rivolga alla FED per la concessione di un prestito, difficilmente si potrà impedire il diffondersi della sfiducia degli investitori e nuovi tonfi delle borse conseguenti. Al di là dei provvedimenti adottati per circoscrivere le crisi, si deve però tener conto del fatto che i fattori di incertezza legati alla politica antinflattiva della FED permangono, dato che alla fine del 2022 è stato accertato che le banche registrano nei loro bilanci circa 620 miliardi di perdite potenziali su titoli.

Questa crisi coinvolge soprattutto il settore big tech. Si scontano oggi le conseguenze di anni di politiche espansive della liquidità. Le imprese innovative si sono alimentate di finanziamenti a tasso zero e le banche hanno erogato crediti a start – up a fronte di progetti il cui sviluppo era spesso assai aleatorio. Dopo anni di finanza facile, è evidente che subentrerà anche una ulteriore crisi bancaria scaturita dal proliferare delle insolvenze sui prestiti concessi. La crescita esponenziale dei profitti nel settore big tech verificatasi a seguito della pandemia si è arrestata e l’aumento dei tassi ha generato una crisi bancaria che avrà gravi ripercussioni nel settore della innovazione.

E la crisi è potenzialmente assai più estesa. Esiste infatti un settore finanziario esterno a quello bancario, di fondi, forme di finanza strutturata, trust fiduciari, oltre al mercato opaco delle criptovalute, il cui giro d’affari si stima che ammonti a 225.000 miliardi, contro i 180.000 miliardi delle banche. Tale comparto finanziario non è sottoposto alle regole ed i controlli del sistema bancario e il rialzo dei tassi produrrà perdite anche nei loro portafogli analogamente a quelli delle banche. I timori di una crisi più profonda ed incontrollabile sono evidenti.

La politica di espansione monetaria con tassi a zero, inaugurata dalla FED e poi adottata anche dalla BCE, fu intrapresa per far fronte agli effetti della crisi del 2008, al fine di sostenere una economia che versava in una pericolosa recessione. Che la spirale inflattiva si sarebbe poi manifestata in una economia che era stata ulteriormente devastata dalla crisi pandemica era evidente. Tuttavia si prevedeva che la crescita economica successiva alla pandemia avrebbe riassorbito l’inflazione.

Si deve altresì considerare che la massa di liquidità emessa dalle banche centrali è affluita in gran parte nei mercati finanziari e solo una minima percentuale si è riversata nell’economia reale. Alla crisi economica dovuta alla pandemia ha fatto infatti riscontro il boom dei marcati finanziari. Onde contrastare l’inflazione, è stata varata dalle banche centrali una politica di restrizione della liquidità con l’aumento dei tassi. Ma tale politica incide in maniera assai differenziata nell’economia reale, rispetto all’economia finanziaria.

L’economia reale ha mantenuto buoni tassi si crescita nel 2022, anche se si prevede che le restrizioni del credito incideranno negativamente sulla crescita nel 2023. Nella economia finanziaria invece, i tassi a zero hanno favorito un enorme flusso di investimenti verso impieghi più remunerativi, con la formazione di un debito ad alto rischio.

Il fallimento della politica restrittiva della FED e della BCE

Con l’aumento dei tassi, emergono le fragilità e i guasti prodotti dalla politica di espansione illimitata della liquidità. Afferma a tal riguardo Giulio Tremonti in una intervista rilasciata a “la Verità” del 12/03/2023: “Quello che vediamo oggi è il prodotto del violento passaggio da un eccesso all’eccesso opposto. Il passaggio improvviso portato avanti peraltro dalla stessa classe dirigente, dall’austerity alla liquidity. Le stesse persone che hanno esagerato con le politiche di austerità hanno poi pensato che la soluzione fosse immettere sul mercato una massa monetaria destinata ad andare fuori controllo”.

La FED ha effettuato dalla seconda metà del 2022 ad oggi aumenti dei tassi dallo zero al 4,6%. La BCE dallo zero al 3,5%. Rialzi record, per l’entità e la brevità di tempo in cui hanno avuto luogo. Tuttavia tale politica si è dimostrata inefficace per quanto concerne l’inflazione. Negli USA i prezzi continuano a crescere e il potere di acquisto dei cittadini viene costantemente eroso dalla spirale inflazionistica. La FED ha adottato quindi un atteggiamento più prudente, deliberando recentemente un aumento più limitato di 25 punti, rispetto ai 50 programmati. La FED è comunque determinata a proseguire nella politica di aumento dei tassi. La ragione ultima di tale rigidità risiede nel fatto che negli USA il tasso di disoccupazione è sceso al 3%, ad un livello cioè prossimo alla piena occupazione. Potrebbe dunque esplodere un malcontento di una massa di lavoratori che rivendichi rilevanti aumenti dei salari, data la loro attuale inadeguatezza rispetto all’aumento del costo della vita. Secondo le teorie degli economisti della Scuola di Chicago, la piena occupazione, dato l’accresciuto potere contrattuale dei lavoratori, può provocare aumenti retributivi che possono incidere negativamente sulla stabilità dei prezzi e quindi generare inflazione. Tale prospettiva è ben delineata in un articolo di Michel Hudson intitolato “Ecco perché il sistema bancario sta andando in pezzi”, pubblicato recentemente su “comedonchisciotte.org”: “Ogni banca ha il problema di mantenere la valutazione delle proprie attività superiore a quella dei propri depositi. Quando la Fed alza i tassi di interesse in modo così brusco da far crollare i prezzi delle obbligazioni, la struttura patrimoniale del sistema bancario si indebolisce. Questo è il vicolo cieco in cui la Fed ha spinto l’economia con il QE. La Fed, ovviamente, riconosce questo problema intrinseco. È per questo che per così tanto tempo ha evitato di aumentare i tassi di interesse, fino a quando il 99% dei salariati non ha iniziato a beneficiare della ripresa dell’occupazione. Quando i salari hanno iniziato a riprendersi, la Fed non ha potuto fare a meno di combattere la solita guerra di classe contro il lavoro. Ma così facendo, la sua politica si è trasformata in una guerra contro il sistema bancario”. E’ evidente che gli effetti di una politica restrittiva protrattasi nel tempo potrebbero essere devastanti per l’economia americana.

La BCE, su impulso della FED, ha perseguito una politica analoga, anzi ha dimostrato una maggiore rigidità aumentando in marzo i tassi di 50 punti, nonostante i sintomi di crisi. Il dogma della restrizione monetaria è dominante ai vertici della BCE (in base ai dettami del massimalismo deflattivo tedesco), ma è evidente che tale politica condurrà l’economia europea alla recessione e alla lunga ad una nuova deflazione. In ogni caso la Lagarde potrà vantarsi sempre di aver sconfitto l’inflazione riportandola al 2%.

Ma la realtà è ben diversa. Il rialzo dei tassi ha sortito in Europa effetti irrilevanti, poiché dall’ottobre 2022 ad oggi il tasso di inflazione è sceso solo dello 0,4% (dall’8,9% all’8,5%). Ed è facile capire il perché. Questa inflazione ha cause esogene, quali la restrizione dell’offerta con l’interruzione delle catene di valore verificatasi con la crisi pandemica ed il rialzo dei prezzi energetici a causa della guerra. Pertanto, poiché l’attuale inflazione non deriva dall’eccesso di domanda, l’aumento dei tassi si rivela una terapia inefficace. Giulio Sapelli così si è espresso in una intervista del 12/03/2023 pubblicata da “General magazine”: “Chiamiamo inflazione una cosa che non è inflazione perché l’inflazione è l’aumento dei salari che supera la produttività, mentre i salari sono al livello più basso degli ultimi vent’anni. Chiamiamo inflazione un aumento dei prezzi delle materie prime alimentari ed energetiche, prima per effetto della pandemia che è stato un fallimento manageriale perché non si sapeva prevedere che, con migliaia di navi alla fonda, una volta ripresa l’attività sarebbero aumentati i prezzi dei noli marittimi e poi è arrivata l’aggressione russa all’Ucraina. Questa è una forma di monopsonio (accentramento della domanda in unico attore; ndr) come nella crisi petrolifera degli anni 70, una carenza di offerta. La Bce e la Fed non possono curare una inflazione da carenza da offerta con la politica monetaria. Bisogna aumentare la quantità di offerta e non agire sulla moneta altrimenti l’unica conseguenza sarà far fallire imprese e banche”.

Ma la più rilevante contraddizione interna alla politica monetaria americana emerge dal fatto che la FED ha posto in essere misure antinflattive che comportano da una parte il drenaggio della liquidità e dall’altra, in caso di crisi, nuove emissioni di liquidità a sostegno delle banche stesse. Questa insanabile contraddizione rende manifesto il fallimento della politica dell’aumento dei tassi.

I rischi sistemici del sistema bancario

I rischi cui è esposto il sistema bancario dell’intero Occidente sono assai preoccupanti. Il rialzo dei tassi ha prodotti effetti positivi nei bilanci delle banche, che nel 2022 hanno registrato utili da record. Ma tuttavia le banche stesse sono esposte ai rischi dell’insolvenza sui crediti e alla svalutazione dei titoli di stato in loro possesso. Nei bilanci delle banche europee figurano 3.300 miliardi di titoli di stato. Certo è che la progressiva restrizione del credito provocherà recessione e disoccupazione. Il rincaro dei tassi inoltre incide negativamente sulle economie europee già disastrate dalle politiche di austerity del passato decennio. In Italia nell’arco temporale che va dal 2011 al 2022, i prestiti alle imprese sono diminuiti di circa il 40%, con un calo del 9,5% nel solo 2022. Quando si afferma che le regolamentazioni europee hanno reso le banche maggiormente solide dinanzi alle crisi, non si tiene conto, però di quale impatto negativo abbiano avuto le restrizioni del credito derivanti dall’applicazione delle normative europee sulla crescita dell’economia reale.

In realtà l’economia mondiale è esposta a rischi di crisi ricorrenti che alla lunga potrebbero portare all’implosione del sistema globale, data la sua congenita carenza di regole e la sua genetica volatilità. La conformazione del sistema finanziario neoliberista è così descritta da Giulio Tremonti nella intervista sopra citata: “La storia si ripete per identità perfette, ma la crisi può investire il settore dell’innovazione tecnologica strategico per gli Stati Uniti d’America. Comunque fuori dal caso specifico della California nei meccanismi della finanza come rilanciati dopo la crisi del 2008, con il disastroso <Financial Stability Board>, c’è una componente crescente di rischio. Non ci sono regole per l’economia, nel 2009 chiedevo il passaggio al <free trade>, e non ci sono neppure regole per la finanza. Qui l’unica regola è che non ci sono regole”.

 Gli aspetti geopolitici della crisi

Del tutto diverse sono le cause che hanno provocato la crisi della Credit Suisse, che ha suscitato grandi ondate di panico nelle borse europee. La Credit Suisse, a seguito di investimenti sbagliati, ha riportato nel 2022 perdite per circa 7,5 miliardi di euro, dovute principalmente ai fallimenti della anglo – australiana Greensill e del fondo – family office americano Archegos. Si è reso quindi necessario un aumento di capitale a cui però non ha aderito il suo maggiore azionista, che la Saudi National Bank, che detiene il 9,9% del capitale di Credit Suisse. Tale rifiuto ha determinato il subitaneo crollo del titolo del 30%. La banca verrà comunque salvata mediante la sua incorporazione in UBS, che sarà finanziata dalla Banca centrale svizzera fino a 100 miliardi per far fronte a eventuali perdite di Credit Suisse.

In questo contesto di crisi, gli investimenti nel settore delle start up dell’innovazione tecnologica, hanno subito un forte decremento. Il settore delle big tech registrava nel 2022 investimenti per oltre 200 miliardi di dollari. Trattasi di un settore strategico per gli USA, la cui crisi potrebbe pregiudicare gli Stati Uniti nella competizione globale con la Cina.

Questo rialzo record dei tassi americani ha motivazioni essenzialmente politiche, oltre che economiche. Il dollaro è valuta di riserva mondiale e, l’aumento della sua quotazione nei marcati, scaturita dal rialzo dei tassi, contribuisce ad incrementare i flussi di capitali verso gli USA, che quindi possono far fronte ai loro congeniti squilibri finanziari, quali il deficit della bilancia commerciale ed il debito pubblico. Occorre però rilevare che il rialzo della quotazione del dollaro rende più onerosi i debiti denominati in dollari dei paesi emergenti. Nella stessa Europa si registra un riflusso degli investimenti dei fondi americani verso gli USA, sovraesposti nei mercati europei. La politica restrittiva ad oltranza messa in atto dalla BCE potrebbe dunque essere interpretata come una reazione alle manovre rialziste della FED. La corsa ai rialzi americani però potrebbe alla lunga dissanguare l’economia europea. E un dollaro troppo forte potrebbe innescare una crisi recessiva mondiale.

Il diniego saudita all’aumento di capitale della Credit Suisse deve essere interpretato in chiave geopolitica. E’ in corso, infatti, un processo di dedollarizzazione dell’economia mondiale, messo in atto dalle potenze emergenti del BRICS. La ripresa delle relazioni tra Arabia Saudita e Iran con la mediazione cinese, potrebbe costituire l’incipit di una fase di trasformazione che potrebbe condurre ad un nuovo ordine mondiale multipolare. Il declino del dominio del dollaro quale valuta di riserva mondiale è quindi già iniziato, come descritto da Andrea Zohk nell’articolo da titolo “La Silicon Valley Bank è fallita, e non è un episodio accidentale”: “Questo processo ha evidenti motivazioni geopolitiche e rende esplicita la riconduzione dell’egemonia americana ai suoi limiti “naturali” post-1945: gli asset in dollari vengono ceduti da quei paesi che, sulla scorta della guerra in Ucraina, hanno percepito l’occasione di disfarsi della onerosa tutela americana”…“Tutto lascia pensare che questo movimento sia semplicemente ai suoi inizi.
Ricordiamo che il ruolo del dollaro come valuta rifugio era finora anche la principale ragione tranquillizzante per gli USA rispetto alla traiettoria del loro debito pubblico. Gli USA hanno infatti raggiunto il loro massimo debitorio nella storia (125% del PIL) con un rapporto deficit/Pil che si attesta quasi al 16%. Finché il dollaro è una valuta rifugio, i titoli del tesoro americano hanno acquirenti garantiti, ma quanto meno si presenta tale ruolo dominante, tanto più è facile che gli acquisti di titoli si riducano”.

Questa crisi si inserisce in una fase di transizione geopolitica, in cui si sta verificando il disimpegno dei paesi emergenti dall’area del dollaro. La superpotenza americana può sussistere sulla base del primato del dollaro nei mercati finanziari del mondo. Gli USA potranno infatti superare questa crisi solo riaffermando una egemonia mondiale sempre più contrastata dalle potenze emergenti. Gli sviluppi e gli esiti della crisi attuale non sono prevedibili, ma il ruolo guida dell’Occidente del mondo è ormai al tramonto.

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