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POETI IN LOTTA. Novalis europeo

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“La vita è una malattia dello spirito, un agire appassionato”. Qualcosa che dispone l’animo a costruire ideali di sempre ulteriore oltrepassamento, fino all’estasi, momento che Novalis celebrò come essenziale per essere e capire, l’attimo più lucente di tutte le filosofie, la “coscienza che afferra”.

Nel 1954 Gyorgy Lukàcs, il capofila degli intellettuali marxisti di quell’epoca, inserì Novalis e il suo “idealismo magico” tra i protagonisti della “distruzione della ragione”, quello schieramento che, dagli idealisti e romantici tedeschi fino a Nietzsche e Heidegger, avrebbe preparato la strada filosofica nientemeno che al successo del nazionalsocialismo nella prima metà del XX secolo. Questo per dire di quale e quanta pesantezza storica può essere sovraccaricato uno spirito che fu raffinato e fragile, fatto di sogno e struggimento, ma al tempo stesso materiato di forza di volontà, di tenace attaccamento ai vertici del vivere. Novalis era poeta e filosofo. L’aver egli delineato i valori dell’Europa richiamandosi all’ecumene medievale che si era chiamata “cristianità”, rilanciando assetti politico/sacrali della tradizione, gli costò l’inserimento tra i “reazionari”, cioè gli avversari del processo storico progressista. Quello che agli occhi dei marxisti degli anni Cinquanta del Novecento era un’imperdonabile colpa, tuttavia, ad un più acuto sguardo odierno assume invece i toni di un rivoluzionario recupero dell’antica identità della civiltà europea, da attuarsi con lo scatto di una precisa volontà di lotta. Del resto, Novalis, nella sua breve vita, ebbe tempo anche per occuparsi di idee politiche, di disporre la sua concezione entro categorie di rispetto per la tradizione, in un modo non però inerte e senilmente nostalgico del passato, ma con slanci di fresca rinnovazione.

Il suo fu, in ogni caso, un continuo appello alla natura e alla sua forza liberatrice. E proprio questo aspetto fa di Novalis un uomo della reazione alla decadenza, che giusto oggi dovrebbe essere rilanciato come testimonianza che, tra le pieghe di un cuore delicato e sofferente d’amore, dolce e profondo, può trovare il suo nido la determinazione più ferma. La sua è anche una parola di rivolta contro gli annientatori dei patrimoni di cultura e di identità. Novalis fu ricco di un amore selettivo, come sempre è l’amore, che è ricercatezza, protezione del simile, volontà di fondere in un unico flusso di vita l’io trionfante e la natura d’intorno.

Avido lettore ed allievo filosofico di Fichte, Novalis ne trasse linfa poetante, soprattutto nel senso di sbrigliare la tempra oppositiva, dando abbrivio alla “affermazione della nostra personalità dominatrice, della potenza del nostro volere”. Fichte era colui che, a quanti nella natura vedevano solo il dispiegarsi della violenza allo stato puro, opponeva che “il mondo è nostro, che l’uomo ne è il signore”. Ma Novalis, a questa carica di potenza prometeica, che è tipica di un certo idealismo tedesco d’inizio Ottocento, aggiunse la notazione della sacralità della natura, che è fatta di risvolti, di pieghe, di notturni ombreggiamenti, tra i quali si trova anche l’anima fatta di sogno, dimensione in cui massimamente viveva il sentimento vitale di Novalis. Il sogno e la notte, due scrigni luminosi di vitalità che costituiscono la realtà vera. Come una caverna platonica entro cui si incuba il pieno sole della verità.

In questo nascondersi delle anime nelle segrete dell’universo, e anticipando anche certi aspetti delle teorie psicanalitiche, Novalis intendeva collocare uno dei centri vitali dell’esistere. Come gli antichi, egli riconosceva nella dimensione onirica la controfaccia del vero, anzi il vero nella sua occulta profondità. Del resto, chi vive la vita come un assoluto, la pretende completa anche nell’inerzia contemplante del corpo, il tempio sacro dell’anima, che racchiude la dinamicità dello spirito, della memoria nascosta che sempre sopravvive alla veglia. “La vita è una malattia dello spirito, un agire appassionato”, si trova scritto nei Frammenti. Qualcosa che dispone l’animo a costruire ideali di sempre ulteriore oltrepassamento, la fantasia, la religione, addirittura l’estasi, momento che Novalis celebrò come essenziale per essere e capire, l’attimo più lucente di tutte le filosofie, la “coscienza che afferra”.

Si capisce che, con questi presupposti di fuga dalla ragione raziocinante e di ingresso nella sfera immaginale, anche la reazione politica e il conservatorismo passatista diventano proiezioni verso l’avvenire e avventura nel possibile. Il mondo reale deve essere penetrato da una volontà che si sia iniziata alla cerca, alla perfezione, seguendo le vie del mito sognante. In questo, il “fiore azzurro” sognato come frutto della natura che chiama all’incanto, compare come il simbolo dell’avvicinamento all’impossibile. La preziosità di questi atteggiamenti dello spirito ci rappresenta, ancora nell’oggi, che ci vede tutti languenti nella piena volgarità della società laica e materialista, un massimo di apertura all’inarrivabile seduzione della natura, pronta ad accogliere chi si senta suo membro pieno.

Qui vivono, non certo le retoriche vilissime dei moderni ecologismi strumentali ed eterodiretti, ma gli echi di un panteismo che è “idealismo magico”. Una forza della natura, verrebbe da dire, con la quale l’uomo potrebbe riguadagnare tutte le posizioni perdute, sulla via della piena realizzazione fisica e metafisica, compromessa a causa della divorante alienazione progressista.

Novalis ci dice, con parole di poeta, ma anche di analista per certi aspetti molto moderno, che il ritorno all’Età dell’Oro si può fare. La cerca del dio che è in noi, e di cui il nostro corpo è tempio sacro, avviene secondo Novalis nei modi di un affidarsi all’impulso interiore, al magico rispecchiamento fra noi e il nostro segreto. Lungo il percorso di Delfi dove stava l’ingiunzione “conosci te stesso”, Novalis dispose la segretezza dei maghi esoterici, al cui apice si trova l’Io: “Accadde ad uno / di sollevare il velo della dea di Sais / Ebbene, che cosa vide? / Meraviglia delle meraviglie / Vide se stesso”. Nietzsche lo ripeté a sua volta: “diventa te stesso!”. E Novalis:

Coraggio, la vita è in marcia

verso un vivere eterno,

dilatato da intima fiamma,

si trasfigura il nostro senso.

Così, negli “Inni alla notte”, Novalis dava forza a questa volontà di proiezione. Questa forza, sposata alla Sehnsucht romantica, l’infinita nostalgia di vita che lo pervade, conduce il poeta alla celebrazione di ciò che chiama gli Heimatgenossen, i compatrioti, la famiglia dei consimili in cui si attua la pienezza del buon vivere tra cose suadenti, conosciute, riposanti; il focolare, il nido d’amore avvolto da musica, poesia, bellezza.

Questo mondo di struggenti bellezze procede dalla notte alla fiamma di limpida luce. La scoperta di sé, l’immersione totale nella natura, la quale non è se non la continuazione di noi stessi, il rintracciare nel Tu l’Io trionfale cesellato da amore, il vivere la notte come il sole interiore: queste le tappe esistenziali segnate da Novalis. L’architettura politica di un mondo ben ordinato, tratteggiato sulla scorta della tradizione – la “cristianità” di un magnifico Medioevo idealizzato – non è che la scorza esteriore di questa epifania di grandezza, che fonde l’individuo col suo destino.

A un certo punto si compie la purificazione, e lo spirito in Novalis diventa sublimazione della vita assoluta. E’ quando, attraverso la Wunderbild – il meraviglioso che appare – si creano le condizioni per il superamento. “Noi abbiamo una missione – scriveva Novalis – sublimare, fecondare la terra”, qualcosa che, come scrisse cent’anni fa l’Alfero, germanista di fama, produceva l’idealismo magico, creatore del contatto col mondo, e artefice del “pieno dominio dello spirito sulla natura: non più separazione, ma neppure ancora dolcezza di connubio: lo spirito ritorna alla materia e, nel plasmarla ad arbitrio, si realizza e si sublima”.

Questa Bildung, questa formazione evolutiva dell’uomo e del mondo, conduce a uno stadio superiore. Alla santificazione della materia, la perfettibilità dello spirito, certo, ma anche del corpo, in una unità che è equilibrio di assoluti. In Novalis si esprime il mito dell’avvenire lucente, che attraverso le ombre del sogno veggente conduce all’avvento del mondo trasfigurato. Come altri della sua epoca, ad esempio Schelling o Tieck, Novalis era impregnato di magismo paracelsiano, di visionarismo esoterico. Delusi dal presente, che odiavano come un’epoca di corrotta miseria morale e spirituale, i romantici vagheggiavano il futuro traendolo dalle penombre dell’arcaicità.

Erano in lotta contro il loro tempo. Poeti e narratori, romanzieri e raccoglitori di fiabe, i vari Kleist, Brentano, Jean Paul, Hoelderlin e moltissimi altri, furono tutti ardimentosi difensori della tradizione popolare, dell’identità originaria, auscultatori degli atavismi, a cavallo fra il meraviglioso e l’occulto, personaggi radicali, affascinati dall’eccesso. Non temevano la rivoluzione, al fine assicurare lunga vita alla conservazione dei patrimoni immaginali ereditati dai padri. La loro non era l’idea di rivoluzione dei giacobini, ma era la rivoluzione che vogliono i difensori della tradizione per riguadagnare l’origine minacciata.

Essi, come diceva ancora l’Alfero a proposito di Novalis, andavano in cerca delle due perfezioni: “la perfezione del germe, ricco ancora di tutte le potenze; e la perfezione del pieno sviluppo. Ora la perfezione dell’antica età dell’oro è per i romantici la perfezione del caos: caos che non è il disordine turbinoso, ma l’insieme di tutte queste forze varie”. Il caos non lo si teme, lo si scatena per ritrovare l’ordine perduto.

Come affermato dalla critica a proposito del breve ma importante saggio di Novalis su “La cristianità ossia l’Europa”, risalente all’autunno del 1789, qui siamo dinanzi a un pensiero in cui “i termini rivoluzione e reazione invertono, a fasi alterne, il loro segno”. Proprio qui risiede probabilmente il segreto per ogni cambiamento che non distrugga, ma protegga e alimenti le radici.

 

 

 

 

 

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