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Il mattone: ce lo chiede l’Europa! (Sotto l’egida della transizione ecologica)

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La burocrazia europea torna nuovamente a colpire l’Italia ed il suo tessuto economico e patrimoniale. Questa volta lo fa sotto l’egida della transizione ecologica.

Non si tratta di essere complottisti, di soffrire di complessi di persecuzione o di essere inguaribili sciovinisti, ma resta il fatto ed è indubitabile che nell’ambito dell’Unione Europea, l’Italia, per una serie di ragioni di varia natura, alcune anche oscure, è invisa ed osteggiata da certi Stati membri – in particolare quelli concorrenti- ed anche dalle Istituzioni europee.

Tanto per fornire alcuni esempi: i continui “attacchi” ad un settore di punta italiano, come quello dell’agroalimentare. Da ultimo, con la recente questione dell’etichettatura del vino contenente l’indicazione di nocività; e poi la decisione europea – per ora scongiurata – di voler produrre, a far data dal 2035, solamente autovetture ad alimentazione elettrica, con il correlato danno per tutte le nostre industrie del settore e di quelle che hanno formato, sin qui, il c.d. indotto (senza considerare l’enorme favore che si farebbe all’economia cinese, la più grande produttrice di batterie).

Ma tornando alla questione di apertura, ora, dopo due anni di silenzio, la Commissione UE, ha rispolverato la proposta di direttiva, già avanzata nel 2021, in materia di prestazioni energetiche nel settore dell’edilizia.

Lo scorso 9 febbraio 2023, infatti, è stato discusso dal Parlamento europeo, quello che appare, come detto, un ennesimo attacco al nostro Paese oltre che consistere in un ulteriore obbrobrio giuridico. Con l’intento, infatti, di ridurre l’impatto ambientale degli edifici, la direttiva intende fissare l’obbligo, per tutti gli immobili residenziali, di raggiungere determinati standard, legati a classi energetiche prefissate, entro il 2030.

Il testo della direttiva che è al momento in fase di trattativa, seppure avanzata, prevede che entro il 1° gennaio 2030 tutti gli immobili residenziali dovranno raggiungere almeno la classe energetica E. Successivamente, dopo altri tre anni, nel 2033, dovranno raggiungere la classe energetica Ded essere ad emissione zero nel periodo compreso tra il 2040 e il 2050.

Pur trattandosi di una direttiva e non di un regolamento comunitario (in tal caso, direttamente applicabile), le direttive devono essere introdotte dagli Stati membri nel loro ordinamento interno normalmente attraverso leggi di recepimento. È chiaro che i Paesi godono di un teorico margine di discrezionalità per l’applicazione, ma ciò non può e non deve tranquillizzarci, in quanto, la richiesta dell’Europa comporterà l’obbligo, per tutti, di adeguarsi alla normativa europea e di ristrutturare, in pratica, il proprio patrimonio edilizio.

La normativa di recepimento interna, pertanto, non potrà troppo discostarsi dal testo della direttiva in discussione che, salvo eventi eccezionali, sarà approvata a Bruxelles. Ovviamente, in caso di mancato e/o cattivo recepimento, si apriranno, da parte dei “ligi guardiani dei trattati”, ovverossia i servizi della Commissione, procedure di infrazione (il moderno super bazookaa disposizione di Bruxelles), con la conseguente applicazione di pesanti sanzioni nei confronti degli Stati inadempienti (i c.d. cattivi).

A dimostrazione di quanto tale “attacco” sia reale nei confronti del nostro Paese, giovi ricordare che una delle proposte iniziali contemplava, addirittura, che fosse impedita la vendita o l’affitto dell’immobile se non a norma con le nuove regole relative all’efficientamento energetico. Tale ipotesi, sembra, per ora fortunatamente scongiurata, ma in ogni caso, gli immobili che non saranno oggetto di ristrutturazione, perderanno, di fatto, il loro valore.

Tutto ciò ed altro ancora che di seguito si cercherà di illustrare, si prefigura come una vera e propria stangata a carico di tutti gli italiani – qualcuno, a ragione, ha parlato di “patrimoniale occulta” –  sia nel caso in cui si affrontino le (gravose) spese di ristrutturazione, sia nel caso in cui si vi si rinunci per onerosità dei costi.

Un’interpretazione benevola e non maliziosa della proposta, dimostra ancora una volta che la burocrazia di Bruxelles non conosce (o finge di non conoscere) le diversità che caratterizzano gli Stati membri, e più nel dettaglio, le particolarità dell’edilizia e urbanistica italiana e del suo patrimonio immobiliare.

È bene ricordare che l’Italia ha visto crescere il proprio tessuto urbano tra gli anni ’60 e ’80 dello scorso secolo, con una netta diminuzione delle costruzioni nei decenni successivi. Molte costruzioni sono precedenti alle normative sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica, oppure sono state edificate in zone che solo successivamente sono divenute aree protette e sottoposte a vincolo.

Si è venuto così a delinearsi, nel tempo, un quadro edilizio particolare, molto variegato, di cui le Istituzioni europee non possono non tenere conto.

Risulta evidente, infatti, che a differenza di altri Paesi (e di quelli nordici in particolare) ove gli immobili sono quasi tutti di recente costruzione, l’Italia ha alle spalle una lunga storia edilizia (nel bene e nel male) che non può essere di colpo dimenticata per adeguarla a standard moderni, imposti dalle pressanti richieste di ambientalismo ideologico. A ciò si deve aggiungere che anche le tecniche di costruzione, così come la conformazione dei luoghi, sono oggettivamente differenti rispetto a moltissimi altri Paesi.

Il patrimonio edilizio italiano, secondo uno studio condotto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Agenzia delle Entrate, si compone di oltre 57 milioni di unità immobiliari, di cui almeno 19,5 milioni sono abitazioni principali. La maggior parte degli immobili italiani ha una classe energetica di riferimento tra G e F. L’avanzamento di classe energetica richiede solitamente un taglio dei consumi di circa il 25 per cento con interventi come cappotto termico, sostituzione degli infissi, nuove caldaie a condensazione, pannelli solari. Una serie di interventi, nonché opere di ristrutturazione e ammodernamento, che necessitano di ingenti investimenti economici per il raggiungimento dei minimi previsti dalla Commissione europea.

Qualora la proposta di direttiva non dovesse essere modificata nella parte relativa alle tempistiche e alle classi energetiche, si stima che dovranno essere ristrutturati, per migliorare le prestazioni energetiche, oltre 9 milioni di edifici residenziali in un arco temporale assai ristretto.

Tutto ciò, oltre a rappresentare un rischio reale per i proprietari e per il valore degli immobili come già illustrato, costituisce anche un serio pericolo ed una minaccia per il nostro sistema bancario, a livello di garanzie immobiliari – in considerazione della riduzione generalizzata del valore del patrimonio immobiliare italiano – facendo conseguentemente emergere, un evidente problema creditizio.

Problema bancario che non sarebbe certo il solo, atteso che i proprietari di immobili gravati da mutui ipotecari, si troverebbero in una situazione paradossale avendo contratto il prestito prima della nuova normativa europea, a condizioni e per valori immobiliari sicuramente diversi rispetto a quelli derivanti successivamente all’applicazione della nuova normativa sulla transizione ecologica. Una domanda viene da porre ai fautori di tale obbrobrio. Quale banca, rinegozierebbe in peius, le condizioni di mutuo a suo tempo stipulate? Come se ne uscirebbe? Dovrebbe esserci un intervento dello Stato? In che termini? E qualora intervenisse lo Stato, potete escludere che i censori delle Istituzioni di Bruxelles non interverrebbero contro l’Italia con aperture di procedure d’infrazione per alterazione della concorrenza ed in materia di aiuti di Stato?

Oltre a queste criticità, è facile immaginare che i proprietari di immobili, specie in determinati contesti storico-paesaggistici, si troverebbero, come si suo dire, tra l’incudine ed il martello. Schiacciati tra le disposizioni di recepimento della direttiva energetica e quelle vigenti in materia di tutela e salvaguardia del patrimonio artistico nazionale e del rispetto dei vincoli paesaggistici e naturali.

Si ritiene che imporre dall’alto e in maniera indistinta ed ingiustificata l’efficientamento energetico, significa gravare i cittadini di un immotivato esborso economico che si andrebbe a sommare al dopo Covid ed alla crisi energetica suscitata dalla guerra tra la Russia e l’Ucraina.

La proposta, inoltre, contiene l’obbligo di ristrutturare, indipendentemente dal fatto che i proprietari siano, nuclei familiari o grandi imprese; enti pubblici o privati; proprietari che possano permetterselo o meno.

Nel testo non viene valutato se gli immobili sul quale è necessario svolgere gli interventi di ristrutturazione obbligatori, siano edifici residenziali o ad uso commerciale, produttivo ecc.; se gli immobili siano locati o utilizzati direttamente dal proprietario.  Senza contare il fatto che l’introduzione di tali nuovi criteri tecnici, rischia di rendere vani tutti gli interventi di riqualificazione energetica già in itinere e di quelli programmati nell’immediato futuro, determinando, è facile prevedere, un blocco del settore e costringendo a dover rimettere mano ad opere ed interventi già realizzati.

A proposito, poi, di differente conformità dei luoghi, va detto che l’Italia è un Paese che si compone di un’intricata rete di borghi, di comuni grandi e piccoli, di piccole frazioni, tutti quanti arricchiti, in molti casi, da immobili storici e secolari. Molti di essi, adibiti ad abitazione principale, oppure sede di Istituzioni e di Enti. Pare evidente che la direttiva proposta risulti essere cervellotica e, soprattutto, di impossibile applicazione riguardo al nostro territorio nazionale, a meno di esborsi finanziari al limite di veri e propri “bagni di sangue”.

Il tipo di ambientalismo e di lotta alle emissioni, posto in campo dall’Unione Europea, non trova alcun riscontro con la realtà e le esigenze dei cittadini. La direttiva proposta, infatti, evidenzia nuovamente come le azioni pensate nei palazzi del potere di Bruxelles, siano veicolate esclusivamente al perseguimento degli interessi di alcuni Stati membri a scapito di altri e nel favorire determinati settori economici e finanziari. Allo stesso tempo, possiamo affermare, con cognizione, che l’approvazione di una simile direttiva avrebbe il solo effetto di svalutare il patrimonio edilizio italiano, e di impoverire i suoi cittadini.

L’Italia ha da sempre, infatti, investito sul mattone, e non a caso, è uno dei Paesicon il più alto numero di proprietari di abitazioni. La proposta di direttiva si pone (volente o nolente) come un chiaro attacco all’economia e al patrimonio edilizio nazionale ed al risparmio degli italiani.

Da quanto sin qui accennato si evince un’altra cosa e precisamente che non i bisogni delle persone, dei popoli ed il futuro di generazioni e delle Nazioni sono al centro delle attenzioni delle Istituzioni di Bruxelles, per le quali vige oramai il solo mantra imperante ecologista e della transizione ecologica. Che poi, guarda caso, tale terminologia, evoca ed è perfettamente in linea – nel solco del politicamente corretto – con altri riferimenti e fenomeni oggi tanto in voga, quali ad esempio: transizione di genere, transgender, transessuale, trans-migratorio.

Entrando ancor più  nel dettaglio tecnico-scientifico, la proposta di direttiva stabilisce, inoltre, che dal 2030 potranno essere edificati solo edifici a emissioni zero, prevedendo che negli stessi il residuo fabbisogno energetico possa essere soddisfatto solo da fonti rinnovabili generate in loco, con ciò di fatto indicando un unico vettore energetico ed escludendo tutte le altre tecnologie che non possono garantire il rispetto del principio della «generazione in loco», senza peraltro fondare tale limitazione su una corretta analisi sull’intero ciclo di vita delle diverse fonti e vettori energetici.

Facendo esclusivo riferimento alle fonti rinnovabili di energia generate in loco si esclude, infatti, la possibilità che il residuo fabbisogno energetico – dei nuovi edifici dal 2030 – possa essere soddisfatto con fonti rinnovabili (quali il biometano, il bioGPL, o altri prodotti rinnovabili) che non sono generati in loco ma che vengono stoccati presso l’edificio o che alimentano lo stesso tramite rete. Di conseguenza, le limitazioni poste dalle definizioni di edificio a emissioni zero (o quasi-zero) non solo risultano in contrasto con il principio di neutralità tecnologica, ma rappresentano un ostacolo allo sviluppo degli investimenti per la produzione dei gas rinnovabili, settore in cui l’Italia vanta eccellenze nazionali (rimando a quanto sopra indicato relativamente alla politica antiitaliana).

Le predette limitazioni penalizzerebbero in modo rilevante il nostro Paese, che vedrebbe bloccati i progetti in atto per la produzione di gas rinnovabili così come di apparecchiature in grado di impiegarli con elevatissimi rendimenti energetici. È bene anche segnalare che i progetti in parola, sono in grado di contribuire alla decarbonizzazione non solo degli edifici di nuova costruzione ma di tutti quelli del patrimonio edilizio esistente.

Da ultimo, la chicca. Nonostante tutte le problematiche sopra evidenziate, il 9 febbraio scorso,al Parlamento europeo di Bruxelles è stato votato il testo di compromesso. Con il placetgreen di socialisti, verdi, liberali, estrema sinistra e, parte dei popolari, gli obblighi e le scadenze contenuti nella proposta di direttiva sull’efficientamento energetico degli edifici, saranno ancora più stringenti rispetto a quelli contenuti nel testo originale presentato dalla Commissione UE.

Della serie, quando le cose debbono proprio succedere!

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