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Meloni, Landini, Cgil, Pd, Macron, pensioni e… Bismarck

La riforma pensionistica di Dini del 1995 (con l’introduzione del sistema contributivo e della “quota 92”) e specialmente quella del duo Monti-Fornero del 2011 (con l’innalzamento dell’età a 67 anni per accedere alla pensione di vecchiaia, con l’estensione a tutti del sistema contributivo e soprattutto con l’infamia degli esodati lasciati senza stipendio e senza pensione) furono provvedimenti socialmente pesanti e politicamente onerosi, non a caso realizzati da governi tecnici privi di responsabilità elettorali.

Il Cancelliere Bismarck, tra il 1883 e il 1889 realizzò le assicurazioni sociali obbligatorie a copertura dei rischi di malattia, infortunio, invalidità e vecchiaia dei lavoratori industriali. Tale sistema di protezione, interprete del modello conservatore-corporativo del Wohlfahrtsstaat guglielmino, muoveva sia dal disegno paternalistico di federiciana memoria di acquistare la loro gratitudine, sia dal bisogno di controllo sociale in funzione antisocialista. Obiettivo e requisito, comunque, fu la stabilità strutturale delle prestazioni.

Stante la discrasia che nasce dalla proroga della vecchiaia biologica e dall’anticipo della vecchiaia sociale, chi scrive non ha criticato ideologicamente i necessari “naturali” adeguamenti normativi dell’uscita dal mondo del lavoro – tranne lo sciagurato caso-esodati – all’aumento dell’attesa di vita per supportare dinamicamente la sostenibilità delle curve di equilibrio demografico e finanziario di lungo e lunghissimo periodo.

In Francia, una riforma delle pensioni che prevede l’innalzamento da 62 a 64 anni di età per accedere alle prestazioni pensionistiche sta paralizzando l’Esagono da settimane, mettendo a rischio il governo macroniano di coalizione con le due mozioni di censura del 20 marzo davanti all’Assemblée Nationale e compattando le frastagliate opposizioni transalpine. La scelta del Presidente francese di attivare il terzo comma dell’articolo 49 della Costituzione, che consente l’approvazione di una legge senza il voto del parlamento, ha ovviamente suscitato, nel merito, l’indignazione di sindacati e lavoratori, e, nel metodo, quella del normativismo assembleare.

L’intervento, venerdì 17 marzo, del Presidente del Consiglio al congresso nazionale della Cgil a Rimini ha segnato un salto di paradigma nella comunicazione del governo sul piano dell’interlocuzione sociale. Il folklore trinariciuto e canoro – esibito orgogliosamente con piglio provocatore – è stato purtroppo l’indice della scarsa sensibilità politica della base sindacale cigiellina incapace di cogliere uno snodo di responsabilità che si preannuncia cruciale. L’offerta insperata di un premier fortemente connotato avrebbe dovuto, semmai, essere accettata come una promettente opportunità per coprire quel vulnus di garanzie sociali e tornare a difendere il “quarto stato”.

Con un sindacato che – notammo all’indomani dell’assalto alla sede di Corso Italia – “da trent’anni ha smesso di essere rivendicativo e di difendere i lavoratori [e con] una sinistra parlamentare che con loro ha perso ogni interlocuzione sociale ed emotiva, più vicina al mondo datoriale e alle ragioni della finanza, più attenta alle speculazioni che al risparmio, sembrerebbe aprirsi al sindacato una promettente prospettiva di agibilità politica”.

Infatti, la funzione egemone che il partito democratico intende svolgere sull’attuale opposizione parlamentare (col parziale drenaggio del M5S ed il prevedibile assorbimento della sinistra verde) si tradurrà, sul piano politico, nel disinteresse per la tutela dei diritti sociali ad esercizio collettivo e nella rivendicazione ossessiva di quelli civili ad esercizio individuale della borghesia metropolitana. La manifestazione di sabato 18 marzo a Milano in difesa dell’omogenitorialità e della maternità surrogata ne costituisce la pronta conferma.

I mugugni social di molti simpatizzanti, iscritti e delegati al congresso riminese ponevano in risalto lo stridente, impari confronto tra un sindacato concertativo che dà la parola ad una odiata e disprezzata nemica fascista e un sindacato d’Oltralpe capace di mobilitare centinaia di migliaia di manifestanti e di bloccare con gli scioperi la quinta economia mondiale, potenza nucleare e membro permanente al Consiglio di sicurezza Onu.

Non ricordano, forse, i sindacalisti dall’indole insofferente che la barricadera Cgil dei loro sogni per contrastare, insieme a Cisl e Uil, la famigerata riforma Fornero, indisse per il 12 dicembre 2011 ben 4 (quattro) ore di sciopero generale unitario. Ma quello venuto alla luce un mese prima e tenuto a battesimo sulle maieutiche note di “Bella ciao” intonate dagli inutili e dannosi idioti sotto le finestre del Quirinale amico era il governo del sobrio professor Monti, un manovratore che non poteva, anzi non doveva essere disturbato. Diversi la considerazione e il trattamento riservati ai due premier. Almeno le simpatiche note risuonate con encomiabile ardore a Rimini qualche giorno fa erano le stesse. Che memoria, stavolta!

 

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