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RED FRIDAY: CONTRO AMAZON PER LA COMUNITA’

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Tutti noi dovremmo pensare bene prima di effettuare un click sulla piattaforma e optare per acquisti sul territorio perché come recitava lo slogan della giornata di mobilitazione “sui diritti non si possono fare sconti”.

L’ultimo weekend di Novembre è comunemente conosciuto come quello del “Black Friday”, la nuova invenzione di un sistema capitalista sempre più “in asfissia” per citare il libro “Virus sovrano?” della Professoressa Di Cesare e che per sopravvivere deve inventare sempre nuovi “eventi” per alimentare la
voglia di consumismo sfrenato. Come infatti insegna Latouche il sistema consumista si basa su tre pilastri fondamentali: creazione di bisogni, non reali ma generati dalla pubblicità; obsolescenza programmata di beni di consumo dalla “vita” sempre più breve e non riparabili o a costi spesso superiori alla cifra necessaria per comprarne di nuovi; accesso al credito tramite carte di credito/debito di ogni sorta e pagamenti rateali concessi a piene mani.

L’edizione del Black Friday di questo 2020 è particolare perché pur verificandosi in periodo di pandemia e con milioni di persone che rischiano di perdere il posto di lavoro, cade anche nell’anno in cui i siti di e-commerce registrano incassi da record. La tendenza agli acquisti online era già in crescita negli anni precedenti a questo come sintomo di una politica e di una cultura imperante che vuole gli individui singoli, slegati dai contesti sociali in cui vivono, terrorizzati e chiusi in casa davanti a uno schermo da cui poter acquistare e farsi consegnare qualunque cosa desiderino. In una situazione di lockdown come quella verificatesi in coincidenza con la pandemia gli acquisti dalle piattaforme online si sono moltiplicati. Tra le aziende che hanno maggiormente tratto profitto di una tale situazione c’è ovviamente Amazon e il suo
Amministratore Delegato Jeff Bezos. Un caso è esemplificativo di questa situazione surreale: Nella giornata di ieri, lunedì 21 luglio, il patrimonio di Jeff Bezos, l’amministratore delegato di Amazon, è cresciuto di 13 miliardi di dollari, arrivando a un totale di 189,3 miliardi. Secondo gli esperti di Bloomberg, si tratta dell’incremento di capitale più importante della storia. Questo risultato è una conseguenza di un incremento dell’8% delle azioni di Amazon, legato al sempre maggiore ottimismo negli investitori per la continua crescita degli acquisti on-line.

Bezos era già l’uomo più ricco del mondo, ma durante l’emergenza coronavirus ha incrementato ulteriormente il proprio capitale, portandolo a livelli ancora più alti di quelli raggiunti prima del dispendioso divorzio dalla moglie MacKenzie (che ieri ha visto il suo patrimonio crescere di 4,6 miliardi di dollari). Ormai le sue ricchezze personali superano il valore di mercato di colossi come McDonald e Nike e persino il Pil del Qatar (183 miliardi di dollari)” (1).

Questa forma di liberalcapitalismo è arrivato al punto in cui la ricchezza di un solo individuo può essere superiore addirittura a quella di un intero Stato. Ma questo sarebbe anche il meno, “è il mercato, bellezza”, quello che è grave è che tale sproporzionata ricchezza è data da un’azienda come Amazon che per sua
natura desertifica i singoli territori, costringendo de facto a chiudere piccole attività commerciali che sono la ricchezza delle comunità locali dando vita all’economia di prossimità, tutelandone le singole specificità e garantendo socialmente la sicurezza e la bellezza dei territori. I prezzi continuamente ribassati, fenomeno tipico di eventi come il Black Friday, e la consegna a domicilio rendono l’offerta del colosso dell’e-commerce imbattibile da piccole attività locali. Ma cosa c’è dietro il click che milioni di compratori in tutto il Mondo fanno per acquistare su Amazon e contemporaneamente, repetita juvant, impoverire i propri territori?

L’azienda di Bezos apre i propri magazzini – giova ricordare che nulla viene prodotto, ma solo commercializzato – in zone dove si ha un’alta disoccupazione, in modo da poter imporre condizioni di lavoro inique e poco sicure. Cosa porti alla lunga il dover scegliere tra lavoro e sicurezza in Italia lo sappiamo bene, dato il caso ArcelorMittal, ex ILVA, dove il dilemma da anni consiste nel dover scegliere tra la chiusura di un’azienda che fornisce numerosi posti di lavoro e il morire di tumore. Al momento la situazione in Amazon non è di queste proporzioni ma la totale mancanza di rispetto verso i lavoratori è già evidente. Siamo passati dai braccialetti ai polsi dei lavoratori per controllarne spostamenti, tempi di lavoro ed eventuali pause del 2018 in evidente contrasto con la normativa che limita la possibilità di controllo da parte dell’azienda al sistema Proxemis, avviato nello stabilimento di Passo Corese, che consiste nel montare telecamere le quali riprendono i lavoratori con la scusa del verificarne il distanziamento sociale. Giova ricordare che per la legge italiana l’azienda può montare telecamere solo dietro accordo sindacale, ovviamente assente in questo caso, e in modo tale che esclusivamente tutelino il patrimonio aziendale e non per “spiare” l’attività dei lavoratori. Amazon mette in atto anche altre condotte palesemente anti-sindacali: dal rifiuto di deleghe sindacali all’ostacolo all’attività sindacale all’interno dei luoghi di lavoro.

Neppure la sicurezza è importante per il colosso di Seattle, basti pensare che a Piacenza sono stati necessari ben 11 giorni di sciopero per ottenere che l’azienda applicasse il protocollo di sicurezza anti-Covid previsto dal Governo italiano. Ma anche quando tali norme vengono formalmente recepite, nei fatti vengono disattese. Amazon applica al suo interno 3 diversi tipi di contratto nazionale e spesso utilizza personale con contratto a tempo determinato – anche se dopo l’abolizione dell’Articolo 18 la differenza con gli indeterminati è puramente formale – con il risultato di frammentare l’unità dei lavoratori e renderli facilmente ricattabili. La produttività è infatti il must di Amazon cosa che comporta un lasseiz-faire sulla sicurezza facendo fortissime pressioni sui lavoratori meno tutelati mettendoli uno contro l’altro.

Anche dal punto di vista economico Amazon rappresenta un campione di azienda non responsabile. Mentre annuncia fatturati record, 280,5 miliardi di dollari fatturati nel 2019, e il suo CEO guadagna cifre astronomiche – Bezos è attualmente considerato l’uomo più ricco al Mondo con un patrimonio che Forbes stima attorno ai 200 miliardi di dollari – i lavoratori devono lottare per aver riconosciuto un seppur minimo premio di produzione – a fronte dello sbandierato record mondiale di 1 milione di pezzi movimentato
sempre nel RSA di Passo Corese in un solo giorno, con ovvi ritmi “inumani”, l’azienda ha annunciato un premio produzione di pari a 300,00 Euro lordi per il mese di Dicembre. Lotte sindacali si susseguono per un aumento di 2 euro sul buono pasto e un piccolo aumento dell’indennità per il lavoro notturno o la
cosiddetta “job rotation”, perché i lavori ripetitivi a cui sono sottoposti i lavoratori è ormai provato causino patologie anche gravi. A tutto questo si affianca la problematica del pagamento delle imposte. Come tutte le aziende e-commerce Amazon non paga i tributi dove vende la propria la merce e quindi sviluppa il
guadagno ma sceglie i Paesi dove la tassazione è più conveniente.

Il risultato è che mentre Amazon vende prodotti in Italia togliendo il già risicato guadagno alle piccole attività commerciali non versa neppure un Euro alle casse dell’erario. Tanto per capire l’entità di questo problema, basti pensare che solo considerando la differenza tra il pagamento in regimi con tassazione più bassa rispetto ad altri, vengono evasi tra i 50 e i 70 miliardi; se poi si passa invece a considerare il sistema fiscale Europeo in genere, si potrebbero recuperate tra i 150 e i 170 miliardi di Euro.

Per contrastare tutte queste problematiche, il weekend scorso in tutto il mondo si è tenuta una giornata di mobilitazione che rientra nel movimento Make Amazon Pay il quale vuole riunire tutti i lavoratori dell’azienda di Seattle a livello mondiale e tutti i consumatori nel protestare contro le politiche antisindacali, chiedere condizioni di lavoro dignitose e sicure, il pagamento delle tasse nei Paesi in cui vengono effettuate le transazioni da parte dell’azienda di Bezos, ecc.

Tutti noi dovremmo pensare bene prima di effettuare un click sulla piattaforma e optare per acquisti sul territorio perché come recitava lo slogan della giornata di mobilitazione “sui diritti non si possono fare sconti”.

Note:
1) https://tg24.sky.it/tecnologia/2020/07/22/jeff-bezos-guadagno-record

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