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UN SUCCESSO ANCHE NOSTRO

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Prende avvio su Radio radicale, in collaborazione con il CNEL, una nuova rubrica dedicata all’approfondimento sulle correlazioni tra lavoro ed economia

Il giornalismo come impegno civile. La penna come freccia per infilzare l’arroganza del potere. Giornali e libri come scudi per difendersi dalle sue sprezzanti offese. Negli ultimi anni due sono state le battaglie di rilievo politico, civiltà sociale e sensibilità civile che abbiamo reputato degne di essere combattute con l’inchiostro e con la carta dalle trincee di Italicum e delle edizioni del Settimo Sigillo: la difesa del CNEL e quella di Radio radicale.

Le abbiamo condotte per passione, per convinzione, con ragione e con la certezza che gli attacchi renziani, nel primo caso, e grillini, nel secondo (formazioni ora felicemente accomunate nel sostegno al medesimo governo), costituissero volgari e strumentali pretesti per dissimulare il loro vero obiettivo strategico: eliminare ostacoli o, meglio, presìdi di competenza e professionalità frapposti sulla strada di un esercizio disinvolto del potere raggiunto, conquistato, occupato. In entrambi i casi, i tratti comuni del furore ideologico di rottamatori e moralizzatori da strapazzo furono la superficialità, la velocità, l’estasi da efficienza, competitività e produttività in aperto spregio di molti princìpi e valori espressi dalla Costituzione.

I conati del riformismo renziano, provocati con spirito di fazione e conclusi a colpi di voti di maggioranza, videro nell’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (art. 99 della Carta) l’espressione retorica meglio veicolata, durante la campagna referendaria del 2016, da organi di stampa privi non solo di autonomia, ma anche di capacità di giudizio. Non a caso, infatti, nessun giornale rilevò (od osò rilevare) che l’utilizzo non ottimale del CNEL nei suoi sessant’anni di vita, in termini di incidere nelle istituzioni, fosse da ricondurre non tanto alla formulazione del dettato costituzionale, quanto politicamente ad una colpa genetica: quella di risultare autonomo ed indipendente dai partiti, essendo espressione delle categorie economiche e produttive della Nazione. E per questo, altrettanto strumentalmente, tacciato di natura corporativa e soppiantato nel 1967 dal CIPE, ovvero da un organo partitocratico.

Cinque anni fa ci schierammo con forza contro l’abolizione del Consiglio; ne scrivemmo su queste colonne nel giugno 2016 in splendida solitudine, con la totalità della zelante informazione mainstream schierata a supporto di un potere tronfio ed irridente, e così concludemmo l’arringa: “A chi tacciasse questa nostra apologia di battaglia di retroguardia, risponderemmo che spesso queste sono le uniche che meritano di essere combattute. Specialmente se coronate da successo”.

E non mollammo la presa, dando voce in un’intervista del successivo mese di ottobre, a poche settimane dal referendum, al direttore generale del CNEL, Michele Dau. Il quale, nel pieno di quella marea orchestrata dall’infame abbraccio tra potere politico e vassallaggio informativo, ci confidò che “quello che è accaduto è davvero incredibile. Una Istituzione costituzionale assai poco conosciuta dalla grande opinione pubblica è divenuta il bersaglio “esemplare” della rottamazione istituzionale secondo una vulgata che questo assicurerebbe significativi risparmi al bilancio dello Stato”.

E così continuò: “In realtà la politica vive una stagione di straordinaria difficoltà e, per nascondere la sua debolezza, vuole apparire libera e forte da ogni vincolo di confronto e di mediazione pubblica. […] Roboanti dichiarazioni politiche, articoli aggressivi di giornali cortigiani, la campagna mediatica è stata in breve montata, avendo trovato il “colpevole” di tante disfunzioni del nostro amato Paese. Un attacco diretto a tutti i corpi intermedi, sociali e istituzionali, per creare un “deserto” tra la massa dei cittadini e il capo del Governo”. L’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 è noto.

Sulla stessa lunghezza d’onda, un paio di anni dopo, l’offensiva pentastellata contro l’editoria lanciata nella manovra finanziaria di fine 2018, dopo la presa di Palazzo Chigi. Il taglio del contributo pubblico all’editoria e all’informazione, cavallo di battaglia del M5S, si inseriva in un più ampio disegno di disintermediazione politica e di superamento della democrazia rappresentativa, aggravato, tuttavia, da una pericolosa censura della stampa di ispirazione governativa.

Un progetto, che aveva assunto le inquietanti fattezze dell’allora sottosegretario di Stato con delega all’informazione e all’editoria, al quale non poteva certo sottrarsi Radio radicale, alla quale il “gerarca minore” tentò di interrompere il rinnovo della convenzione ricorrendo agli stessi pretestuosi espedienti, utilizzati per il CNEL, per manipolare l’opinione pubblica: risparmio, efficienza, competitività. Dunque ultraliberismo, sotto mentite spoglie populiste, applicato alla libertà di manifestazione del pensiero. Niente male.

Anche in quella occasione il nostro inchiostro iniziò a fluire. In tre articoli apparsi tra gennaio e aprile 2019 su Italicum e sul suo blog ci schierammo in difesa della piccola e media editoria, parlando, per non lasciare adito a dubbi, di “articolo 21 a rischio” e, per la storica radio, di “battaglia pubblica di civiltà”. Un attacco violento alla libertà di stampa e al pluralismo dell’informazione, poi sventato dal Parlamento ed accantonato con la caduta del governo nell’agosto 2019, ancora più intollerabile per chi solo con la piccola editoria e con battagliere testate “di frontiera” riesce a esprimere e veicolare idee controcorrente.

Alla luce di quanto premesso è, allora, facilmente immaginabile con quale soddisfazione – politica e personale – venerdì 12 marzo abbiamo letto il comunicato-stampa del CNEL che informa che ogni lunedì, su Radio radicale, all’interno del notiziario delle ore 14, andrà in onda “Economia è lavoro”, una nuova rubrica dedicata all’approfondimento sulle correlazioni tra lavoro ed economia, nella quale il Presidente del CNEL, Tiziano Treu, affronterà i temi di stretta attualità economica e i cambiamenti nel mondo del lavoro.

Un programma – informa Alessio Falconio, direttore di Radio radicale – che “va nel solco dello spirito di ‘servizio pubblico’ che dà voce alle istituzioni, incarnato da alcuni decenni da Radio Radicale” e che – aggiungiamo – essendo un incontro di eccellenze nei rispettivi ambiti di competenza, contribuisce da un lato ad innalzare il già elevato livello dell’offerta informativa della radio e dall’altro a diffondere la conoscenza di ruolo, iniziative e presenza istituzionale di un Organo che i costituenti vollero porre al crocevia delle vicende economiche, produttive e laburiste della Nazione.

 

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