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Decrescita e occidentalizzazione del mondo

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Come afferma Serge Latouche, “Lo sviluppo è stato ed è l’occidentalizzazione del mondo”. Lo sviluppo infatti si identifica con la crescita economica realizzata mediante la concorrenza selvaggia, le diseguaglianze sociali, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. 

Si sta verificando un profondo mutamento dei parametri ideologici della globalizzazione.

Infatti, fino ad oggi la globalizzazione si è imposta con il primato dell’economia, i diritti umani, l’individualismo liberista, quali presupposti di un futuribile ed utopico governo mondiale. Ma oggi gli scenari sono mutati e la globalizzazione manifesta i suoi aspetti più oscuri, quali la crisi economica mondiale incipiente, la struttura oligarchica assunta dalla società dell’Occidente, il divario crescente della diseguaglianza tra i paesi del Nord e del Sud del mondo. La globalizzazione, già definita come fenomeno di irreversibile destinalità immanente del mondo contemporaneo, per acquisire il consenso delle masse deve trovare nuovi obiettivi ideologici, quali la salvezza del pianeta a fronte dei mutamenti climatici, la difesa della natura, l’ambientalismo quale valore morale annoverato tra i diritti dell’uomo e quindi esteso su scala globale.

L’ambientalismo assume dunque le vesti di un valore morale generatore delle nuove crociate globaliste virtuali per la salvezza del pianeta, una sorta di religione laica atta a coinvolgere le masse giovanili, con immagini simboliche mediatiche, quale è diventata l’icona virtuale di Greta. L’ambientalismo globalista si è dimostrato suscettibile di assumere anche connotati teologici. La chiesa bergogliana ha infatti inaugurato una nuova teologia mediatica ambientalista e mondialista, con relativo oscuramento della teologia escatologica legata alla trascendenza.

L’oscuramento della decrescita

Ma all’emergere dell’ideologia ambientalista non ha fatto riscontro la rivitalizzazione della problematica della decrescita, corrente di pensiero da lungo tempo ignorata o marginalizzata. Anzi, la decrescita è stata da decenni derubricata ad un utopismo ecologista coltivato da minoranze no global, come una ideologia velleitaria e quasi folkloristica, che può avere seguito solo tra gruppi di emarginati, estraniati dal processo di sviluppo irreversibile del mondo globalizzato. Sono state spesso denominate, a mo’ di scherno come “decrescita felice”, tutte quelle istanze di politica economica e sociale rivelatesi non compatibili con la crescita economica del neoliberismo e i parametri del dogmatismo economico – finanziario liberista.

I valori della “decrescita felice”, ideata da Serge Latuoche come una una concezione della società alternativa allo sviluppo, alla “occidentalizzazione del mondo”, sono stati totalmente stravolti dalla cultura dominante. Il mainstream ha sempre equiparato, in senso dispregiativo, la decrescita al populismo. Con il termine populismo si vogliono definire tutti quei movimenti politici di opposizione al sistema capitalista dominante. I populisti sarebbero l’espressione di un estremismo velleitario, propugnatori di idee demagogiche, capaci di raccogliere facile consenso popolare, su temi economici e politici che dovrebbero essere sottratti alla volontà popolare. Tali problematiche dovrebbero essere invece riservate ad elites tecnocratiche a cui è stata demandata la funzione di realizzare quei processi di trasformazione della società in senso liberista, secondo le direttive della global class dominante.

Quando il sistema si appropria delle tematiche del dissenso

Questa crociata globalista per la salvezza del pianeta è comunque un fenomeno affermatosi nella società di un Occidente dominato da oligarchie, il cui fine ultimo è quello di preservare il primato del modello di sviluppo occidentale esteso su scala mondiale. La problematica della decrescita ha invece come fondamento la incompatibilità del modello liberista, che comporta la crescita illimitata e il progresso incondizionato quale destino dell’uomo, non solo con la preservazione dell’ambiente naturale e l’esaurimento progressivo delle risorse energetiche non rinnovabili, ma con le identità e le specificità culturali dei popoli, con la dimensione comunitaria della natura umana.

L’ambientalismo, così come la decrescita, problematiche già banalizzate e marginalizzate, sono state stravolte, onde renderle facilmente compatibili e omologabili ad un sistema capitalista basato sullo sviluppo e la crescita illimitati. Il sistema ha fatto proprie le ragioni del dissenso anti – globalista. Il coinvolgimento di masse di giovani del mondo occidentalizzato sui temi ambientali si è potuto realizzare incanalando il dissenso sociale, sorto a causa della povertà e della diseguaglianza prodotta dal sistema capitalista, verso la falsa motivazione ideale della salvezza del pianeta.

L’evidente paradosso di questo dissenso virtuale ambientalista è costituito dal fatto che questa protesta giovanile non ha una controparte definita con cui scontrarsi e confrontarsi, dato che la protesta viene approvata e anzi, sostenuta da istituzioni allineate al globalismo.

L’avvento della decrescita infelice

Le teorie della decrescita appaiono oggi quanto mai fondate, data la crisi sistemica in cui si dibatte il capitalismo assoluto dal 2008 in poi. L’era e l’idea della crescita illimitata sembrano essere tramontate con il “Trentennio glorioso 1945/1975”. Infatti, non solo i livelli di crescita del trentennio sembrano irripetibili, ma, nonostante le politiche anticicliche messe in atto in Occidente, l’economia mondiale non è riuscita a tornare ai livelli di crescita anti 2008.

Oggi, al prospettarsi di una nuova recessione mondiale, si fa fronte alla crisi imminente, mediante le stesse politiche economiche già rivelatesi scarsamente efficaci successivamente al 2008: ribasso dei tassi di interesse, (ormai in territorio negativo), e finanziamenti a tasso zero con l’immissione di liquidità nell’economia da parte delle banche centrali. In realtà il sistema neocapitalista sussiste in virtù di misure di finanza straordinaria messe in atto in fasi di emergenza, ma ormai divenute permanenti.

La attuale situazione viene descritta dagli economisti come l’avventurarsi dell’economia in territori ignoti. Le prospettive odierne dell’economia neocapitalista suggeriscono, più che l’immagine di territori ignoti, quelle di una strada senza uscita.

Occorre infatti prendere atto dell’esaurirsi graduale di un modello economico improntato allo sviluppo perenne, alla crescita infinita.
Attualmente sembra invece inverarsi un’altra prospettiva per l’economia, già delineata dai teorici della decrescita: quella della “decrescita infelice”. Mentre viene denominata come decrescita felice, l’avvento di una società alternativa fondata sulla rinascita del comunitarismo, sulla decrescita conviviale, sul localismo, la decrescita infelice si manifesta con l’avvento di crisi sistemiche che comportano la drastica riduzione generalizzata della produzione e dei consumi. Essa non è frutto di una scelta volontaria alternativa allo sviluppo, ma imposta dalla crisi di un sistema economico a cui non è possibile trovare rimedi efficaci.

Tutti i fallimenti dello sviluppismo

E’ ormai al tramonto l’era dello “sviluppismo”, epoca inaugurata da Truman nel 1949. Lo sviluppismo fu frutto di una prospettiva geopolitica secondo cui lo sviluppo del sistema economico liberista nei paesi del Nord del pianeta, avrebbe prodotto, con l’effetto “ricaduta”, la crescita e l’emancipazione anche del Sud. In realtà, oggi constatiamo la fallacia delle teorie professate da tanti economisti liberali, secondo cui lo sviluppo dei paesi evoluti avrebbe prodotto un’accumulazione di ricchezza che avrebbe comportato investimenti e quindi lo sviluppo del terzo mondo.

L’avvento del neoliberismo negli anni ’80, con la deregulation economica, l’abbattimento delle frontiere e la libera circolazione dei capitali ha generato diseguaglianze, accaparramento selvaggio di materie prime, indebitamento inestinguibile, default ricorrenti dei paesi in via di sviluppo. Oggi si può constatare inoltre, come allo sviluppo economico non faccia seguito automaticamente lo sviluppo sociale. Allo sviluppo di una parte del mondo fa invece inevitabilmente riscontro l’impoverimento di un’altra. Trattasi di un processo connaturato al modello liberista.

Lo sviluppo si identifica con la crescita economica realizzata mediante la concorrenza selvaggia, le diseguaglianze sociali, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, il degrado ambientale irreversibile. Il modello di sviluppo liberista comporta di riflesso imposizione a livello globale dei valori propri dell’occidente industrializzato, quali l’individualismo, il mito del progresso infinito, il dominio sulla natura, l’estensione della forma merce a tutti i rapporti umani. La ricerca del massimo profitto si impone come scopo ultimo della vita e pertanto lo sfruttamento indiscriminato delle risorse umane e naturali ha determinato una nuova forma di colonialismo occidentale del pianeta in nome dello sviluppo. Afferma efficacemente Serge Latouche: “Lo sviluppo è stato ed è l’occidentalizzazione del mondo”.

L’avvento della globalizzazione ha dato luogo al fenomeno della delocalizzazione dello sviluppo. La delocalizzazione produttiva avrebbe dovuto produrre sviluppo nelle aree più arretrate del mondo. Ma nella realtà la produzione è stata delocalizzata dall’Occidente negli stati che offrissero condizioni economiche più favorevoli in termini di manodopera a basso costo, tutele sindacali inesistenti o quasi, vantaggi fiscali, deregolamentazione giuridica e ambientale. La globalizzazione si è quindi imposta mediante il “glocalismo”, riassunto nell’ossimoro “agire localmente, pensare globalmente”. Il glocalismo, definito come la tendenza a governare i processi di globalizzazione adattandoli alle condizioni e alle realtà locali, nella realtà ha istituito una concorrenza sfrenata dei paesi poveri nell’abbattere ogni forma di tutela e regolamentazione sociale ed ambientale onde favorire gli investimenti delle multinazionali in un determinato paese. Lo sviluppo, oltre ad impoverire lo stesso Occidente e devastare il terzo mondo, ha determinato la scomparsa delle economie locali e la distruzione delle culture e delle identità locali.

Si è comunque affermato a livello globale un modello di sviluppo fondato sui parametri economici e sui valori dominanti dell’Occidente. L’aspirazione al consumismo sfrenato, alla acquisizione delle mode e dei costumi occidentali è stata interiorizzata da tutto il mondo. Eppure, in questa fase di crisi sistemica, con l’accrescersi delle diseguaglianze e della povertà diffusa, si invoca come soluzione ai problemi generati dallo sviluppo la ripresa della crescita. Il male e la cura si identificano. Afferma a tal riguardo Serge Latouche: “Questo rischio è tanto più forte in quanto le ex colonie hanno interiorizzato i valori dei colonizzatori. L’immaginario economico, e in particolare l’immaginario sviluppista, è più radicato al Sud che al Nord. Le vittime dello sviluppo tendono a vedere nell’aggravamento del male il solo rimedio alle loro disgrazie. Pensano che l’economia sia l’unico mezzo per sconfiggere la povertà, senza vedere che in realtà è essa stessa a produrla. Lo sviluppo e l’economia sono il problema e non la soluzione, e continuare a sostenere e volere il contrario non fa che aggravare il problema stesso. <S. Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo, Bollati Boringhieri 2005>”.

Contro l’occidentalizzazione del mondo

La problematica ambientalista si rivela dunque incompatibile con la logica dello sviluppo dominante nell’economia capitalista. La distruzione dell’ambiente è conseguenza di questo modello di crescita sviluppista. Ma l’ambientalismo stesso è stato ricondotto e inglobato nella logica economicista del capitalismo. Il degrado ambientale si tramuta quindi in costo ambientale, nel senso che per porre rimedio ai danni all’ambiente prodotti dallo sviluppo, i costi che devono essere sostenuti per la sanità (malattie diffuse dall’industrializzazione incontrollata), il ripristino dell’ambiente degradato, la perdita di risorse umane e naturali, sono fattori che incidono sempre più sulla crescita e che in futuro potrebbero annullarla.

Pertanto, il sistema neoliberista propone soluzioni per la salvezza del pianeta che prospettano nuovi investimenti nel campo ambientale. Lo sviluppo, già causa del degrado ambientale, offrirebbe soluzioni se e in quanto queste ultime possano incrementare la crescita. Certo è che una riconversione industriale che renda compatibile la crescita con la tutela dell’ambiente potrebbe essere realizzata con vasti piani di investimenti che potrebbero garantire crescita e profitti per decenni. Le ragioni etiche, relative al necessario equilibrio tra l’essere umano e la natura, verrebbero dunque ad essere subordinate alla logica economica degli investimenti nel campo ambientale.

Questa problematica è stata affrontata da Emanuele Severino nel suo libro “Il declino del capitalismo, Rizzoli 1993”. Severino, prende le mosse dalla distruzione di ogni verità assoluta e incontrovertibile, effettuata dal pensiero filosofico contemporaneo. Si è verificata pertanto una netta separazione tra l’etica, la filosofia, la scienza e l’economia, che si sono evolute ormai mediante percorsi autonomi. Quindi nell’affermare che la difesa della Terra è un principio etico, occorre considerare che tale principio non potrebbe mai essere compatibile con la logica di sviluppo dell’economia. Da tali considerazioni emerge la fallacia della prospettiva secondo cui la salvezza del pianeta possa essere un obiettivo realizzabile all’interno delle logiche del sistema neocapitalista. La separazione tra i principi dell’etica e quelli dell’economia si rivela insanabile. Afferma infatti Severino: “<Il lupo ha interesse a che le pecore siano grasse e numerose> (Elie Halévy). Il sottinteso di questa battuta è la condanna del lupo. Il giudice è l’etica. Ma prima ancora di chiederci se l’etica possa essere un giudice indiscutibile, va rilevato che compiere buone azioni per fare buoni affari è cosa del tutto diversa dal far buoni affari per compiere buone azioni. Chi è buono per arricchire non ha nulla a che vedere con l’etica. Qaerite primum regnum Dei; perché se il regno di Dio – o del bene – lo si cerca per arricchire o per qualsiasi altro motivo, quel che ci si trova in mano è il regnum Diaboli”. E ancora riguardo alla pretesa del capitalismo di rappresentarsi come un sistema compatibile con i fondamenti dell’etica, Severino afferma “L’accusa di immoralità, oggi rivolta al capitalismo – da parte di alcuni settori della cultura contemporanea, di ispirazione cristiana e più o meno direttamente marxista -, si fonda sull’etica. Ma l’etica non è più in grado di essere un <fondamento>. Essa è una volontà, alla quale si contrappongono altre forme di volontà. Che la volontà etica debba prevalere sulle altre non può essere più una verità assoluta che sia a fondamento dell’agire umano. La cultura filosofico – scientifica del nostro tempo nega nel modo più perentorio ogni verità assoluta e ogni fondamento inconcusso”. Da tali considerazioni emerge comunque la impossibilità nel mondo contemporaneo della prevalenza dell’etica sull’economicismo capitalista.

Il progressivo ed irreversibile declino del capitalismo è evidente. La difesa dell’ambiente, così come la salvaguardia dell’identità e della cultura dei popoli si rivelano incompatibili con il primato della logica economica dello sviluppo illimitato.
Occorre pertanto porre in discussione il fondamento stesso dello sviluppo. La corrente di pensiero legata alla decrescita deve tornare quindi di attualità. La fuoriuscita dal sistema globale neoliberista, sarà possibile infatti solo attraverso quel processo definito da Latouche come “decolonizzazione dell’immaginario economico”.

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