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Draghi: il leader dell’eurodipendenza

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Non esiste un Draghi-pensiero né politico né economico. Il Next generation Eu è stato elaborato dagli organi tecnocratici della UE su impulso e sulla base delle direttive della Germania ed è un progetto inderogabile di trasformazione sistemica neoliberista dell’economia europea. 

Draghi: il governatore eurocratico del protettorato Italia

Ma davvero Draghi è il demiurgo di una epocale innovazione della politica italiana? O, invece, siamo dinanzi all’ennesima svolta innovativa dagli effetti meramente virtuali, con relativa santificazione mediatica di Draghi e la subitanea conversione all’europeismo di quasi tutta la politica italiana?

Il governo Draghi, sorto su iniziativa presidenziale, e dotato di maggioranze bulgare, è il definitivo risultato finale di un lungo processo di trasformazione di natura ideologica neoliberista, che ha investito tutte le istituzioni politiche dell’Occidente. Infatti, l’avvento dell’era globalista e il primato dell’economia finanziaria, con il relativo emergere nelle società dell’Occidente di poteri oligarchici e tecnocratici, ha progressivamente condotto ad una trasformazione delle istituzioni politiche in senso elitario. La politica quindi, ha dovuto necessariamente rendersi compatibile e funzionale ai rapporti di forza emergenti in una società in cui le classi dominanti hanno via via imposto la loro legittimazione politico – istituzionale.

Con la sovranità degli stati, devoluta sempre più ad organismi sovranazionali (specie in Europa con la UE), è venuta meno anche la legittimazione democratica delle classi dirigenti. Sono in via di estinzione i ceti medi e i corpi intermedi e con essi, anche la rappresentatività popolare nell’ambito istituzionale. In tale contesto, il governo Draghi, quale governo tecnico, non costituisce quindi una svolta innovativa. Il governo Draghi infatti è l’ultimo epigono di una lunga tradizione di governi tecnici che in Italia furono insediati per fare fronte a situazioni di emergenza economico – politica, che le classi politiche si erano dimostrate incapaci di affrontare. I risultati conseguiti dai governi tecnici presieduti in ordina temporale da Ciampi, Dini, Monti furono sempre devastanti per l’Italia, ma comunque ebbero l’effetto di emarginare progressivamente le classi politiche dal governo del paese e, conformemente al processo evolutivo istituzionale elitario europeo, generarono un sempre più accentuato deficit di sovranità nazionale.

L’Italia è da sempre afflitta da amnesia collettiva, da ricorrenti rimozioni della propria memoria storica. L’avvento del governo tecnico di Draghi dovrebbe invero suscitare oscuri presagi legati ad una possibile riviviscenza della politica di austerity già messa in atto dal governo Monti. La santificazione mediatica di Draghi, quale uomo della provvidenza di turno, ha infatti rimosso dalla memoria collettiva il fatto che Super Mario fu tra i protagonisti nel 1992 del vertice con i big della finanza mondiale tenutosi sul panfilo Britannia, in cui fu decisa la privatizzazione e il conseguente smembramento degli asset strategici dell’industria pubblica italiana. Egli fu inoltre il latore della lettera della BCE con cui si intimavano le dimissioni del governo Berlusconi, determinando quella spaventosa crisi del debito pubblico italiano che condusse poi all’insediamento del governo Monti. Cossiga così definì Draghi, già uomo di “Goldman Sachs”, quale vicepresidente e membro del Management Committee Worldwide della nota banca d’affari americana con uno stipendio di circa 10 milioni di dollari l’anno: “Un vile affarista. Non si può nominare premier chi è stato assunto dalla Goldman Sachs. E male feci io ad appoggiarne la candidatura a Silvio Berlusconi. È il liquidatore, dopo la crociera sul Britannia, dell’industria italiana. Ora svenderebbe quel che rimane: Finmeccanica ed Eni”.

Draghi non corrisponde a quell’immagine mediatica del salvatore della patria chiamato a sopperire all’incapacità della classe politica di far fronte a questa emergenza sanitaria ed economica. In realtà, l’intera classe politica italiana, votando quasi plebiscitariamente la fiducia a Draghi, ha scelto la deresponsabilizzazione delle scelte politiche impopolari di ispirazione europeista, delegandone l’attuazione a Draghi, come avvenne con il governo Monti. La classe politica italiana coltiva l’illusoria speranza di poterne poi raccogliere i frutti nelle prossime elezioni politiche, ma della politica di austerity del governo Monti, ha raccolto solo le macerie. Con Draghi è giunto al suo definitivo compimento quel processo di delegittimazione della dicotomia destra/sinistra, già iniziatosi nel 1989. Destra e sinistra, ormai ridotte a vuote larve dell’ideologismo novecentesco, con il sostegno al governo Draghi, non sono pervenute ad una loro sintesi, nel riconoscimento del superiore interesse nazionale, ma semmai, quali schieramenti sradicati dalle loro radici storico-culturali, si sono sciolte nell’acido dell’ordoliberismo europeista ed atlantista.

Del resto, l’insediamento di Draghi si configura come l’avvento di una governance eterodiretta dalla UE sull’Italia. Il premierato di Draghi condurrà inevitabilmente alla sua elezione nel 2022 alla Presidenza della Repubblica. In tal caso, la presidenza di Draghi assumerà le vesti ufficiali di un governatorato eurocratico sul protettorato Italia.

Un’Italia condannata alla gabbia europeista

Il governo Draghi è sorto con finalità ben precise: elaborare il Recovery plan, perché l’Italia possa accedere ai finanziamenti del Next generation Eu. Dei 750 miliardi di risorse europee predisposte per la ripresa dell’economia a seguito della pandemia, le risorse destinate all’Italia ammontano a 209,5 miliardi, di cui 68,9 miliardi sotto forma di finanziamenti a fondo perduto e 127,6 miliardi come prestiti da rimborsare, oltre al Reset Eu per 13 miliardi. L’erogazione di tali fondi è subordinata alla presentazione da parte italiana e della successiva approvazione di Bruxelles del Recovery plan. Il Next generation Eu prevede il rispetto di precise condizioni circa la destinazione degli investimenti: almeno il 37% degli investimenti riguarda il clima e almeno il 20% deve essere destinato al digitale. A seguito della presentazione dei progetti (entro il 30 aprile), e della loro approvazione (entro il 30 giugno), il 70% dei fondi dovrà essere erogato tra il 2021 e il 2022. Sono fissate inoltre precise condizionalità per l’erogazione dei finanziamenti riguardo lo stato di avanzamento periodico degli investimenti e l’attuazione delle riforme. Il piano di ripresa e resilienza, sulla base delle linee guida dalla Commissione europea, dovrà prevedere riforme riguardo alla Giustizia, la Pubblica Amministrazione, il Fisco e il sistema previdenziale. Tale piano di riforme sarà “vincolante”, nel senso che non potrà essere modificato entro il 2026, quale precisa condizionalità per accedere ai finanziamenti europei.

Il governo Draghi è composto sia di tecnici che di politici. Ma all’interno del governo è stato istituito un direttorio economico di tecnici di chiaro orientamento neoliberista ed europeista che, sotto la direzione di Draghi, imporrà le proprie scelte, a cui i partiti della “grosse Koalition” dovranno uniformarsi: il piano di ripresa e resilienza sarà quindi soggetto ad una approvazione con maggioranza bulgara assimilabile ai plebisciti dei regimi totalitari, piuttosto che sulla base di un dibattito politico parlamentare di un sistema democratico.

Riguardo alle nomine dei ministri economici emergono nomi di rilievo. Daniele Franco, ministro dell’economia, già direttore generale di Bankitalia; Vittorio Colao, ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, già a capo della task force del governo Conte 2; Renato Brunetta, ministro per la pubblica amministrazione, già titolare dello stesso ministero nel governo Berlusconi IV, resosi responsabile delle politiche di ingenti tagli alla spesa pubblica. Tra il gruppo dei consiglieri di Draghi, spiccano i nomi di Francesco Giavazzi, docente alla Bocconi di Milano ed economista esponente del liberismo della scuola di Chicago, di Milton Friedman e di Luigi Einaudi e di Marco D’Alberti, docente di diritto amministrativo alla Sapienza di Roma. Tra i consulenti per l’elaborazione del piano Next generation Eu, sarebbe stato conferito un incarico alla McKinesy, gigante americano nel settore della consulenza strategica. Molti importanti manager italiani, tra cui Colao vi hanno lavorato. Tale incarico ha suscitato molte polemiche, dato che la Mckinsey negli USA ha lavorato con la casa farmaceutica Purdue Pharma, riconosciuta poi colpevole di tre reati federali, commessi per aumentare le vendite del farmaco oppioide Oxycontin. Sarebbero inoltre in vigore altre collaborazioni con altri Big del settore, da Kpmg, a Deloitte, da Ernst&Young a Pwc.

Un governo dunque funzionale alle riforme economiche e istituzionali imposte dalla UE. Questo governo con il piano di ripresa e resilienza, istituirà una gravosa ipoteca sulla politica italiana per i prossimi anni. Infatti, essendo il Pnrr vincolante per il periodo 2021-2026 e sottoposto alla periodica supervisione della Commissione europea, le politiche economiche e le riforme da realizzare, risultano già predisposte in sede UE per qualsiasi governo potrà insediarsi dopo le elezioni politiche del 2023.

L’Italia sarà dunque prigioniera della gabbia europeista, dato che i governi del prossimo futuro potranno solo presiedere alla attuazione di piani di riforme già vincolanti. È evidente come le condizionalità del Next generation Eu comportino la devoluzione sistemica della sovranità politica ed economica da parte dell’Italia alla UE.

Non esiste un Draghi-pensiero

In realtà il governo Draghi non si è insediato per realizzare degli obiettivi programmatici propri, né per mettere in atto una propria politica economica. Non esiste infatti un Draghi-pensiero né politico né economico. Draghi è stato nominato perché sovrintenda alla fase tecnica di attuazione di un piano di ripresa e resilienza già imposto dalla UE. Il tecnico infatti è per definizione colui che studia i piani di fattibilità e provvede alla implementazione di progetti elaborati da altri.

Il Next generation Eu è stato elaborato dagli organi tecnocratici della UE su impulso e sulla base delle direttive della Germania ed è un progetto inderogabile di trasformazione sistemica dell’economia europea. Esso è un progetto che comporta investimenti nel settore ambientale ed in quello digitale che deve poi essere implementato e realizzato dagli organismi tecnici dei singoli stati europei. Tale trasformazione comporta altresì riforme sistemiche delle istituzioni politiche, secondo una impostazione elitario-tecnocratica prescritta dalla UE, con relativa destrutturazione degli ordinamenti democratici degli stati europei, la cui sovranità viene ulteriormente limitata.

La pianificazione economica neoliberista

L’evoluzione dell’economia europea nella fase post pandemica è chiaramente ispirata al mutamento radicale del sistema economico globale, realizzato mediante giganteschi investimenti nell’innovazione digitale e nel campo ambientale. Tale trasformazione epocale, è stata già teorizzata come “Quarta rivoluzione industriale” e già programmata come “Il Grande Reset” dal Word Economic Forum, fondazione con sede a Davos che riunisce le élites dell’economia, della finanza, della politica mondiale.

È tuttavia riscontrabile una evoluzione del neoliberismo in senso elitario e totalitario nella programmazione dei propri progetti di sviluppo. Il Grande Reset infatti, consiste in una pianificazione globale degli investimenti nella innovazione, con relativa trasformazione degli ordinamenti politico-istituzionali degli stati, quali strumenti legislativi predisposti alla attuazione delle riforme economiche.

Il fondamento ideologico primario di ogni società liberale è sempre stato il diritto individuale inalienabile alla libertà di iniziativa economica. I meccanismi del libero mercato pertanto, non possono essere soggetti a vincoli di sorta. Dunque le evoluzioni e gli equilibri del libero mercato sono per loro natura imprevedibili e tanto meno sono programmabili. Il neoliberismo si evolve invece secondo una logica progettuale di pianificazione economica oligarchica e centralista che si sovrappone alla libertà economica e alla democrazia politica. Evidentemente, il capitalismo odierno può sopravvivere alle proprie crisi solo mediante l’istaurazione di un totalitarismo elitario neoliberista, cioè negando sé stesso ed assumendo una natura oligarchica. Il neoliberismo crea quindi un ordinamento politico-economico che non si legittima quale rispecchiamento istituzionale della realtà economico-sociale sottostante, ma si sovrappone ideologicamente alla società stessa, determinandone coattivamente le direttive di sviluppo. Le similitudini con i regimi del defunto socialismo reale sono evidenti. Ma oggi risultano anche identiche le cause di progressiva dissoluzione sistemica che già determinarono il crollo del socialismo reale dell’URSS ed ora si evidenziano anche nelle crisi ricorrenti del neoliberismo made in USA.

La Draghi-terapia: mercatismo, darwinismo economico e “distruzioni creative”

L’orientamento programmatico della Draghi-terapia per la crisi era già contenuto negli interventi dello stesso Draghi sul Financial Times e al Meeting di Rimini nel 2020. Riguardo alle misure di sostegno alle imprese per la crisi pandemica affermò che “l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno sempre”. Dovrebbero però essere sostenute solo le imprese in grado di generare reddito e si possano rivelare compatibili con la rivoluzione digitale. Draghi ha altresì affermato l’esigenza di sostenere il debito “produttivo”, quello cioè idoneo a generare investimenti nel capitale umano e nelle infrastrutture per l’innovazione. Al summit del Gruppo dei Trenta, organizzazione internazionale indipendente di finanzieri ed accademici, Draghi dichiarò che il sostegno pubblico alle imprese insolventi, non può essere generalizzato, non può cioè essere erogato ad aziende “zombie”, già indebitate e non in grado di produrre sviluppo: le risorse “non dovrebbero essere sprecate per aziende destinate al fallimento o che non hanno bisogno di supporto pubblico”.

Emerge da tali considerazioni, una concezione economico-ideologica improntata al darwinismo. Potrebbero dunque essere sostenute solo le imprese suscettibili di adattamento alle mutate condizioni della tecnologia e dell’economia. Potrebbero inoltre aspirare a nuova occupazione solo i lavoratori le cui capacità possano essere riconvertite in nuove competenze. Il capitalismo si evolve attraverso le proprie crisi e si rigenera mediante periodiche “distruzioni creative”.

Ma, come sempre, la teoria economica e l’ideologia entrano in conflitto con la realtà storico-sociale. Tale criterio di selezione darwiniana tra imprese “zombie” e “non zombie”, potrebbe produrre nel nostro paese una desertificazione di interi settori produttivi immediata, senza alcuna garanzia circa le prospettive ed i tempi per lo sviluppo e per l’occupazione dei settori adeguatisi alla innovazione. Tra i settori destinati alla desertificazione economica potremmo annoverare i trasporti (con particolare riferimento ad Alitalia), la ristorazione, e tutta quella filiera di PMI nel campo dei servizi che oggi appare più che mai falcidiata dalla crisi. Si verificherebbe invece un rafforzamento ulteriore dei giganti del web e dell’e-commerce, che già hanno acquisito grandi quote di mercato e realizzato enormi profitti nel corso della crisi pandemica. Si rivelerebbe inoltre molto problematica e assai dilatata nel tempo la riqualificazione dei lavoratori nei settori tecnologicamente più avanzati.

Tale progetto estremamente selettivo di trasformazione strutturale dell’economia italiana, non sembra peraltro realizzabile nella situazione di attuale recessione economica, che ha comportato un calo del Pil di quasi il 9% nel 2020 ed un incremento della disoccupazione pari a 444mila unità rispetto al 2019, con un tasso di disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 29,7%. Si registrano inoltre rilevanti pressioni sul governo da parte di Confindustria, perché si ponga fine al supporto indiscriminato degli ammortizzatori sociali e al blocco dei licenziamenti.

L’inclinazione mercatista di Draghi è evidente. Tra le sue priorità si evidenzia la revisione/abrogazione di misure di sostegno sociale quali il reddito di cittadinanza e quota 100. Draghi si dimostra infine restio, anche in questa fase di crisi pandemica, ad adottare misure di intervento pubblico nell’economia specie in settori strutturali, come dimostrano le sue posizioni mercatiste assunte in merito alle situazioni emergenziali in cui versano il Monte dei Paschi, Alitalia, l’Ilva, la Telecom.

Il capitalismo come religione del nostro tempo

Si vanno dunque delineando assetti sistemici, sia economici che politici, sempre più elitari. Tra le istituzioni e la realtà socio-economica dei popoli nella fase post-pandemica si è scavato un baratro. Si configurano quindi i presupposti di un vasto conflitto sociale che investirà larga parte dell’Europa. Si verificheranno crisi istituzionali dovute alla gestione sciagurata da parte della UE della crisi sanitaria e alla carenza di rappresentatività popolare delle attuali classi dirigenti. Il problema fondamentale non sarà quello delle imprese “zombie”, ma di una politica “zombie”, quale espressione di una società occidentale in progressiva decomposizione.

Il sistema capitalista nelle fasi di crisi riproduce sempre sé stesso, al di là dei mutamenti storico-sociali incombenti. Il capitalismo infatti non è un modello sociale definito, né un sistema che prefiguri gli obiettivi utopici di una società ideale. Esso sopravvive a sé stesso, quale realtà immutabile, necessaria, incontrovertibile. Il capitalismo, come ben delineato da Giulio Sapelli, rifacendosi a Walter Benjamin, nel suo libro “Nella Storia mondiale. Stati, Mercati, Guerre”, è una “religione culturale” … “una forma di ateismo bisognosa di un nuovo sacro”: “Il capitalismo è una religione culturale, forse la più estrema e assoluta che sia mai esistita.
Tutto in essa ha significato solo in riferimento al compimento di un culto, non rispetto a un dogma o a un’idea. Si pensi alla piccola Greta salita sugli altari dei mass media e dei riti collettivi, alle comunità delle Ong protese all’inveramento salvifico di esse stesse e del mondo intero. Infatti, questo culto è permanente, è la celebrazione di un culto . Non è possibile distinguere tra giorni di festa e giorni lavorativi, ma vi è un unico, ininterrotto giorno di festa, in cui il lavoro coincide con la celebrazione del culto. E il culto capitalista – affermava Benjamin – non è diretto alla redenzione o all’espiazione di una colpa, ma alla colpa stessa. Si tratta, infatti, di un culto non espiante, ma colpevolizzante… Una coscienza colpevole che non conosce redenzione si trasforma in culto, non per espiare in questo la sua colpa, ma per renderla universale… e per catturare alla fine Dio stesso nella colpa… Dio non è morto, ma è stato incorporato nel destino dell’uomo…
Tale culto, infatti, tende con tutte le sue forze non alla redenzione, ma alla colpa, non alla speranza, ma alla disperazione: è una religione della disperazione”.

Vorrei aggiungere, che il capitalismo è una religione iniziatica, dotata di una casta intellettuale/sacerdotale la cui ritualità mediatica viene amministrata da ristrette élites al fine di legittimare sé stesse e la propria superiorità morale. Il tutto, collocato nella visione astorica propria dell’ideologia universalistica del mito del progresso illimitato di matrice illuminista, assurta a religione dell’Occidente.

Una religione che esclude la speranza è estranea alla stessa natura umana. Sarà proprio questa necessità insopprimibile di speranza che potrà determinare la nascita di un nuovo umanesimo e animare nuove conflittualità politico-sociali per un lungo periodo e provocare alla lunga la dissoluzione dell’ordinamento neoliberista.

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