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UNA SOSTITUZIONE CULTURALE

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Investimenti di lungo periodo per ripristinare la libertà di pensiero

e combattere la censura

 

Gli avvenimenti seguiti alla recente alluvione dell’Emilia Romagna hanno confermato una triste verità: le opere di prevenzione di eventi avversi idrogeologici vengono colpevolmente trascurate, non vengono effettuate in periodi di tranquillità climatica, poiché, come riscontrato da molti osservatori, da un punto di vista del consenso elettorale non rendono o, secondo una terminologia finanziaria, determinano un “roi” (return on investment, cioè il tasso di rendimento sul totale degli investimenti) molto basso.

Considerando che l’orizzonte temporale al quale la politica – a qualsiasi livello – commisura la sua azione è mediamente pari alla distanza tra oggi e la prossima scadenza elettorale è facile immaginare l’avversione di ogni policy maker, ma anche di ogni amministratore locale a porre in essere scelte di bene comune che superino tale confine cronologico. Al verificarsi di ogni disastro naturale – terremoti compresi (l’esempio della Turchia con le speculazioni edilizie è paradigmatico) – si assiste alla ricorrente effusione di lacrime di coccodrillo accompagnata dall’impegno solenne a impedire che simili tragedie si verifichino in futuro. Con riguardo al ritorno elettorale – ci si perdonerà il cinismo – è più conveniente procedere ai risarcimenti, poiché investire in prevenzione, una prassi virtuosa, non implica la gratitudine, almeno quella di breve periodo, e quindi il consenso.

Sottesa a questo ragionamento è, dunque, la diversa attenzione riservata al fattore tempo. Un approccio strutturale richiede tempi lunghi che oltrepassino le dinamiche elettorali e persino i pluridecennali limiti generazionali. Aderire a soluzioni emergenziali ex post significa, di contro, relegarsi ad una prospettiva di qualche mese e nascondersi dietro i rigorosi vincoli di bilancio.

Analogamente a quanto sin qui sostenuto, quello che necessita ad una rinnovata stagione culturale, senza etichette politiche, che sta prendendo avvio, è un impegno che deve rispondere ai medesimi criteri di investimento di lunga durata. Dopo decenni di occupazione da parte di chi, invece, ha voluto esercitare politicamente l’egemonia in ogni ambito di espressione culturale – dal cinema all’Università, dalla letteratura alla musica, dalla scuola al giornalismo, dalla televisione all’editoria – l’incarico da svolgere sarà quello di abbandonare la logica del mainstream imposto dalla dittatura del pensiero unico e tornare – in concreto – a modelli educativi che abbiano nel senso di appartenenza identitaria e comunitaria, nel merito e nella selezione, nella responsabilità, nel sacrificio ed anche nella gerarchia dell’intelletto le coordinate di sviluppo. A partire dalla scuola.

Per procedere ad una auspicata sostituzione culturale sarà pertanto necessario un orizzonte temporale almeno decennale. Solo così si creeranno le condizioni minime per ripristinare l’ordine nell’impianto valoriale della Nazione e così espungere dalla narrazione oggi imperante i germi di un totalitarismo, negatore di cultura e intollerante ad una sana concorrenza e al dissenso.

Nel frattempo, tangibili interventi potrebbero consistere nell’ammettere piccole e battagliere case editrici alle fiere nazionali del libro o prevedere rassegne stampa dedicate anche a periodici di approfondimento culturale controcorrente. Sotto l’aspetto fiscale, ad esempio, si potrebbe ipotizzare, in dichiarazione dei redditi, l’apposizione della firma in un riquadro dedicato al sostegno all’editoria con l’indicazione, inoltre, del codice fiscale di un operatore culturale. L’auspicio, allora, è che, dopo decenni di pregiudizio, torni finalmente la libertà di confronto, la competenza, la possibilità di produrre cultura senza censura e sia garantita la diffusione del pensiero, precondizione di coesione nazionale e di alti tassi di rendimento sul capitale delle idee.           

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