Home cultura Algocrazia e capitalismo

Algocrazia e capitalismo

115
0

di Brizio

Siamo schiavi in un sistema algocratico che ci estorce informazioni per il suo profitto. Le architetture digitali del capitalismo di sorveglianza sono progettate per catturare e controllare il comportamento umano

Questo nostro tempo in balia del virus ci ha obbligato ad un ennesimo salto nella conoscenza e nella gestione del mondo digitale, delle sue applicazioni e delle sue implicazioni. Obbligati a rimanere il più lontano possibile dal mondo reale, dalle strade, dalle piazze, dai nostri simili ci siamo affidati per mesi a quello virtuale, alle sue non sempre veritiere rassicurazioni, alla sua compagnia. Quel mondo che prima consideravamo importante, ma accessorio, ci ha assorbito. Questo stato di dipendenza involontaria non ci ha permesso, nella quasi totalità dei casi, di comprendere le insidie ed i pericoli che si celano nella rete, e non tanto quelli che si riferiscono alla scorrettezza o al crimine, ma quelli, del tutto leciti, che ci condizionano e ci legano ad interessi esterni a noi e che fanno dei gestori dei nostri interessi sempre più i nostri padroni ed i nostri controllori.

Stiamo parlando di quello che è stato definito in epoca moderna il capitalismo di sorveglianza, ovvero quello che, di fatto, è la base ed il presupposto di un nuovo ordine economico. Le imprese del capitalismo di sorveglianza competono, infatti, nella produzione di “prodotti di previsione”, che vengono scambiati, venduti ed acquistati, nei nuovi tecnomercati, occupandosi in tal modo sempre più in maniera massiccia dei comportamenti futuri dei consumatori. Le architetture digitali del capitalismo di sorveglianza sono progettate per catturare e controllare il comportamento umano; questo perché la produzione di beni e servizi è sempre più subordinata ai risultati del mercato privato, svincolato da ogni supervisione o controllo democratico. Intercettando i dati personali, per modificare a loro insaputa il comportamento dei loro utenti, eliminano, di fatto, il concetto stesso di democrazia.

Appropriatisi dei nostri dati personali, infatti, gli imprenditori del capitalismo di sorveglianza mettono in pericolo il nostro stesso libero arbitrio, molto più (e meglio) di come farebbe uno Stato apertamente dittatoriale. Infatti, con l’angoscia di un possibile ed ipotetico totalitarismo di stato, coltivato ai nostri danni dal sistema sin dalla fine del secondo conflitto mondiale, non abbiamo invece considerato come un pericolo reale le aziende sorte negli ultimi venti anni, imprese con nomi brillanti e fantasiosi e magari guidate da giovani geni, che sembravano essere in grado di poter offrire gratuitamente esattamente ciò che volevamo. Questa è una delle principali novità negative che dobbiamo, a maggior ragione oggi, affrontare.

Si badi bene, non dobbiamo confondere il capitalismo di sorveglianza con le tecnologie, che sono solo lo strumento: il capitalismo di sorveglianza non è una tecnologia, è una logica in azione. Le tecnologie non sono fini a sé stesse, ma mezzi per l’economia del capitale globale. La privacy diventa, quindi, un diritto che viene demandato al rapporto privato tra i singoli e le imprese e le piattaforme digitali. Le leggi nazionali sono così sospese. Quel che conta è il rapporto di fiducia verso quelle imprese e piattaforme, che sono delegate a sorvegliare che la riservatezza non venga violata da terzi, riservandosi pur tuttavia la sovranità e la proprietà dei dati raccolti.

All’inizio, per il capitalismo di sorveglianza, Google è stato ciò che Ford e General Motors sono stati per il capitalismo industriale del novecento. Nel 1999 venivano effettuate ogni giorno con Google sette milioni di ricerche. Ma non c’erano entrate, nessun modo di far pagare gli utenti. È alla fine del 2000 che, sotto la pressione dei suoi investitori, Google cambia strategia. Grazie ai dati di ricerca e di navigazione, Google non indirizzerà più la pubblicità sulle parole chiave cercate, ma la renderà visibile alle persone ritenute interessate. Questo è un cambiamento di prospettiva essenziale: i dati non riguardano più solo il miglioramento del prodotto, servono a un altro scopo, quello di offrire agli inserzionisti il pubblico che stanno cercando, e quindi servono a guadagnare denaro. I dati personali, ciò che stiamo cercando, dove, quando e come, diventano valore aggiunto comportamentale, che porterà direttamente al modello economico di Facebook. Il fatto che oggi non siamo più sorpresi dalla pubblicità mirata alla persona giusta al momento giusto, mostra l’ampiezza del processo nel frattempo avvenuto sotto il nostro naso. La pubblicità adotta oggi metodi precisi. La promozione di vendita dei nostri comportamenti, hanno condotto Google e Facebook a comprare tutte le aziende che possono fornire dati, e ce ne sono sempre di più man mano che le nostre vite vengono digitalizzate. Google acquista infatti YouTube nel 2006. È questo il modo per capire lo sviluppo del sistema Android di Google: la capacità di replicare sui telefoni cellulari il controllo ottenuto nella ricerca, per farne un mezzo per sapere tutto quello che succede in un telefono e letteralmente razziare tutti i comportamenti quotidiani. Ed è a dicembre 2012 che Instagram lancia una nuova funzionalità: i messaggi privati. Si completa così il processo per il quale la digitalizzazione di tutte le nostre azioni si trasforma in una vera e propria “architettura dell’estrazione” dei dati.

Di questa architettura sarà parte integrante anche Google Maps:
la storia della sua costruzione, forse ricorderete, passa dalle famose macchinette che fotografano ogni strada, fino poi ad arrivare successivamente al gioco Pokemon Go. Con Street View, Google si appropria di tutto lo spazio pubblico, senza chiedere nulla. C’è poi Pokemon Go, dove si crede di cacciare delle creature immaginarie nel proprio quartiere mentre in realtà si è spinti verso una destinazione precisa. Il problema è che il giocatore non sa che questa o quella insegna ha pagato affinché il gioco diriga i suoi passi sino al suo negozio, il che fa una grande differenza con la pubblicità tradizionale, visibile, chiara e regolamentata. Così l’inserzionista pagherà solo quando il giocatore arriverà nell’area prefissata. L’azione dell’utente fa scattare il reddito: il “gioco” farà di tutto per spingere il giocatore dove il suo passaggio produrrà un profitto. Senza fare del facile complottismo, vediamo come allo stesso modo, il robot aspiratore Roomba può captare la mappa della casa di chi è connesso e darla a Google Maps, che trova un modo per cartografare sino allo spazio privato, diventato nuova terra di conquista. Certo, possiamo rifiutare le condizioni di utilizzo dell’aspirapolvere e bloccare questo trasferimento di dati, salvo che allora sarà necessario fare a meno di varie funzionalità quale l’attivazione remota tramite un’app installata sul telefono.

Senza poi stare ad approfondire sul presunto accordo esistente tra Alexa e la Cia, mai provato, ma da molti sussurrato. Per chi non lo sapesse, Alexa è l’assistente intelligente che, tramite Amazon Echo, consente all’utente di controllare con la voce una molteplicità di oggetti, servizi, contenuti e quant’altro. Lo scorso anno Bloomberg, agenzia di stampa internazionale, ha pubblicato un’inchiesta nella quale racconta come dietro ad Alexa ci sia un nutrito gruppo di impiegati e fornitori di Amazon che ascolta 24 ore su 24 le registrazioni delle conversazioni tra Alexa e i suoi utenti.

Sembra insomma che ciò che ci diciamo con il nostro altoparlante intelligente non sia del tutto privato, e venga più o meno regolarmente ascoltato da esseri umani in carne e ossa.

Ci viene detto che l’obiettivo di questo “ascolto” su larga scala è quello di raccogliere informazioni utili al miglioramento del sistema di riconoscimento vocale che permette ad Alexa di funzionare. Va bene, ma… come la mettiamo con la privacy? Nei termini e condizioni sull’utilizzo di Alexa, Amazon non spiega esplicitamente che qualcuno ascolta ciò che diciamo. Si limita a dire che le nostre richieste al sistema sono trasmesse al cloud per permettere ad Alexa di imparare divenendo sempre più intelligente. Amazon ha giurato che la privacy degli utenti è una priorità per l’azienda, e che i file audio con le registrazioni non sono associati ai dati personali degli utenti, ma solo al loro codice cliente, e che i dipendenti non sono in grado di associarli a nomi e cognomi. E noi diamo per scontato che sia così.

Se ci meravigliamo di tutto questo, dobbiamo ricordare che tecnologie di questo genere sono da tempo sperimentate per il controllo dei lavoratori, come la misura a distanza del lavoro, il coleottero spia o i micro droni o il famoso braccialetto brevettato da Amazon. Così fingendo di progredire in avanti, ci ritroviamo a rivivere il peggior passato: come agli inizi della rivoluzione industriale le regolamentazioni sul lavoro minorile o sull’ambiente non esistevano, allo stesso modo oggi sostanzialmente non esiste un quadro normativo che ci difenda. Siamo schiavi in un sistema algocratico (dal termine algocrazia, ovvero potere degli algoritmi, usato per la prima volta nel 2006 nel libro Virtual Migration di A. Aneesh) che ci estorce informazioni per il suo profitto. Ovviamente il capitalismo rimane lo stesso, nuota o annaspa, a seconda dei tempi della crisi, nelle nuove tecnologie per creare maggior profitto, cercando di sganciarsi dalla zavorra della caduta tendenziale del saggio del profitto. I cittadini, i lavoratori sono, invece, sempre più invischiati in un meccanismo che appare progressivo, ma che, in realtà, si nutre della loro stessa vita.

Quando pensiamo alle nuove generazioni, spesso le apostrofiamo come “nativi digitali”, senza renderci conto di quanto dovrebbe apparirci ironica questa frase. I “nativi” non hanno mai fatto una buona fine: lo sanno bene quelli delle Americhe. Gli storici lo chiamano il “modello di conquista”, che si svolge in tre fasi: misure legalistiche per fornire all’invasione una giustificazione, una dichiarazione di rivendicazioni territoriali e la fondazione di una città per legittimare la dichiarazione. Assomiglia molto a quello che le multinazionali della sorveglianza hanno fatto. Prima hanno sventolato la bandiera del progresso, poi hanno conquistato una dichiarazione semplicemente imponendo che la nostra esperienza privata di navigazione e di rapporto con il digitale fosse loro, una loro necessità. Poi hanno fondato molte città virtuali, i luoghi dove ci avventuriamo giornalmente per lavoro o divertimento. Siamo stati colti alla sprovvista dal capitalismo di sorveglianza perché non c’era modo di immaginare la sua azione, almeno non più di quanto i primi popoli delle Americhe avrebbero potuto prevedere le conseguenze che sarebbero scaturite dalla loro ospitalità verso i marinai che sventolavano il vessillo dei re spagnoli. Come loro, abbiamo affrontato qualcosa di veramente senza precedenti. La verità è che il capitale globale è sopravvissuto sinora grazie alla sua capacità di mutar pelle, conservando pur tuttavia lo spirito di rapina che lo anima; i lavoratori, al contrario, sono stati abbandonati da tempo al loro destino da chi ha svuotato di significato la loro lotta per l’emancipazione. La lezione da trarre dovrebbe essere facilmente intuibile, in realtà continuiamo a seguire il canto delle sirene, anche se sulla nave son rimaste ben poche provviste e la tempesta è in arrivo.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.