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Casa Green: pericolo scampato?

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Tolta la  famiglia e la proprietà si viene portati nella società liquida di cui ci ha parlato Zygmunt Bauman.

 

Tra il 12 ed il 13 ottobre scorso si è riunito il cosiddetto trilogo, ossia il negoziato tra Parlamento, Commissione e Consiglio Europeo.

La riunione si è tenuta di notte, così come si usa quando si vuole giungere velocemente ad un provvedimento, o meglio lo si vuole imporre a tutti i costi,

comportando questo il più delle volte un sacrificio per gli italiani.

Di cosa si trattava nello specifico?

Si trattava di far passare la Direttiva Europea per la c.d. “Casa Green”, che prevedeva, con il fine di salvare il pianeta, l’efficientamento degli immobili, o meglio, la loro gran parte, con l’eccezione di quelli di interesse artistico e di pochi altri casi residuali.

In poche parole, ciò che ci chiedeva l’Europa, era di portare le nostre case, entro la data del 2030, ossia dopodomani, in classe energetica “E”, entro il successivo 2033 in classe “D” ed entro il 2050 nella classe più elevata.

Il tutto a pena del divieto di poterli vendere o locare.

Strano, ma vero, il nostro Governo non si è piegato.

E’ stato quindi fissato un secondo incontro, tenutosi il 7 di dicembre 2023, dove si è ottenuto di applicare la normativa sull’efficientamento energetico ai nuovi edifici, ed in parte a quelli non residenziali di una certa metratura.

Per quanto riguarda le abitazioni già esistenti, è slittato dal 2035 al 2040 il divieto di installare nuove caldaie a gas, ritenute oramai non più in linea con la nuova religione.

Viene data invece la possibilità allo stato di concedere agevolazioni a chi volesse efficientare il proprio bene, o meglio, lo volesse rendere più “green”. Il pericolo è stato perciò scampato?

Partiamo dall’osservare quali si annunciavano essere le conseguenze per gli italiani nel caso in cui l’Europa, in assenza d’una levata di scudi della nostra classe politica, pressata dalle associazioni che rappresentano i proprietari immobiliari, fosse stata accontentata, partendo dal ricordare come la stragrande maggioranza possegga almeno un immobile, sia che si tratti di un appartamento, sia che si tratti di una porzione di bifamiliare o di una unifamiliare.

Il primo effetto, che si stava già riscontrando nel mercato, è la perdita di valore del proprio bene.

La normativa relativa all’efficientamento, tuttora parzialmente vigente, meglio conosciuta come “110%”, ci ha dimostrato come il paese non sia attrezzato, e non poteva essere diversamente, per efficientare, nel giro di pochi anni, milioni di unità abitative, mancando sia la sufficiente manodopera formata per tale attività, sia il materiale per la posa in opera.

Efficientare quindi il patrimonio immobiliare, per le date che stavano per essere imposte, sarebbe stato di fatto impossibile, spingendone fuori dal mercato una parte consistente.

Non bastasse, la corsa all’efficientamento, mal governata dal legislatore, ha avuto ad oggi la conseguenza di far schizzare verso l’alto il costo delle materie prime, rendendo così inavvicinabile, per larga parte degli italiani, la possibilità di concretizzare la volontà di adeguarsi, in assenza di ingenti incentivi.

Le devastanti conseguenze sono apparse palesi anche all’ABI (Associazione Bancaria Italiana), la quale ha sottolineato la difficoltà di elargire mutui a soggetti che non potessero risultare solvibili perché privi di immobili efficientati, con tutte le evidenti ricadute nel settore delle imprese che facilmente possiamo immaginare.

Conseguenze da prevedersi anche in capo agli istituti di credito, privati di una seria garanzia per i finanziamenti, già elargiti, ma con la presunta consapevolezza d’essere garantiti da beni che avessero un mercato.

Dello tsunami che si stava per abbattere sui proprietari di casa italiani se ne erano ben resi conto anche i fondi esteri, che si stavano già preparando ad acquistare ad un prezzo di saldo una buona parte del nostro patrimonio, fondato sul mattone, con l’intento di ristrutturarlo, concedendolo poi in locazione agli ex proprietari, a canoni importanti.

Viste le devastanti conseguenza che la Direttiva Europea poteva avere, la risposta alla domanda formulata poco sopra potrebbe essere positiva, e si potrebbe affermare “pericolo scampato!!”, ma ciò dimostrerebbe la volontà di non voler vedere la direzione e di non voler vedere come gli interessi in gioco siano ben maggiori di quelli che a prima vista possono apparire.

Come nel divisionismo, laddove per poter capire l’immagine è necessario allontanarsi dal dipinto, oggi è utile, anzi indispensabile, dare uno sguardo al passato per tentare di capire dove ci stanno portando.

Sin dall’epoca antica la classe dominante è stata definita come classe di patrizi, ed erano tali perché in grado di individuare chi fossero i loro padri o, più in generale, i loro ascendenti.

Questo già nell’antica Roma, dove il Patriziato si distingueva dalla massa informe che popolava l’Urbe, senza un passato e, con molta probabilità, senza un futuro.

Ciò è continuato poi nei secoli successivi, dove la classe nobiliare, nei propri palazzi, esponeva con orgoglio le effigie dei propri avi.

Si sottolineava perciò quello che sottolineo Orwell, nel suo 1984, ossia che chi controlla il passato controlla anche il futuro.

Dall’altra parte vi è sempre stato, invece, chi non poteva affondare le proprie radici, rivendicando la propria presenza nella società.

Questo l’aveva capito molto bene Petr Arkadevic Stolypin, Presidente del Consiglio, nella Russia dello Zar Nicola II°, che annusando l’arrivo del vento della successiva Rivoluzione Bolscevica, aveva distribuito la terra ai contadini, creando così la classe dei kulaki, permettendo loro di affondare le loro radici e rendendoli così parte integrante della società, vista come la loro Patria, ossia la “Terra dei Padri”.

L’essere proprietario di un bene, ossia del loro appezzamento di terra, da poter lasciare ai propri figli, dava quindi finalmente a questi contadini un senso di continuità.

Ciò veniva ben compreso dai bolscevichi, che andarono al potere di li a poco,  dovendo creare l’uomo nuovo, furono certosini nello sradicare questo loro attaccamento ai propri beni, sterminandoli.

Tornando ai giorni nostri, non vi è chi non possa vedere come tutto ciò che negli ultimi decenni abbia dato alla gente un senso di continuità e, quindi, di identità, sia stato scientemente attaccato e distrutto.

Senza volare troppo in alto, parlando dell’attacco massiccio al valore “Patria”, basterà osservare come il nucleo fondante della società, ossia la famiglia, sia stato posto sotto assedio, riducendolo ai minimi termini.

Passo dopo passo, dapprima con il divorzio, poi con l’aborto ed ora con l’eutanasia, non ancora legalizzata, ma di fatto applicata, la comunità familiare, che costituisce l’ultimo e più importante rifugio per gli individui, è stato pressoché disgregato.

Rimaneva e rimane oggi da abbattere il guscio che ne custodisce quel poco che ne rimane, ossia la casa di proprietà.

Tolta questa, non vi è più nessuno scoglio al quale aggrapparsi durante la tempesta.

Tolta la proprietà si toglie il senso di sicurezza e il senso della comunità che permette di essere liberi, che permette di non dover tendere la mano aspettando che qualcosa venga dato dall’alto a titolo di grazia.

Tolta la proprietà si annienta la potenza individuale e la possibilità di decidere delle proprie vite.

Tolta la  famiglia e la proprietà si viene portati nella società liquida di cui ci ha parlato Zygmunt Bauman, trasportati in quel mondo che non ama le specificità e le aggregazioni.

Visto tutto ciò, siamo perciò davvero sicuri di poter dire definitivamente “pericolo scampato?”

 

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