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Medio Oriente: guardare la luna non il dito

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Israele è l’unica isola coloniale sopravvissuta alla decolonizzazione. A essere stata posta sotto attacco è l’essenza del potere USA, la sua talassocrazia. Che ne è dunque dell’egemonia USA? Messa efficacemente in discussione non da potenza primaria come la Cina, ma dallo Yemen? È il fallimento della strategia USA, delle radici stesse del potere talassocratico, rigetto della politica delle cannoniere; segno d’inequivocabile tramonto di mondo unipolare.

L’errore di prospettiva

Al momento in cui scriviamo, sono oltre due mesi e mezzo che guerra aperta infuria in Medio Oriente, in Occidente derubricato a conflitto fra Israele e Hamas con occasionali interventi terzi; errore di prospettiva per mancata consapevolezza e incomprensione dei termini della posta. Quella in corso è guerra assai più ampia, che prevede più teatri e tempi; assimilabile non a partita a scacchi, scontro frontale seppur elaborato, ma a weiqi (go), gioco d’origine cinese conosciuto in tutto l’Oriente, che punta ad accerchiare l’avversario su varie parti del goban (campo di gioco, sorta di scacchiera). Ad affrontarsi da un lato sono gli USA, con Israele sua inscindibile appendice un tempo strategico pilastro oggi volto ad altrettanto strategica ed esiziale zavorra, soggetto a rischio d’affogare che tira con sé chi tenta di salvarlo; dall’altra c’è l’Asse della Resistenza nella sua interezza.

La posta non è Gaza, non lo è mai stata, o per lo meno non è la principale; il bersaglio non è solo Israele, sono gli USA che vengono colpiti attraverso esso; il fine è espellere la loro pervasiva influenza dalla regione, cessata quella, Israele collassa insieme a quanto resta del sistema di dominio che Washington ha posto sull’area. Con ciò reindirizzando i regimi che, per propria convenienza, l’hanno appoggiato e sono già in fase d’avanzato riposizionamento.

Ma perché la guerra è iniziata a Gaza, un francobollo di 365 Km2? Perché, di tutti i soggetti che compongono l’Asse, per primo è sceso in campo il meno forte? Perché l’inizio dello scontro doveva iniziare in Palestina: per ragioni politiche, religiose e simboliche, la causa palestinese è trasversale nel mondo; il sangue palestinese pur se poco – ahimè assai poco – ma qualcosa conta, almeno nel Sud Globale. Nulla quello iracheno, siriano, yemenita, afghano o libanese, lo si è visto con morti a centinaia di migliaia del tutto ignorati.

La guerra in quei paesi, come in qualsiasi altro luogo al di fuori dell’Occidente o a esso funzionale, sarebbe rimasta confinata lì senza modificare in nulla i termini della partita; in Palestina echi ne suscita e i massacri – spinti al parossismo da Israele – stanno conducendo il Sud Globale a riprovazione manifesta, a ostile repulsione nel mondo islamico, persino a qualche riflessione in Occidente.

Il punto è che un attacco frontale e concentrico di tutto l’Asse con ogni probabilità avrebbe travolto Israele, ma avrebbe istantaneamente mobilitato gli Stati Uniti via immediato intervento con alleati occidentali al seguito; crociata “legittimata” dall’esiziale dimensione del pericolo e dall’universale narrazione che vuole Israele paese “democratico”, depositario di perenne impunità per i suoi atti causa riparazione dovuta ed eterna per i danni subiti tre generazioni fa. Ma mesi di guerra e sfrenati massacri stanno erodendo “legittimazione” e impunità, mettendo in visibile, crescente difficoltà gli USA che lo sostengono.

In altre parole, col proprio sangue i palestinesi hanno creato il quadro politico/culturale perché criticare/affrontare Israele non sia più un tabù e sostenerlo sempre più problematico. Con ciò indebolendo gli Stati Uniti che dalle azioni del “protetto” hanno danno diretto. Sfibrando la loro posizione nel mondo nel momento di maggiori sfide e limitandone lo spettro di possibili risposte. Di qui il rovello in cui si dibatte l’Egemone: agire mettendo in conto il danno che ne viene o non agire certificando impotenza?

Il punto di vista dei paesi islamici e del Sud Globale

Per comprendere come viene vista la causa palestinese fuori dalla bolla mediatica occidentale, bisogna partire da una considerazione, prendendo spunto da un bell’articolo di Tommaso Fontanesi: Israele è l’unica isola coloniale sopravvissuta alla decolonizzazione e quella che vi è in atto da tre generazioni è lotta per l’autodeterminazione d’un popolo cui è stato rubato tutto: terra, beni, cultura, in breve anima e radici. Israele è stato coloniale, semplice constatazione rimossa da vulgata occidentale che, con forti dosi di razzismo, lo ha descritto come “villa nella giungla”; faro di civiltà – a occhio aduso a ruolo coloniale, necessariamente occidentale – fra la barbarie.

Quello israeliano è stato ed è colonialismo d’insediamento, ciò che in inglese è inteso come settler colonialism (in arabo istitan), e in quanto tale incompatibile con il mantenimento in loco della popolazione indigena, meno che mai con la precedente struttura sociale, culturale, economica e religiosa. Perciò tendente a unica conseguenza: cosciente e programmata uccisione di una civiltà. È fenomeno di tipico stampo anglosassone, al pari di quanto fatto negli Stati Uniti, Canada, Australia o Neo Zelanda, con le ben note conseguenze sui nativi, sterminati in nome di “più elevata civiltà”; esercizio di “destino manifesto” di razza auto-definitasi superiore che rinchiude i superstiti di “civiltà inferiore” in riserve fino alla loro obliterazione.

Processo che non è stato accidente della Storia, deviazione dettata da forzate contingenze, ma progetto già nettamente esplicitato agli albori degli insediamenti ebraici in Palestina; leggasi per tutte le dichiarazioni di Zabotinskij (intellettuale ebreo di origine russa, uno dei massimi esponenti del “revisionismo sionista” e tra i fondatori dell’Irgun). Esso sosteneva apertamente che la colonizzazione sionista, per sua costituzione ed essenza, non poteva prevedere alcun accordo con le popolazioni arabe; per questo doveva avvenire dietro un “muro di ferro” che i palestinesi non potessero rompere. Allocuzione – ahimè – divenuta celebre quanto ispiratrice.

Dunque, quello israeliano è colonialismo della peggiore specie. Agli occhi del mondo che ha provato sulle proprie carni ciò che significhi dominio coloniale (più o meno 7/8 dell’umanità), il continuo e incondizionato appoggio che gli USA danno a Israele è ennesima dimostrazione di doppio standard, dagli eventi attuali spinto a insostenibile livello. In totale distonia con l’ipocrita narrazione occidentale, che parla di libertà e diritti (per sé e solo per sé ma negati agli altri), urla che le vite dei palestinesi contano assai – ma proprio assai – meno che quelle israeliane; i loro diritti umani hanno confini, s’arrestano dinanzi all’occupante e agli interessi dell’Occidente; il diritto internazionale a essi non si applica, sovrastato dal rules-based order americano. In fondo, è meccanismo analogo a quello che ha messo in ritirata le potenze occidentali dall’Africa via catena di colpi di stato, per questo accolti da entusiasmo popolare.

E se ci concentriamo sul vasto mondo islamico, c’è rabbia e indignazione che si espandono esponenzialmente incentivate dalle vicende del conflitto ucraino. Le domande che salgono dalla Umma sono del tipo: perché l’ucraino sottoposto a occupazione conta più del palestinese e, per traslato, del siriano, iracheno, yemenita, afghano e così via? Perché l’ucraino merita sostegni d’ogni tipo e il mediorientale no? A esso è fatto pure divieto di ribellione e obbligo di supina accettazione d’oppressione. E dunque, perché in Ucraina l’opposizione all’invasione si chiama resistenza e in Palestina, come in ogni parte del MENA, terrorismo? Un doppio standard, appunto, che fa emergere l’ipocrisia della narrazione occidentale e il razzismo di cui è intrisa.

A quanto detto s’aggiunge altro fattore: la potenza evocativa e simbolica di Al-Aqsa e di Al-Quds che la ospita; enormi vettori di significati religiosi e politici insieme perché l’Islam, non ci stanchiamo di ripeterlo, è religione politica, che predica l’opposizione all’aggressione, al potere ingiusto. Precetto che trova più che mai il suo significato sulla Spianata delle Moschee e all’ombra della cupola dorata di Al-Aqsa. Ogni devastazione che – in modo del tutto ricorrente – i fanatici nazional-religiosi israeliani portano in quei luoghi considerati santi da oltre due miliardi di persone sono uno schiaffo in faccia a un quarto dell’umanità, un insulto intollerabile nei modi e per l’affermazione di voluta prevaricazione. E, per traslato, lo sono anche per il resto del Sud Globale che vi vede l’arroganza di chi pretende di negare, peggio, di profanare l’anima altrui.

Attacco all’essenza del potere USA

Ma, come detto, la guerra non si limita a Gaza e neppure alla Palestina; creato il clima politico, il conflitto sta entrando – anzi, è già entrato – in una nuova fase, impensabile fino a qualche mese fa. A essere stata posta sotto attacco è l’essenza del potere USA, la sua talassocrazia. Il potere di decidere chi e cosa viaggia sui mari e controllare i choke-points, i colli di bottiglia attraverso cui passa il commercio del mondo: in nome di una causa nobilitata da mesi di massacri, alle navi israeliane o dirette ai suoi porti è stata preclusa la rotta del Mar Rosso. Attenzione! La via per Suez non è stata dichiarata chiusa; Ansarullah ha dichiarato urbi et orbi che il traffico resta aperto per tutti tranne che per l’entità sionista fino a che non smetterà di massacrare i palestinesi e finirà il blocco che sta affamando e assetando Gaza. In pratica imponendo un contro blocco a Israele.

È chiaro almeno a 7/8 dell’umanità che a essere messa in discussione non è la “libera circolazione” delle merci, ma Israele e ciò che ne consegue. Che, come abbiamo visto, a occhio non occidentale è molto. Ma, allo stesso tempo, è il potere USA a essere stato messo nel mirino, che quei massacri copre e appoggia; per la prima volta contestato in modo così evidente nella sua massima espressione talassocratica.

I fatti: col procedere dei massacri, e il determinarsi del nuovo clima politico internazionale, il 19 novembre Ansarullah si è impadronito del cargo Galaxy Leader e lo ha dirottato verso la costa yemenita; è stata la prima di una serie di azioni sempre più frequenti, culminate il 3 dicembre con la dichiarazione espressa che il Mar Rosso era chiuso non solo alle navi riconducibili a proprietà o interessi israeliani, ma a qualsiasi carico destinato ai porti di Israele, sotto qualsiasi bandiera viaggiasse; sfida inaudita, senza precedenti, alla talassocrazia americana. Per settimane gli USA si sono arrovellati per articolare risposta, intessendo febbrili trattative che hanno rivelato molte spine, mentre le principali compagnie di trasporto marittimo reindirizzavano le rotte verso il Capo di Buona Speranza, cancellando quella per Suez.

Finalmente, il 19 dicembre, il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin, ha annunciato l’Operazione Prosperity Guardian destinata ufficialmente a garantire una libertà di navigazione nel Mar Rosso che la Resistenza yemenita non contesta in alcun modo. Con ciò mostrando che scopo degli USA è soccorrere il problematico alleato israeliano a rischio di blocco ma, primariamente, riaffermare il dominio sui mari messo rudemente in discussione. In realtà, l’US Navy era già intervenuta più volte per intercettare missili e droni yemeniti indirizzati verso Israele, e la straordinaria concentrazione di mezzi fra Mediterraneo Orientale e Golfo di Aden (i gruppi di battaglia delle portaerei Gerald Ford e Dwight Eisenhower, l’Amphibious Ready Group della portaeromobili USS Bataan con la 26th Marine Expeditionary Unit, oltre a sottomarini nucleari e una miriade di altri mezzi) operata dall’inizio della guerra in Palestina non necessiterebbe d’alcun sostegno militare di terzi. Ma politico sì. Eccome!

Tuttavia, nel nuovo clima la chiamata alle armi americana s’è rivelata largamente problematica malgrado ogni sforzo della diplomazia di Washington, segno di drastica riduzione d’influenza. A spiccare è che né India, né Cina parteciperanno all’Operazione, sebbene le più interessate al traffico nell’area, anzi, rileva che la OCCL – primaria compagnia di spedizioni marittime con sede a Hong Kong – ha sospeso ogni attività da e per Israele e, in terra cinese, le aziende israeliane stanno incontrando crescenti difficoltà nell’ottenere licenze per importare ed esportare beni, massimamente in campo tecnologico. Con ciò suscitando le loro inviperite reazioni – tipiche di chi è aduso a imporre limiti, non a subirli – che denuncia un embargo “strisciante”. A questo, il 20 dicembre, s’è aggiunta la chiusura dei porti della Malaysia, sinistro segnale che vieta gli approdi a merci e navi israeliane lungo il Canale di Malacca (per la cronaca: convoglia due volte e mezza del traffico di Suez).

Nei fatti, il Sud Globale si astiene, semmai simpatizzando per la Palestina con evidente retro pensiero d’usare l’occasione per ridimensionare l’ubris americana, tranne partecipazione meno che simbolica: Seychelles e Bahrein, due micro stati privi di Marine, l’uno del tutto irrilevante, l’altro, minuscolo protettorato in condominio saudita e americano dove è basato il Comando della V^ Flotta USA. Inutile dirlo, meno che mai parteciperà la Russia ben felice degli imbarazzi americani, che sfrutta.

Unica ad accodarsi da subito alla chiamata USA è la UE che, per bocca di Borrell, ha annunciato sostegno all’iniziativa americana via la già esistente Operazione Atalanta. Ma con molti distinguo che la dicono tutta sul clima politico. La Spagna, dopo aver sollevato critiche all’operato di Israele, ha finito per sfilarsi da Prosperity Guardian per ragioni di politica interna. Neanche la Germania partecipa e non per ragioni di Geopolitica, categoria a lei da tempo del tutto estranea, ma per formali ritrosie costituzionali (dietro cui è solita barricarsi per evitare qualsiasi decisione) e più concreti limiti operativi (delle tre fregate anti aeree che la sua Marina allinea, solo la FF 221 Hessen sarebbe operativa).

Nota di colore: l’Italia, come sempre pronta al richiamo dell’Egemone, fornirà la fregata FREMM Virgilio Fasan, ma guardandosi bene dal modificare le regole d’ingaggio dell’Operazione Atalanta (una missione di polizia internazionale pensata per il contrasto alla pirateria) con ciò precludendo azioni militari attive. Domanda: che ci va a fare? Con ogni probabilità sarà relegata a indefinito ruolo di “collegamento”, per quel che può significare. Ovvero, eterno gettone di presenza alle avventure dell’Egemone. Nota questa volta politica: malgrado fortemente sollecitata e adusa a rispondere prontamente, l’Australia s’è sfilata dall’Operazione, con ciò riscuotendo l’aperto plauso cinese (vedi Global Times, semiufficiale organo del PCC).

Realtà dice che l’Occidente allargato si divide, solo parte dell’impero europeo degli USA s’accoda. In pratica Francia e Gran Bretagna che, nel tentativo d’asserire stazza ormai obliata, sono già intervenute intercettando droni e missili yemeniti con le unità che da tempo mantengono nel Mar Rosso; per il resto, contributi poco più che simbolici; appunto, gettoni di presenza. Con ciò acclarando debolezza e inconsistenza della narrazione occidentale, resa ancora più stridente dall’essere rivolta allo Yemen.

Come imputare proprio ad Ansarullah la colpa di danneggiare Israele bloccando le navi che vi portano merci? Dal 2015 gli yemeniti sono stati (e nella sostanza lo sono ancora) sottoposti a blocco perché non si sono voluti assoggettare a dominio altrui, patendo l’indicibile per affermare la propria libertà – propria, non imposta da terzi – senza che nessuno avesse di che dire dinanzi a centinaia di migliaia di morti. Viceversa, Israele sarebbe danneggiato da un blocco perché massacra migliaia di palestinesi per affermare il proprio dominio di stampo coloniale su di essi. Contraddizione inesistente a occhio occidentale, che pretende d’approcciare il mondo attraverso propri parzialissimi standard, ma chiara per il resto del pianeta. Che, infatti, non ha elevato protesta all’iniziativa della Resistenza yemenita, lasciando solo un pugno di satelliti ad affiancare un Egemone in visibile difficoltà.

E per inciso, a mio parere sbaglia chi sostiene che l’iniziativa di bloccare il Mar Rosso sia stata estemporanea quanto velleitaria iniziativa di Ansarullah, del tutto distonica e slegata dalle agende degli altri paesi della regione, persino dell’Asse della Resistenza. Non si spiegherebbe, altrimenti, l’accordo annunciato il 23 dicembre da Hans Grundberg, inviato dell’ONU per lo Yemen; esso ha riferito che i colloqui in corso da mesi fra yemeniti e sauditi hanno subito un’accelerazione proprio negli ultimi giorni, sfociando in concordata road-map per definitivo processo di pace fra aggrediti e aggressori. In pratica, segno di depotenziamento di crisi acuta ridotta a controversia negoziabile. Dunque, d’avvio a regolamento al di là degli schemi dell’Egemone.

Già, l’Egemone. Abbiamo già detto in altra occasione che l’egemonia è cosa immateriale, funziona finché gli altri la riconoscono per tale; quando è necessaria forza nell’imporla essa è già dissolta. Ed esaurisce chi pretende d’esercitarla perché lo costringe a scontro che si moltiplica per emulazione fra gli sfidanti. Che ne è dunque dell’egemonia USA? Messa efficacemente in discussione non da potenza primaria come la Cina, ma dallo Yemen? Nel passato era sufficiente spostare una portaerei per indurre a più miti consigli un soggetto politico riottoso; oggi qual è la deterrenza esercitata dal e sul mare dall’imponente spiegamento di forze navali messe in campo da Stati Uniti e satelliti vari fra Mediterraneo Orientale e Golfo di Aden? Nei fatti, l’accesso al Mediterraneo-Medioceano è fuori dal controllo americano che non riesce a imporre la sua legge. Somma ingiuria per una talassocrazia che sul dominio dei mari e degli stetti fonda sua dichiarata potenza.

Nel complesso, difficile immaginare debacle più grande in campo geostrategico (dimostrazione d’impotenza nel momento di massima necessità di forza), geo-economico (interruzione di traffici commerciali a danno del proprio imprescindibile partner regionale) e geoculturale (dismissione del proprio soft-power a favore dell’hard-power più sfacciato). È il fallimento della strategia USA, delle radici stesse del potere talassocratico, rigetto della politica delle cannoniere; segno d’inequivocabile tramonto di mondo unipolare.

A questo punto, non importa se Stati Uniti e resto d’Occidente bombarderanno lo Yemen, come altamente probabile per mascherare proprio fallimento. Aizzeranno solo ulteriore conflitto, ancor più legittimato a deflagrare agli occhi del mondo. In Iraq, Siria e nello stesso Yemen poco importa: saranno gli interessi americani nel mirino. Del resto lo sono già con intensità crescente, vedasi Iraq e Siria. Al meglio, i freedom-fighters si sfogheranno abbattendo vettori da poco più d’un migliaio di dollari con missili super sofisticati che costano anche più di due milioni al pezzo.

Conclusione

Mettiamo in fila i fatti: il massacro a Gaza (e quello che si consuma nel silenzio in Cisgiordania) sta logorando Israele, il suo strumento militare, la sua economia, la tenuta sociale e l’immagine che proiezione sionista ha imposto di sé nel mondo per garantirsi immunità perenne. Al confine col Libano, il conflitto surrealmente negato con Hezbollah sconvolge la Galilea paralizzandola; esercitando concreta minaccia e più che credibile deterrenza. La sfida di Ansarullah, giustificata da Gaza, è guanto gettato in faccia agli USA che, con tutta probabilità, saranno necessitati a reazione, con ciò, come detto, legittimando massiccia reazione contro i loro interessi nella regione, vero, primario obiettivo della guerra. Sommo danno per gli americani che si vedranno addebitata colpa degli eventi da assai vasta parte del globo, il Sud Globale appunto.

Sarà il teatro palestinese progressivamente allargato all’intero Medio Oriente, sottratto all’oblio e finalmente posto sotto i riflettori dai massacri. Collasso della narrazione mainstream, sconfitta netta della Guerra Cognitiva condotta dagli USA. Comunque agiscano o restino passivi costretti a errore.

Ma c’è molto di più: dopo la presente ritirata in atto dall’Ucraina – indotta ad autodistruggersi in uno scontro frontale con la Russia – e l’incapacità di garantire libera navigazione e sicurezza a Israele, il proprio alleato più stretto, cosa penseranno degli USA i loro partner nell’Indo-Pacifico, dove, dall’altra parte non c’è Hamas o Ansarullah ma il colosso cinese? E Taiwan, al netto delle dichiarazioni ufficiali, si sentirà sicura d’incondizionato sostegno americano? Quesiti dirompenti per Washington, che lì si sente minacciata al cuore. Con ciò mostrando che vero obiettivo della guerra in corso non è solo Israele, ma primariamente gli USA; con ciò spiegando postura e azioni di altre potenze nella crisi in corso che a quel risultato mirano. Rimanendo in campo mediorientale, il target è quanto resta del Fronte dell’Oppressione, il nucleo che ha generato e permesso i sistemi d’oppressione in atto nella regione dalla fine del secondo conflitto mondiale, prosecuzione di regime coloniale sotto altre vesti.

In conclusione, ribadiamo quanto detto all’inizio: quella in corso non è partita a scacchi ma a weiqi (go), non scontro frontale ma accerchiamento dell’avversario su più fronti, necessitandolo a errore, ad arrecare danno a sé sia che si muova, sia che resti immobile subendo iniziativa altrui. E sta funzionando alla grande, basta leggere i titoli dei principali quotidiani del mondo fuori da spazio mediatico occidentale, meglio, euro-occidentale, impegnato come di consueto a guardare il dito; orizzonte auto limitativo, incapacitante a comprendere realtà e dinamiche ormai a esso aliene. Guardiamo la luna. Essa ci mostra tutt’altra prospettiva. Era tempo.

 

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