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Critica della Ragion Mercantile

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Introduzione di Eduardo Zarelli al libro di Alain de Benoist “Comunità e Decrescita” Arianna Editrice 2006

Con questa raccolta, viene presentato al pubblico italiano un aspetto determinante dell’elaborazione culturale di Alain de Benoist, quello di critico sociale.
I testi qui riportati indagano l’origine delle categorie e delle rappresentazioni economiche moderne, le loro implicazioni ideologiche e le contraddizioni sociali, politiche ed ecologiche.

L’apparente eterogeneità delle argomentazioni ha una superiore prospettiva d’insieme, riassunta nel sottotitolo, Critica della ragione mercantile, in cui l’autore riconosce il vero sfondo e il motivo ispiratore di tutta la propria analisi polemica dell’utilitarismo individualistico. Alain de Benoist porta alla luce i presupposti dell’ economico in quanto teoria e prassi fondamentale della modernità, fa risaltare tutta l’innaturalezza, tutto il carattere di artificio, di dominio, e dunque pone la critica alla civilizzazione mercantile sul piano del suo stesso fondamento sociale e politico. Vi è, di conseguenza, una continuità con le riflessioni di Alain de Benoist, da noi raccolte in “Oltre il moderno” (1), ove emerge come ingannevole il discorso liberale sulla “armonia naturale” degli interessi prodotta dalla “mano invisibile” del mercato. La globalizzazione è il risultato dell’idea che il “benevolo” commercio porti la pace e l’armonia universale tra gli individui; idea nella realtà violenta e unilaterale, perché chi si rifiuta di farsi “armonizzare”, cioè colonizzare con le armi del mercato, è semplicemente bandito dall’umanità, nemico assoluto del genere umano, contro il quale ogni misura repressiva e/ o bellica è non solo lecita, ma doverosa.

Prima di Platone e Aristotele, non si parlava di economia, ma questo non significa che non esistessero pratiche materiali: la sussistenza comunitaria e la riproduzione dei gruppi sociali non erano però pensate come una sfera autonoma. Non esisteva la “vita economica”.

La progressiva autonomia dell’economia dalla vita nel suo complesso è dovuta allo sviluppo unilaterale manifestatosi storicamente, da un certo punto in poi, nella ragione occidentale. La ragione aveva, presso i Greci, due aspetti: il logos, la ragione, e la phronesis, la saggezza. Serge Latouche pensa che, nel pensiero dell’Occidente moderno, il logos si sostituisca del tutto alla phronesis e diventi “ragione sufficiente”, quindi “razionalità calcolante” economica (2).

La ragione mercantile, avendo perso di vista la saggezza, cioè la vita nella sua totalità, è sempre meno in grado di spiegarla e rappresentarla. A questa razionalità calcolante, strumentale, va opposta la dimensione del ragionevole. Quando ci si occupa di esseri umani, la razionalità strumentale e calcolante non basta più, perché si ha a che fare con dei valori: la giustizia, la libertà, la dignità.

Di questo allargamento di prospettive e di conoscenze, rispetto al pensiero economico dominante, siamo debitori nell’ambito delle scienze sociali al MAUSS, il movimento economico non utilitarista, che prende il suo nome dal sociologo, che rilevò come la compravendita o il baratto non siano affatto state le uniche forme di scambio nella storia umana, avendo il dono e la reciprocità svolto una funzione altrettanto, se non maggiormente, importante. È quindi teorizzabile un modello donativo, in sostituzione del modello utilitario dominante? Prendere in considerazione un superamento del dominio dell’economico, nell’immaginario culturale, è un passo fondamentale per costruire modelli sociali in grado di ricondurre l’economico a strumento di sostenibilità comunitaria e naturale, al servizio dell’uomo.

Di fronte alla crisi economica e sociale del modello di sviluppo occidentale, diventa realistico criticare la ragione stessa dell’economicismo moderno: lo sviluppo illimitato e la mercificazione dell’esistente. Si tratta di cominciare a far “decrescere” l’idea che lo “sviluppo” degli scambi mercantili sia una legge naturale della vita. Il messaggio, che pubblicità e media diffondono continuamente, è che il benessere passa attraverso il consumo, ovvero attraverso l’appropriazione continua di una quantità sempre maggiore di oggetti. L’assimilazione di tale messaggio, da parte delle coscienze, equivale ad una vera e propria colonizzazione dell’immaginario simbolico, dunque non a torto si può parlare di un mutamento antropologico (l’uomo concepito esclusivamente come produttore-consumatore). Per rompere con il primato dell’economia, è necessario imparare ed essere capaci di dire, in numerose circostanze, «mi basta ciò che ho» piuttosto che «voglio sempre di più!»,

Nel linguaggio corrente, il termine sviluppo è fonte di un equivoco teorico, in quanto il concetto espresso con questa parola è l’aumento dei beni materiali attraverso il processo produzione-vendita-consumo. È evidente che, con questo significato, lo sviluppo richiede l’aumento dei consumi. In altre parole, il termine sviluppo significa oggi crescita economica illimitata. Gli abituali indicatori dello sviluppo sono sostanzialmente quantitativi; di conseguenza, si pensa che questa crescita aumenti il benessere dell’umanità e non si prende in considerazione la possibilità che l’aumento dei consumi sia incompatibile con il funzionamento della biosfera, anche perché è venuta meno la consapevolezza che l’uomo sia parte della natura. La crescita economica continua, illimitata, è un processo che impedisce il funzionamento della biosfera perché ne disarticola i cicli: è quindi un fenomeno fisicamente impossibile.

L’obiezione umanitarista si sposa, volenti o nolenti, con le lusinghe del progresso economico, sostenendo che lo sviluppo porta miglioramenti “a chi non ha”; a tal riguardo, però, basta considerare che la forbice fra “ricchi” e “poveri” si è allargata in proporzioni direttamente proporzionali con la crescita economica, raggiungendo all’oggi un divario incolmabile; inoltre, i concetti stessi, di ricchezza e povertà sono una proiezione economicistica distorta i dell’occidentalizzazione.

Lo “sviluppo economico” appare come un processo, che sancisce la sopraffazione della nostra specie su tutte le altre forme viventi – gli ecosistemi e, in generale, tutto il mondo naturale – distruggendone la diversità biologica, impone universalisticamente a tutta l’umanità di vivere secondo il modello occidentale, mette strade, macchine e impianti dove c’erano campi, foreste, paludi, savane.

L’idea di una crescita illimitata e di un progressivo arricchimento delle condizioni di tutti i popoli della Terra, è stata introdotta ufficialmente nel mondo dal discorso d’insediamento del presidente statunitense Truman, il 20 gennaio 1949. Fu lui, al comando della più imponente potenza economica mai apparsa sul nostro Pianeta, a parlare per la prima volta di sviluppo come gioco globale a “somma positiva”, e in quel preciso istante tre miliardi di abitanti della Terra diventarono di colpo “sottosviluppati”.

Decenni dopo, la civiltà occidentale è ancora fondata su quell’assunzione, ma le condizioni in cui si trova il nostro Pianeta ne hanno già da tempo segnalato il fallimento. La fede nel progresso e nella tecnologia supporta il “culto dello sviluppo” e gli economisti sono i grandi sacerdoti di questa nuova religione, positiva e razionale, che accompagna l’espansione senza precedenti dell’Occidente. Il potere di autorigenerazione della natura è stato rimosso, distrutto a beneficio di quello del capitale e della tecnica. La globalizzazione sta completando l’opera di distruzione, perché la concorrenza spinge i Paesi industrializzati a manipolare la natura in modo incontrollato e i Paesi in “via di sviluppo”, stretti nella morsa debitoria, a esaurire le risorse non rinnovabili; nell’agricoltura, l’uso intensivo di concimi chimici e di pesticidi, l’irrigazione sistematica, il ricorso agli organismi geneticamente modificati provocano l’impoverimento dei suoli, il prosciugamento e l’avvelenamento delle falde freatiche, la desertificazione, la diffusione di parassiti indesiderabili, il rischio di devastazioni microbiche.

Tutti i Paesi sono coinvolti in questa spirale suicida, ma nel Terzo Mondo, essendo in gioco la sopravvivenza biologica immediata, la riproduzione degli ecosistemi è completamente sacrificata. In pratica, ciò che è comunemente inteso dalle economie occidentali come sviluppo, è un’ingannevole allucinazione, un drammatico fallimento. Lo sviluppo economico continuo è un fenomeno impossibile sulla Terra, perché incompatibile con il suo funzionamento. L’unico “sviluppo” che consente la vita della biosfera, è un processo completamente non-materiale, qualcosa che significhi l’evolversi di cultura, arte, spiritualità. Se lo sviluppo economico prosegue ad oltranza, vi è il rischio di arrivare ad un mondo totalmente degradato, con gli ecosistemi naturali scomparsi, migliaia di specie estinte o degenerate, le foreste distrutte, l’atmosfera irrespirabile.

L’impossibilità di analizzare le contraddizioni dei nostri tempi sulla base delle logore categorie di destra e sinistra, obbliga trasversalmente a rilanciare un’ipotesi altra, in controtendenza, alle ricette “sviluppiste”, che contraddistinguono entrambi gli schieramenti. In tal senso, la decrescita è un appello sull’urgenza di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante dello sviluppo e della crescita illimitata (3): è un’inversione di tendenza, che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto e incompatibile con gli equilibri della natura: esso porta con sé, sulla scia dell’occidentalizzazione, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze sociali e dell’insicurezza personale e collettiva. La decrescita non è una ricetta, ma un segnavia per intraprendere un sentiero diverso, un percorso che ci conduca verso un nuovo immaginario, un paradigma alternativo. È l’orizzonte di un’altra economia: giusta e sostenibile, cioè comunitaria; è il sostrato materiale di un principio universale di giustizia internazionale: l’autodeterminazione dei popoli.

Lo sconvolgimento climatico avanza di pari passo con le guerre per le fonti energetiche, cui seguiranno quelle per l’acqua. La società della crescita non può essere sostenibile, perché si scontra con i limiti della biosfera. Se si assume come indice dell’impatto ambientale del nostro stile di vita l’impronta ecologica, misurata, in termini di superficie terrestre, i risultati che emergono sono insostenibili, tanto dal punto di vista dell’ equità dei diritti di prelievo sulla natura quanto da quello della capacità di rigenerazione della biosfera.

La società della crescita non è auspicabile per almeno tre motivi: perché dispensa un benessere materialistico illusorio, perché incrementa le disuguaglianze e le ingiustizie, perché non offre un tipo di vita filosoficamente o religiosamente giusta, conviviale e comunitaria. È una antisocietà malata della propria ricchezza, del proprio egoismo, del proprio utilitarismo. Il miglioramento del tenore di vita, di cui crede di beneficiare la maggioranza degli abitanti dei Paesi “sviluppati”, è un’illusione, come ci ricorda Serge Latouche (4). Indubbiamente, molte persone possono spendere di più per acquistare beni e servizi mercantili, ma dimenticano di calcolare i costi, che il consumismo fa ricadere sulla natura e la collettività.

Per concepire e realizzare una società di decrescita, bisogna letteralmente uscire dall’economia e dal suo immaginario utilitarista: occorre ribaltare le gerarchie imposte dall’egemonia economica su tutti gli ambiti della vita, riponendo l’economia a sostenere la comunità più che distruggerla.

Un primo passo per una teoria della decrescita è segnato da una pratica “rilocalizzazione” dell’ economia. Lo scambio deve riguardare la reciprocità dell’indispensabile, cioè dei prodotti specifici dei luoghi e delle culture. In senso generale, se in ogni luogo c’è un centro del mondo possibile, è necessario che gli uomini tornino ad essere abitanti del loro territorio, riprendano cioè in mano la questione ecologica e spirituale della loro sopravvivenza. In questo orizzonte, l’esigenza identitaria va politicamente reinterpretata come energia costruttiva per la crescita della coscienza del luogo e per l’affermazione di modelli di sviluppo fondati sulle peculiarità socioculturali, sulla cura e la valorizzazione delle risorse locali – territoriali, cioè ambientali e quindi produttive e sostenibili – e su reti di scambio, complementari e reciprocitarie piuttosto che gerarchiche, fra realtà locali.

Il principio di sussidiarietà deve partire dall’elemento fondamentale della comunità naturale – la famiglia – delegando alle entità superiori solo ciò che non è assolvibile nel loro livello. L’uomo diventa parte di una comunità, da essa protetto e verso di lei, dunque, responsabile e consapevole. Si vede subito quali siano i valori prioritari, da anteporre a quelli oggi dominanti: la sacralità, alla mercificazione; l’altruismo, all’egoismo; la reciprocità comunitaria, alla competizione; il piacere ludico e relazionale, all’ossessione del lavoro; l’importanza della vita sociale, al consumo.

Certo, la scelta di un’etica personale diversa, come quella della sobrietà volontaria, può incidere sull’attuale tendenza e minare alla base l’immaginario del sistema, ma, senza una sua radicale contestazione, il cambiamento rischia di rimanere limitato al piano della coscienza individuale.

Vi è un’unica certezza tragica, in un’epoca di transizione: la scelta di rendersi spettatori passivi o attori coscienti dipende solo dalla forza di volontà degli uomini, indipendentemente dal destino delle cose e dai suoi esiti ultimi.

 

1 ALAIN DE BENOIST, Oltre il moderno. Sguardi sul terzo millennio, Arianna Editrice, 2005

2 v. di SERGE LATOUCHE, L’invenzione dell’economia, Arianna Editrice, 2005 e La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea, Bollati Boringhieri, 2003

3 v. il sito www.decrescita.it, che raccoglie i materiali e le proposte teoriche della Rete italiana per la decrescita.

4 SERGE LATOUCHE, “Per una società della decrescita”, in Le Monde Diplomatique, nov.2003

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