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Cuba: la resistenza di un popolo contro l’imperialismo USA

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I cubani hanno avuto la capacità di mostrare al mondo una straordinaria forza interiore, che crea, trasforma e continua ad immaginare un mondo migliore. E’ questo che il capitalismo imperialista vorrebbe veramente sconfiggere. L’imperialismo vorrebbe estirpare la forza d’animo che fa vivere questo popolo, che mantiene cuore e mente tesi verso il rovesciamento di un ordine disumano che ancora oggi impone guerre, compie genocidi e crea carestie.

Lentamente affonda la zattera che si era immaginata portaerei

Dopo il rapimento di Maduro ed il blocco aereonavale del Venezuela, Cuba è precipitata in una grave crisi energetica. Il rapporto geostrategico tra le due nazioni è così emerso come uno dei punti più sensibili dell’attuale confronto di potere nelle Americhe. Fin dai primi anni 2000 l’alleanza tra Cuba e la repubblica chavista si era consolidata su un modello di cooperazione politica, economica e sociale, che aveva anche un forte carattere simbolico antistatunitense. In cambio di forniture energetiche privilegiate, soprattutto petrolio, Caracas ha fatto affidamento per anni sulla presenza di medici, tecnici e insegnanti cubani per implementare i programmi sociali interni come Barrio Adentro.

Questa relazione ha garantito a Cuba una fonte stabile di energia, essenziale per un’economia con produzione interna di petrolio limitata ed ha aiutato il governo dell’Avana a superare momenti di crisi economica legati al crollo dei mercati ed all’embargo statunitense. C’è poi la questione legata alla forte influenza dei servizi segreti cubani (G2 o Direccion de Inteligencia) in Venezuela: tra i ventimila tecnici e militari là presenti, circa duemila appartengono sicuramente ai servizi. Questi sin dai tempi di Hugo Chavez sono stati indispensabili per il regime ed hanno collaborato alla consulenza ed alla formazione dell’intelligence venezuelana (servizio di intelligence civile SEBIN e controspionaggio militare), alla sorveglianza politica e al monitoraggio dell’opposizione, nonché fornito supporto alla sicurezza dei presidenti e alle strutture statali, tant’è che molte vittime del raid statunitense, che ha esfiltrato Maduro, erano cubane. I servizi cubani furono creati dopo la Cuban Revolution del 1959 guidata da Fidel Castro e nei primi anni ebbero un forte supporto dal KGB sovietico, che contribuì alla formazione degli agenti.

Gli analisti occidentali considerano questa intelligence molto efficiente e capace di portare a termine operazioni clandestine con pochi mezzi, ma con estrema disciplina, tanto da riuscire ad infiltrare negli anni 80/90 anche la potente CIA. Per capire la rilevanza dei servizi segreti in Venezuela, possiamo citare, ad esempio, come nel 2010 il governo venezuelano abbia sviluppato un sistema di identificazione e distribuzione dei servizi sociali denominato Carnet de la Patria, a cui proprio i servizi cubani hanno contribuito attraverso la creazione della struttura informatica. E’ evidente che il Venezuela è stato un ancoraggio politico per Cuba ed è stato ideologicamente determinante nell’appoggio alla sua opposizione storica agli Usa.

Non che la crisi di sistema dell’isola sia cosa degli ultimi anni, in realtà va avanti, tra alti e bassi, dalla caduta dell’Urss ed è il risultato di una combinazione complessa di fattori economici, politici, energetici e sociali che si sono intrecciati negli anni, aggravando le fragilità strutturali già presenti dall’inizio della sua avventura politica. Certo che quello attuale è uno dei momenti più difficili dal cosiddetto Periodo Especial degli anni novanta, quando perse il sostegno russo. In realtà l’economia cubana soffre storicamente di problemi di bassa produttività, forte dipendenza dalle importazioni, limitata diversificazione industriale ed ha un sistema statale centralizzato, che invece di essere elemento propositivo, fatica a generare efficienza ed innovazione. A ciò si aggiunge il persistente embargo statunitense (chiamato dai cubani bloqueo), in vigore dagli anni sessanta del secolo scorso, che limita l’accesso ai mercati finanziari internazionali, alle migliori tecnologie ed a molte fonti di approvvigionamento.

Negli ultimi anni, e ne avevamo dato notizia proprio su queste pagine, la situazione è peggiorata drasticamente. La pandemia di Covid-19 ha colpito duramente il turismo, una delle principali fonti di valuta estera per il paese; il crollo dei visitatori ha ridotto drasticamente le entrate in dollari, indebolendo ulteriormente la capacità dello Stato di importare beni essenziali come carburante e medicinali.

Parallelamente la prima crisi venezuelana ha compromesso le scorte energetiche, causando rallentamenti nella produzione e difficoltà ai trasporti. C’è stata poi la riforma monetaria, la Tarea Ordenamiento nel 2021, che ha eliminato il sistema a doppia valuta (peso cubano e peso convertibile), che invece di razionalizzare l’economia ha creato una forte svalutazione ed un’impennata dell’inflazione. Innalzamento certificato dalla Banca centrale, che è stata costretta ad aprile 2026 ad introdurre due nuove banconote da 2mila e 5mila pesos, indispensabili sia per la gestione dei grandi volumi di taglio inferiore, che per l’operatività delle filiali bancarie. Ironia vuole che su queste banconote per la prima volta nella storia dell’isola siano riprodotte l’effigi di due donne, eroine della Revolucion: Mariana Grajales Cuello e Celia Sanchez Manduley.

A quanto pare nel nuovo corso si è pensato che anche le donne potessero contribuire a favorire una “equilibrata” americanizzazione! Sta di fatto che i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati rapidamente, mentre i salari statali non hanno tenuto il passo con il costo della vita. Questo ha eroso velocemente il potere d’acquisto della popolazione generando malcontento e rabbia diffusi. Inoltre la crescente dollarizzazione di fatto dell’economia (con negozi che vendono beni solo in valuta estera) ha accentuato le disuguaglianze tra chi riceve rimesse dall’estero e chi dipende esclusivamente dal peso. Il dollaro, infatti, nel mercato informale è salito da 345 pesos a marzo 2025 a 510 nello stesso mese del 2026, con una svalutazione del 47,8%. Un elemento questo che certamente mostra quanto di poco socialista vi sia nella politica cubana.

Anche il sistema sanitario, fiore all’occhiello del paese, ha risentito della mancanza di risorse e della fuga di personale qualificato. Sempre più medici, infatti, scelgono di emigrare in cerca di migliori opportunità economiche. A tal proposito chiedere conferma agli ospedali della regione Calabria, che senza quel personale dovrebbero chiudere. Ma in generale si è avuto negli ultimi anni un aumento significativo dell’emigrazione, con centinaia di migliaia di cubani che hanno lasciato l’isola, spesso attraverso rotte migratorie complesse verso gli Stati Uniti o altri paesi dell’America Latina. Non è infatti per niente semplice uscire da Cuba ed è di fatto consentito soltanto a chi, per un motivo o l’altro, ha una certa visibilità e può trovare scuse per spostarsi all’estero, come sportivi, artisti o personaggi della piccola borghesia intellettuale, che comunque hanno anche le possibilità economiche per farlo, condizione che non ha la maggior parte del proletariato cubano.

Sull’isola queste “fughe” sono definite defezionamento e sono ovviamente perseguite dal regime. Questo esodo rappresenta in ogni caso una perdita importante di capitale umano ed accentua la pressione demografica su una popolazione residente che invecchia rapidamente. Questa situazione sociale complessa ha portato a partire dal luglio 2021 a grandi proteste sociali. Migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città per esprimere la loro rabbia. Il governo ha risposto con arresti e processi. Da allora il malcontento non è certo scomparso; negli anni successivi, sino ad oggi, si sono verificate nuove proteste legate alle condizioni economiche ed alla mancanza di servizi di base. Nel marzo 2024 manifestazioni sono scoppiate in diverse città, tra cui Santiago de Cuba, contro la carenza di cibo ed i lunghi blackout elettrici (gli apagon, in cubano, che possono durare anche alcuni giorni). Nel 2026 ci sono già state diverse proteste studentesche all’Università dell’Avana, dimostrando che anche la piccola borghesia legata al regime inizia ad essere stanca della situazione attuale.

Nelle lotte la novità è l’uso di internet e dei social network. L’accesso alla rete, per quanto è possibile, si è infatti diffuso soltanto negli ultimi anni, facilitando l’organizzazione spontanea delle proteste e la loro diffusione. Poi i movimenti civili come il Movimiento San Isidro hanno contribuito a rendere più visibile il dissenso. D’altra parte il futuro delle proteste rimane incerto non essendoci sull’isola una vera forza di opposizione organizzata. Sta di fatto che negli ultimi mesi, spinte da una situazione di estrema mancanza di beni di prima necessità, le proteste hanno preso di mira anche le sedi del Partito Comunista, come nella città di Moròn, comune agricolo nella provincia di Ciego de Avila, rimarcando come esista una forte differenza tra la vita nelle maggiori città, dove ancora esiste un po’ di turismo, e le campagne abbandonate a sè stesse. Su queste contraddizioni di fondo vorrebbe inserirsi l’amministrazione statunitense per effettuare un cambiamento venezuelano, tant’è che sono già stati presi contatti (come confermato dal giornale del PCC Gramma) per rovesciare Diaz-Canel e consentire, allo stesso tempo, al Partito Comunista Cubano di rimanere al potere, pur attuando cambiamenti economici strutturali.

Magari proprio estendendo la norma stabilita negli ultimi tempi, con la quale si permette ai residenti cubani all’estero ed ai loro discendenti di poter investire e possedere attività private sull’isola. Norma confermata dal ministro del commercio Estero Oscar Perez-Oliva, che in un’intervista alla NBC ha ribadito la volontà di “mantenere relazioni commerciali fluide” con le aziende statunitensi. Anche nel commercio dei prodotti agricoli stanno avvenendo importanti cambiamenti; il settore, sinora completamente controllato dallo Stato, sarà aperto al settore privato, nell’ambito di una crescente liberalizzazione dell’economia dell’isola. Il nuovo regolamento autorizza agricoltori indipendenti, cooperative, piccole e medie imprese private e lavoratori autonomi a commercializzare i loro prodotti, mentre prima potevano vendere solo una parte delle eccedenze. Fra l’altro la produzione agricola è diminuita del 52% tra il 2018 ed il 2023, secondo i dati del centro studi sull’economia cubana dell’Università dell’Avana.

Al di là di tutto questo, la transizione economica dal 2021 non si è in effetti mai fermata: da allora sono nate circa 10mila imprese private, che oggi generano il 15% del PIL e impiegano oltre il 30% dei lavoratori. Ed in questi ultimi 24 mesi, per la prima volta dopo sessant’anni, le vendite del settore privato (55%) hanno superato quelle statali. Dall’inizio di marzo 2026, il governo ha autorizzato per la prima volta le collaborazioni tra imprese statali ed i privati cubani. E’ quindi oramai evidente a chiunque che il regime castrista si mantiene in vita proprio e soltanto in virtù dell’embargo feroce che gli Usa impongono da anni. Infatti una completa, scoperta apertura al capitale, metterebbe in seria discussione un potere che oramai ha abbandonato da decenni anche la sola parvenza di un’ ideologia socialista.

In questa realtà gli apparati che telecomandano Trump potrebbero facilmente inglobare l’isola, ma se ne guardano bene, perché il regime castrista rappresenta, di fatto, un naturale muro ad una fuga migratoria che creerebbe non pochi problemi interni agli amministratori Usa. Dobbiamo poi ricordare che la rivoluzione castrista convive sin dalla sua genesi con un nerboruto guardiano che la controlla da sud-est, ovvero la base americana di Guantanamo, che occupa 120 chilometri quadrati ed ospita un’importantissima base aerea con molti militari statunitensi, che, fra l’altro, permette a migliaia di cubani di avere un ottimo lavoro remunerato in dollari. Così mentre la crisi appare ogni giorno più grave, vengono confermati i colloqui con gli Usa, garantiti dal vecchio Raul Castro assistito dal figlio Alejandro e dal nipote Raul Guillermo, il tutto in puro stile monarchico nord coreano.

Detto ciò Cuba continua ad essere un punto di riferimento per il decadente socialismo occidentale, che nonostante la prova provata dell’assurdità della politica del socialismo in un solo paese di staliniana memoria, è costretto, per pubblicistica interna, a vantarlo come il primo gradino verso il Sol dell’Avvenir. Per molti radicali de noantri, persa l’URSS e la Cina, adesso dover ammettere che anche Cuba è stata vinta dal sistema capitalistico, significherebbe dover accettare che il marxismo “progressista” si piega per sua natura alle regole del vincitore di classe. In realtà la via “patriottica” al comunismo non è mai esistita, Lenin docet, ma sono esistite, ed esistono, forme compiutamente capitalistiche travestite da capitalismo di stato, perché la rivoluzione socialista o riesce ad essere internazionale o non è. Consideriamo che è comunque scontato che l’abbattimento di un mito rivoluzionario porta sempre acqua al mulino della classe dominante: la quale battendosi il petto proclama: “senza di noi niente può esistere!”

Nell’ultimo mese Trump ha così rincarato la dose dichiarando che gli Stati Uniti sono pronti “a prendersi l’isola”. Volendo applicare a Cuba lo schema venezuelano si chiede l’uscita di scena dell’attuale presidente Miguel Diaz Canel, magari a favore di uno dei componenti della famiglia Castro, evitando così l’apparente rovesciamento del sistema comunista. Secondo alcuni funzionari dell’amministrazione Usa, la rimozione di Diaz Canel, considerato un falco della vecchia guardia, permetterebbe i richiesti cambiamenti economici strutturali.

Il regime, nel frattempo, per dimostrare la sua buona fede, ha liberato 2.010 detenuti, ma non i politici, che, per definizione, a Cuba non esistono. I dissidenti rischiano di fare la fine di Felix Navarro, 72 anni, scomparso dopo un pestaggio nel carcere dove era rinchiuso, probabilmente gettato in una cella di isolamento senza possibilità di contattare nessuno.

La disponibilità dell’amministrazione Trump sui cambiamenti economici potrebbe però lasciare insoddisfatti alcuni esponenti della comunità cubana in esilio negli Usa, che da decenni sognano il rovesciamento puro e semplice del regime e potrebbero chiedere a Trump, e al segretario di Stato Marco Rubio, nato in una famiglia di esiliati in Florida, una maggiore azione politica.

Per rispondere alle loro richieste, i negoziatori Usa spingono per rimuovere anche altri esponenti della vecchia guardia, ancora fedeli ai principi della rivoluzione del 1959, magari a favore di Raul Guillermo Rodriguez Castro, il nipote noto come Raulito (o El Cangrejo, il granchio, per via di una piccola anomalia fisica), che sta effettivamente conducendo i negoziati con Rubio e che, secondo le fonti del Times, probabilmente continuerebbe a tenere le redini del Paese dopo l’eventuale uscita di scena di Diaz Canel. Il 41enne, abile affarista, è da sempre più concentrato sul denaro che sulla Revulucion, ed è più affine allo stile di vita di Miami che a quello dell’Avana.

Il suo protagonismo capitalista e la sua influenza sull’impresa pubblica GAESA, che gestisce i principali asset dell’isola, sono stati ereditati dal padre, il generale Luis Alberto Rodriguez Lopez-Calleja, ex genero di Raul Castro. Questi controllava e supervisionava le importanti catene alberghiere e le infrastrutture e, sopratutto, le reti commerciali che gestiscono l’ingresso di valuta forte nell’isola, comprese le banche. Dobbiamo ricordare che in molti paesi a guida unica, tipo l’Iran o l’Egitto o Cuba, sono le forze armate a controllare l’intera economia ed a lucrare per interessi personali. GAESA è parte dell’apparato militare e risponde direttamente alla sua leadership. Raul Castro, nonostante ne fosse stato il creatore e controllore politico, aveva delegato la sua reale direzione. Dopo la morte di Lopez-Calleja il controllo di GAESA è diventato meno “personale” e più distribuito, ma sempre dentro il cerchio ristretto del potere cubano, tra cui spicca, appunto, Rodriguez Castro. Il giovane emergente è coinvolto nell’acquisto e ristrutturazione di immobili, poi affittati a stranieri, ed ad attività legate al turismo di lusso. Negli Usa è collegato alla società Gran Azul LLC, che serve sia come canale di spedizioni e servizi tra l’isola ed il continente, sia come controllo dei flussi finanziari verso Cuba. Il soggetto non si fa mancare niente, dai voli con jet privati a Panama, ad un proficuo import-export, risultando così come figura chiave nei contatti internazionali.

Dinanzi a questa situazione di degrado Cina e Russia si sono limitate al vuoto sostegno diplomatico ed a qualche invio di aiuti (una, forse due, petroliere dalla Federazione Russa, riso dalla Repubblica Popolare) e ugual comportamento ha tenuto il Messico, salvo annunciare per bocca della presidente Sheinbaum, che l’esecutivo sta esaminando un rafforzamento della presenza imprenditoriale sull’isola, altro che integrazione politico regionale anti Usa (CELAC), el danée l’è el danée!

Stretto tra le mire espansionistiche dell’imperialismo statunitense e le interessate resistenze delle oligarchie cubane, rimane il popolo, i lavoratori, i meno abbienti, che continuano a soffrire per la sempre maggiore mancanza di energia e scarsità di approvvigionamenti. L’89% delle famiglie vive in condizioni di estrema povertà e sette cubani su dieci rinunciano ad almeno un pasto al giorno. E’ una sofferenza che mostra però al mondo intero la forza della loro dignità e della loro resilienza, che sono doti connaturate e distintive dell’identità nazionale cubana.

Costruite nel tempo, le sfide forgiate dalle difficoltà economiche e dall’isolamento imposto, anziché spezzare lo spirito della popolazione, hanno contribuito a rafforzarlo. Sin dai tempi del “Periodo Especial” degli anni novanta, quando l’Unione Sovietica crollò, i cubani dimostrarono una straordinaria capacità di adattamento. Allora nacquero soluzioni creative per sopravvivere: orti urbani, sistemi di condivisione, ingegno nel riutilizzo degli oggetti. Insomma la scarsità divenne terreno fertile per l’inventiva. E’ questa la capacità di inventarse la vida, che non è solo una strategia di sopravvivenza, ma una vera e propria filosofia di vita. I cubani hanno imparato a trovare soluzioni dove sembravano non essercene, a trasformare il poco in sufficiente e a mantenere una sorprendente vitalità culturale anche nei momenti più duri. La musica, il ballo, la socialità ed il senso dell’umorismo hanno giocato un ruolo fondamentale come strumenti di resistenza emotiva e collettiva. E famiglia allargata e buon vicinato sono diventate reti di supporto indispensabili per questa resilienza.

I cubani hanno così avuto la capacità di mostrare al mondo una straordinaria forza interiore, una resistenza caratteriale, che crea, trasforma e, in qualche modo, continua ad immaginare un mondo migliore. E’ questo che il capitalismo imperialista vorrebbe veramente sconfiggere, non le oligarchie da tempo compromesse. E’ il sogno che perdura, che non si dà per sconfitto, che reclama una società diversa dall’attuale, che vorrebbe l’uomo uguale e non schiacciato dal dio denaro. L’imperialismo vorrebbe estirpare la forza d’animo che fa vivere questo popolo, che seppur in cattività, mantiene cuore e mente ostinatamente aperti al cambiamento, costantemente tesi verso il rovesciamento di un ordine disumano che ancora oggi impone guerre, compie genocidi e crea carestie.

 

 

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