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Coronavirus, il nemico invisibile

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Intervista a Enrica Perucchietti coautrice con Luca D’Auria del libro “Coronavirus, il nemico invisibile”, Uno Editori 2020 a cura  di Luigi Tedeschi 

1) Il COVID-19 è il virus dell’era globale, una pandemia sorta e diffusasi nel contesto della postmodernità. Questa pandemia potrebbe produrre rilevanti mutamenti nella geopolitica mondiale. Le ipotesi di una pandemia provocata da agenti del bioterrorismo politico ed economico, pur non dimostrabili, sono tuttavia legittime e non possono essere sempre derubricate a fake news. Si ipotizzano comunque nuovi scenari geopolitici, che implicherebbero la fine della globalizzazione, la dissoluzione della UE e il ritorno alla sovranità nazionale degli stati. Ma, a mio avviso, questa crisi pandemica, più che la fine della globalizzazione, non fa presagire un tentativo di ripristino dell’ordine mondiale unipolare dominato dagli USA?

Credo che sia ancora presto per dirlo. Mi spiego: in un primo momento sembrava di sì e per questo si sono anche diffuse le voci dell’ipotesi di un attacco bioterroristico targato usa che si sarebbe consumato all’interno della guerra commerciale tra USA e Cina. Quando la pandemia ha varcato i confini della Cina, infatti, i due Paesi maggiormente colpiti dal contagio erano l’Italia e l’Iran, entrambi partner commerciali della Cina. La pandemia sembrava pertanto aver danneggiato la Nuova Via della Seta, BRI (Belt and Road Initiative). A oggi, però, la Cina si sta riprendendo dal contagio mentre gli Stati Uniti sono in ginocchio e non possiamo ancora prevedere le possibili future conseguenze.

2) Nell’ambito europeo, la frattura interna della UE tra i paesi del Nord e quelli del Sud è ormai evidente. In questa contrapposizione di schieramenti, riemergono antiche identità storiche, culturali, religiose. Questa divisione interna dell’Europa, viene da te così descritta: “Da un lato l’Europa empirista e utilitarista di Bentham. Dall’altra quella idealista di Hegel, Kant e dell’etica sociale. E poi quella profondamente cattolica, del papato e delle indulgenze”. A me sembra invece che nell’Europa continentale sia scomparsa la cultura universalista e dell’etica sociale di origine idealista. Mentre invece sopravvive quella dell’Europa mediterranea ispirata all’universalismo e alla solidarietà sociale, legata alla cultura classica e al cattolicesimo. E’ riemersa invece nel Nord europeo l’identità luterano / calvinista, anche se in versione laicista, ma comunque fondata sul moralismo, sull’individualismo e sul razionalismo. Questa Europa oligarchica non è dunque dominata da quei paesi la cui identità socio – culturale si sia rivelata compatibile con l’economicismo utilitarista anglosassone e le cui strutture sociali si siano rese funzionali al modello neoliberista dell’Occidente americano?

Sì, concordo, l’UE è trainata da una élite oligarchica e tecnocratica con una chiara agenda, specifici programmi da seguire e interessi da tutelare che temo non coinvolgano il benessere delle genti. L’Europa, inoltre, al di là dei proclami di unione e solidarietà si è rivelata profondamente diversa anche a livello di vedute e di approcci, oltreché spietata, in particolare nei confronti dell’Italia. Il coronavirus ha fatto cadere diverse maschere e ha mostrato a mio dire la fallacia dello spirito di condivisione che dovrebbe animare l’Eurozona. In un momento di crisi profonda abbiamo visto che i diversi Paesi hanno adottato linee guida persino antitetiche. La pandemia sarebbe in grado di far deflagrare l’Europa perché ne evidenzia le anomalie creando una “guerra tra mondi” che coinvolge proprio quei mondi che, fino a ieri, erano convinti di far parte di una realtà unica.

3) Questa crisi pandemica, sembra aver introdotto nella società nuovi stili di vita, nuovi rapporti sociali, nuove visioni della realtà. Nel corso dell’emergenza pandemica, non si è messa in luce una condizione umana già presente nella società contemporanea? Questa crisi, con il relegare la popolazione in isolamento da quarantena, non ha esasperato quello stato di solitudine esistenziale, quell’individualismo prodotto dalla atomizzazione sociale, quella evidente subalternità dell’uomo contemporaneo ad una tecnologia che genera dipendenza collettiva ad una autorità esterna? Allo slogan “tutto andrà bene”, se ne aggiunge infatti un altro, “niente sarà come prima”. La crisi del COVID-19 non potrebbe configurarsi come un evento epocale che inaugura l’ingresso dell’uomo nell’era della postmodernità?

Quello che intendiamo spiegare è proprio questo: l’apparente cambio di paradigma che è emerso in queste settimane con l’adozione di un modello di vita sempre più virtuale in realtà era in potenza già dentro di noi e attendeva solo di un pretesto per venire alla luce. Ne parlavo già in Cyberuomo: i poteri che spingono verso orizzonti post-umani manipolano da anni l’opinione pubblica indirizzandola ad adottare atteggiamenti e abitudini in questa direzione e al contempo stanno convincendo i cittadini a cedere libertà e privacy con il pretesto dell’emergenza sanitaria. Questo stravolgimento della società necessitava ancora di anni per poter germogliare, invece è potuto affiorare in anticipo proprio perché si è creato il terreno fertile per farlo emergere.

4) Il diffondersi della pandemia a livello globale, ha provocato sempre più diffusi fenomeni di panico collettivo, peraltro alimentati dai media. Questo stato di panico si rivela, come sempre, una tecnica di dominio atta a creare consenso su misure emergenziali che implicano limitazioni drastiche dei diritti fondamentali, che altrimenti non sarebbero state accettate. Trattasi infatti di uno stato emotivo di paura generalizzata, legato alla propria sopravvivenza. La modernità ha generato il “disincantamento del mondo” e quindi il tramonto delle verità trascendenti della religione e della filosofia. L’emergenza della sopravvivenza, la estrema difesa di una vita ridotta a mera esistenza individuale contingente, non potrebbe suscitare in questa società postmoderna la riviviscenza di quegli istinti primordiali egoistici legati ad una condizione umana meramente biologica? Con la crisi economica, con il venir meno per molti delle fonti di sostentamento e l’espandersi della disoccupazione diffusa, non potrebbero verificarsi fenomeni di estrema conflittualità sociale, ma non anti – sistema, bensì intersoggettiva per la propria sopravvivenza? Il “bellum omnium contra omnes” non costituirà l’esito estremo della postmodernità?

È probabile e ne abbiamo già diversi indizi a sostegno: dagli assalti ai supermercati in cui si saccheggiano gli scaffali arrivando a contendersi la merce alla corsa alle armi negli USA passando per la delazione. Il principio comune è arraffare quanto è possibile, segnalare chi secondo noi trasgredisce ed essere in grado di difendersi se non addirittura di attaccare. Questo stato di follia generalizzato è stato esacerbato dai media che hanno inoculato per mesi il terrore con quella che il coautore definisce una “criminologia sanitaria”. È evidente che generare il caos e dividere indebolendo l’opinione pubblica è comodo per chi potrà poi intervenire con misure ad hoc.
La paura è infatti uno dei tanti tasselli nel processo di manipolazione sociale che il potere adotta da secoli. Si induce una crisi o la si strumentalizza per portare avanti politiche che sarebbero altrimenti impopolari ma che la percezione dello shock, indotto o reale che sia, legittima. In stato di paura l’opinione pubblica si sente disorientata, smarrita, come il prigioniero vittima di tortura. La popolazione sotto la minaccia di pericolo o dopo un forte trauma, necessita di una guida in quanto ha “perso la bussola”, si sente paralizzata dal terrore al punto da accettare qualunque proposta o intervento venga dall’alto. Nell’attuale società si instilla nell’opinione pubblica la percezione di una minaccia costante, in modo da tenere la popolazione sotto shock in maniera più sottile e permanente ma altrettanto efficace e ottenere il consenso su provvedimenti che sarebbero stati altrimenti impensabili in un ordinario stato delle cose. Siamo di fronte a quanto descritto dal filosofo Giorgio Agamben, ossia la creazione di uno “stato di paura”.

5) La trasformazione antropologica dell’uomo da essere sociale ad essere virtuale costituisce il tema fondamentale di questo libro. Scomparsi i valori trascendenti della religione e della filosofia, l’uomo non invoca la salvezza dalla divinità ma dalla scienza e dalla tecnologia. La prevalenza della virtualità sulla realtà comporterà l’avvento dell’uomo virtuale: la postmodernità determinerà quindi una radicale trasformazione antropologica dell’uomo. Le chiese sono chiuse, la liturgia è solo virtuale. La sacralità si è tramutata in virtualità? Ma, mentre la virtualità si basa sulle facoltà percettive e sensoriali della psiche, l’immaterialità e l’invisibilità della dimensione spirituale non si manifesta solo nell’interiorità intangibile e invalicabile dell’uomo? La religione non conduce ad una dimensione metafisica dell’uomo, mentre la virtualità non ha altro orizzonte se non la illimitata e nichilistica volontà di potenza dell’uomo stesso? La virtualità ha dunque invaso ogni ambito della nostra vita. Ma non è questo nichilismo esistenziale dell’ uomo virtuale a costituire la dimostrazione logica e tangibile della irriducibilità della sacralità al mondo virtuale dell’immagine?

Ne parlavo già in Cyberuomo: questa trasformazione antropologica che stiamo vivendo ha radici nella hybris e nell’afflato prometeico e meccanicistico. La filosofia di fondo del postumanesimo è la liberazione dell’uomo dalla biologia e dalla Natura, più in generale da qualsiasi limite, persino dall’Uomo stesso come lo conosciamo. Ciò si sposa anche all’illusione paradisiaca che il virtuale offre con le sue sfaccettate realtà simili a quelle offerte dalla psichedelia. I paradisi virtuali sono delle moderne droghe che permettono all’uomo di evadere dallo squallore della vita contemporanea. Il postumanesimo porta all’annullamento della condizione umana nella tecnica, il farsi cioè esso stesso macchina/oggetto nell’illusione di poter conseguire una forma di perfezione. Esso si coniuga con una moderna forma di religione dell’umanità, un culto cioè senza divinità e senza trascendenza, integrata dai contenuti della filosofia malthusiana e dalla teoria della selezione eugenetica. Dopo aver desacralizzato il cosmo si adorano nuovi totem: la scienza e la tecnologia. L’uomo però ha intrinsecamente bisogno, come insegnava Aldous Huxley, di «pane e circensi, miracoli e misteri», non credo pertanto che questo nichilismo possa sopravvivere a meno che non si finisca davvero in una forma di dittatura dolce guidata da scienziati e tecnocrati come quella immaginata da Huxley o da Zamijatin. Per poter concretizzarsi deve infatti modificare l’essenza stessa dell’umanità, come descritto ne Il mondo nuovo. L’unico modo sarebbe quello di plasmare una nuova umanità in provetta, rendendola docile, amorfa, totalmente spersonalizzata: ciò potrebbe avvenire solo come passaggio dall’attuale stato orwelliano basato sulla paura a uno più sofisticato interamente dominato dalla tecnica.

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