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ISRAELE: NON-NAZIONE SUL PUNTO DI IMPLODERE

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In Israele è da mezzo secolo che l’originario establishment askenazita è in crisi controllata, demografica, culturale e nella politica rappresentativa. C’è una frattura che fra gli israeliani esiste da sempre, fra un’anima religiosa e un’anima progressista. Israele è il paese delle tribù. Blocchi sociali con visioni del mondo e del futuro inconciliabilmente opposti. Laici askenaziti, nazional-religiosi sefarditi, ultraortodossi – gli haredim – e arabi israeliani, divisi su tutto, uniti da niente. Israele è una non-nazione, impossibilitata a esserlo, frantumata fra quasi – nazioni. 

L’insediamento del sesto governo Netanyahu (29 dicembre 2022), trentasettesimo di Israele, è stato vissuto dalla comunità internazionale, al pari di vasta parte degli israeliani, come una frattura del sia pur confuso e travagliato quadro politico precedente (cinque elezioni in meno di quattro anni). Trauma che ha avuto dirompente conferma appena sei giorni dopo, il 4 gennaio, con l’introduzione della cosiddetta riforma dell’ordinamento giudiziario da parte del vice-primo ministro e ministro della Giustizia Yariv Levin, accolta – già il 7 – da massicce quanto inusitate proteste accresciute nel tempo.

Sulla spinta degli eventi, il 27 marzo Netanyahu ha momentaneamente accantonato la legge congelando la sua approvazione, ma guardandosi bene dal ritirarla (è già stata consegnata alla Knesset per la lettura finale e può essere licenziata in breve tempo). Malgrado ciò le manifestazioni non si sono fermate, giungendo a connotazione di rivolta inedita. La causa apparente della questione, certamente catalizzatrice per le folle, è il depotenziamento dei poteri della Corte Suprema in particolare e della Magistratura in generale, e la caparbietà di Netanyahu a portarlo avanti è sì politica ma anche largamente personale, in quanto la riforma lo schermerebbe dai processi che lo inseguono e da cui è letteralmente ossessionato. Ma non è questo il punto.

Oggi, a rivoltarsi è l’intero establishment israeliano per auto-garantirsi il mantenimento del potere nell’ambito di una parabola liberale, rifiutando di trovarsi governato dalla Torah. Le riforme sono l’innesco dei disordini non la causa, e la causa non è affatto odierna ma ha radici che risalgono alla costruzione stessa di Israele. Per questo, chi assimila la dinamica odierna a un ennesimo confronto/scontro fra progressisti v/s conservatori, giungendo a evocare una “rivoluzione colorata” contro il responso delle urne non coglie, o finge di non cogliere, la specificità di Israele e il contesto da cui e in cui si è radicato in Palestina.

Già alla sua nascita erano ben presenti le componenti che oggi si scontrano per le strade e che allora disputavano furiosamente su quale impronta dare all’entità appena nata. Dal 1948 al 1950 il dibattito per dare al neo-soggetto una Costituzione fu assai forte ma non si giunse a nulla. E non solo perché i nove esperti designati per redigerla avevano formazioni assai diverse (chi formato nella common-law anglosassone, chi proveniente da orizzonti culturali mitteleuropei vicini a Carl Schmitt), ma perché fin da allora il contrasto sorgeva fra chi voleva dare a Israele un’impronta nettamente religiosa – dunque profondamente “ebrea” – e chi si opponeva all’idea che la Torah ispirasse la Costituzione, avendo in mente una visione laica, socialista, positivista – dunque marcatamente sionista, nel senso che gli diedero i fondatori del movimento.

E per intenderci sulla portata e asprezza della contesa che divise i “padri della patria”, non sono da dimenticare le peculiari caratteristiche della religione ebraica. Tuttavia, su una cosa tutti si trovarono d’accordo, sul fatto che Israele non ufficializzasse i suoi confini, lasciati indefiniti perché potessero espandersi nella più o meno tacita prospettiva di realizzare EretzYsrael, il Grande Israele che – quando possibile – andasse dal Nilo all’Eufrate.

Ma tornando alla nostra discussione, allora vinse la visione laica che prevalse su quella religiosa; per esemplificare lo spirito dell’epoca basti citare Ben-Gurion, che di quell’entità è ritenuto uno dei padri: “Io non accetto la separazione fra stato e religione”. – disse – “Voglio che lo stato abbia la religione in mano”. Secondo il concetto che il potere è unico, concependolo in una sola mano, la sua. E, per evitare fratture ulteriori, si rinunciò alla Costituzione sostituita dalle Leggi Fondamentali di volta in volta introdotte.

In effetti, fino agli anni Settanta del secolo scorso, Israele era impregnato da spirito laico e socialista forgiato nell’esperienza dei kibbutz che ne hanno costruito l’iconica immagine (peraltro sopravvissuta di molto alla loro fine); due fattori hanno segnato il tramonto di questo clima politico-culturale e con ciò della sua egemonia, uno legato a un evento storico preciso, l’altro a un successivo mutamento di lungo periodo. Il primo, traumatico ma contingente, fu la crisi dello Yom Kippur del 1973, quando l’allora classe dirigente fu ritenuta responsabile d’aver portato Israele sull’orlo del baratro, determinando il proprio netto arretramento politico. Il secondo, avvenuto più tardi, fu la successiva apertura alla globalizzazione, che mutò progressivamente i contenuti caratterizzanti del laicismo socialista, propri dell’antica visione sionista, stravolgendo quella che era considerata la sua “etica”, la sua “narrazione” di Israele.

Col progressivo appannarsi della struttura “ideologica” delle origini, venne lasciato scoperto un sempre più vasto ambito politico che venne occupato dal nazionalismo religioso, mantenutosi in continua a ascesa sia pur con diverse connotazioni. È dunque da mezzo secolo che l’originario establishment askenazita è in crisi controllata, demografica, culturale e nella politica rappresentativa, ma ha sempre mantenuto la gestione del potere, respingendo gli attacchi all’iniziale caratterizzazione di Israele grazie alla Corte Suprema, nei fatti custode dello spirito laico – da socialista col tempo virato in progressista – in quanto sua espressione.

Iconica esemplificazione di questa dinamica prettamente israeliana è una dichiarazione di Arthur J. Finkelstein, ebreo newyorkese consulente repubblicano di molte campagne elettorali di successo: “In Israele destra contro sinistra significa ebrei contro israeliani”, motto adottato da Netanyahu dal 1996. Con ciò indicando una frattura che fra gli israeliani esiste da sempre, spaccandoli fra anima religiosa v/s anima – come detto – in omaggio alla deriva dei tempi divenuta oggi progressista. Per cui, il colpo di mano con cui Netanyahu ha voluto tagliare le unghie a Corte Suprema e Magistratura (in realtà per proteggere se stesso), ha strappato il velo su faglie e divisioni preesistenti, cresciute nel tempo accumulando tensioni per decenni, fino a imprimere alla società israeliana una torsione che la sta conducendo a inevitabile frattura.

Dinamica evidenziata dall’allora presidente Reuven Rivlin nell’ormai celebre discorso tenuto il 7 giugno 2015 alla Conferenza di Herzliya: Israele è il paese delle tribù; blocchi sociali distinti, conflittuali, in nulla assimilabili, con visioni del mondo e del futuro inconciliabilmente opposti. Laici askenaziti, nazional-religiosi sefarditi, ultraortodossi – gli haredim – e arabi israeliani, divisi su tutto, uniti da niente. I primi due gruppi riconoscono Israele, sia pur da visioni contrapposte, gli altri due no.

Gli Haredim non ritengono MedinatYsrael (nome auto-attribuito ufficialmente all’entità israeliana) conforme al Libro dunque non festeggiano nel giorno dell’Indipendenza, per essi priva di significato; in genere non lavorano, limitandosi per lo più agli studi religiosi (per i quali vengono sovvenzionati dallo stato, lasciando il lavoro all’elemento femminile) e non prestano servizio militare (con ciò suscitando eufemisticamente il malumore delle altre tribù). Attualmente costituiscono il 12/13% della popolazione, ma in rapida crescita a seguito di esponenziale dinamica demografica (una media di 7 figli per famiglia).

Né festeggiano il giorno dell’Indipendenza gli arabi israeliani per cui quella data rappresenta la Nakba, la catastrofe per antonomasia. Ferita ricordata dal Nation-State Bill del 2018, 14^ Legge Fondamentale di Israele che ha instaurato un sistema su base etnico-religiosa, ovvero un regime di surrettizia apartheid per i non ebrei, cioè essenzialmente per gli arabi che rappresentano circa il 20% della popolazione.

Scenario complessivo che raffigura una non-nazione, impossibilitata a esserlo, frantumata fra quasi – nazioni impossibilitate a divenirlo, che aspirano quantomeno a sovrastare le altre, certamente a negare e delegittimare visioni e convinzioni altrui, (gli arabi, più semplicemente, ad affrancarsi).

Con un terzo della popolazione fuori dalla scena politico-culturale (e in rapida ascesa per le dinamiche demografiche di entrambi i gruppi che lo compongono), fuori dalla base produttiva (gli haredim) o mantenuto ai margini (gli arabi), escluso dal servizio militare (per scelta e privilegio concesso agli haredim, d’imperio per gli arabi) e gli altri due in aspra, perpetua contesa, si impone all’entità sionista una divaricazione crescente. Insanabile.

Separazione alimentata da sistemi educativi diversi, che determinano una incomunicabilità fra i gruppi, afasia fra chi non si comprende né prova a farlo; e passata all’Esercito, tradizionale pilastro di Israele che ne rispecchia caratteristiche e ora fratture e divisioni, con la rivolta di riservisti e unità speciali che minacciano di non servire più uno stato ai loro occhi divenuto estraneo. Minaccia esiziale, perché piloti e specialisti provengono, per educazione avanzata e formazione, nella gran parte dalla tribù laica ora in rivolta.

E non è finita, perché alle quattro tribù se ne può aggiungere una quinta, la diaspora, aliena dalle “peculiarità” israeliane, priva delle esperienze di convivenza/segregazione in cui sono costretti gli arabi e della problematica coesistenza con gli haredim, divisa sì fra laici progressisti (in netta maggioranza) e nazional-religiosi ma nella totalità schierata a difesa – a prescindere – di una realtà che tuttavia ora non riconosce e in cui non riesce a riconoscersi. Sbalordita della deriva attuale di cui non si capacita.

I risultati elettorali del novembre 2022 sono stati uno shock per la diaspora, doppiamente forte perché l’ha costretta ad aprire gli occhi su ciò che era chiaramente in gestazione, nella vulgata corrente tradotto in una brusca virata suprematista, apertamente razzista, ammantata del più rozzo integralismo religioso e intrisa del nazionalismo più becero. Nella realtà emersione, al di là dell’ipocrisia del politicamente corretto, di quanto intimamente connaturato alla società israeliana, ma ora presentato in una veste per la diaspora inaccettabile. Doppiamente, perché realtà che contraddice la narrazione – bugiarda – che da sempre è impegnata a diffondere in Occidente su quanto accade in Palestina.

Una narrazione che fino a oggi ha accettato anche il Nation-State Bild, e la costruzione di un’apartheid, ma ora annaspa assai più che dinanzi ai reiterati pogrom manifesti contro gli arabi, alla distruzione di villaggi e alle uccisioni di palestinesi, essenzialmente per quella riforma giudiziaria che nega base e orientamenti delle loro fantasie. Con conseguente confusione dell’anima della quinta tribù, e delle folle sempre plaudenti a Israele; incrina la consueta giustificazione a prescindere qualunque cosa faccia, in nome di una riparazione dovuta ed eterna per il crimine della Shoah subito. E, per rifiuto della realtà, la deriva israeliana è spiegata come frutto di una torsione a destra e non come manifestazione aperta dell’essenza vera di quel sistema.

Dunque Israele è più che mai diviso, avviato a esserlo sempre più, mai così frantumato e fragile al proprio interno. E di fronte? Cosa l’attende? Il Medio Oriente odierno è tutt’altra cosa di ciò che era appena pochi anni fa. Il focus americano si è spostato nell’Indo-Pacifico facendo scadere la regione di molti punti nelle priorità di Washington. E, nelle temperie dell’ormai affiorato multipolarismo, le potenze dell’area si stanno riorientando di conseguenza guardando a un mondo tornato vasto, con assai meno barriere disegnate da interessi altrui.

Non è questa la sede per illustrare tutte le dinamiche che hanno investito il Medio Oriente negli ultimi anni, necessiterebbe assai più di un articolo, diciamo che dal groviglio di conflitti scatenati per il mantenimento dell’antico sistema di dominio instaurato sull’area sono emerse due tendenze: l’affermazione dell’Asse della Resistenza e lo speculare affievolirsi dell’influenza USA. Promessa di loro prossimo abbandono del Golfo, certificata da due eventi traumatici per i tradizionali sodali: la mancanza di una qualsiasi reazione in seguito ai devastanti attacchi condotti dalla Resistenza Islamica yemenita alle installazioni petrolifere saudite di Abqaiq e Khuraisnel 2019; la precipitosa fuga degli americani dall’Afghanistan nel 2021. Comportamenti tenuti da due Amministrazioni presidenziali di segno diverso, dunque rivelatori di tendenza di lungo periodo. Nei fatti, rottura di patti securitari e reiterato segnale di inaffidabilità.

Per qualche anno Israele è stato visto dagli antichi sodali arabi degli USA quale suppletiva sponda securitaria, e gli Accordi di Abramo avrebbero potuto tendere a questo, ma quel mercimonio partorito nel triangolo Netanyahu, Mohammed bin Salman e Trump (per interposto genero Jared Kushner), grazie a fiumi di denaro erogati e ancor più promessi, era nato morto perché superato dalla Storia. Agli occhi dei potentati arabi Israele era (e più che mai è) in manifesta crisi strutturale e all’interno di uno schema di potere avviato a tramonto.

Di qui la scelta dei paesi mediorientali, maturata nel clima della “Guerra Grande” e del successivo deflagrare del conflitto aperto in Ucraina, di passare a una postura multipolare, giudicata assai più conveniente che il permanere in un’alleanza a prescindere con gli Stati Uniti autolimitandosi a quel campo ed escludendo il resto. Di qui la normalizzazione dei rapporti fra Riyadh e Teheran, la richiesta di adesione ai BRICS di diversi paesi (Arabia Saudita fra questi), la vicinanza e il coordinamento del Golfo con Mosca nelle politiche energetiche dell’OPEC+ e il rifiuto di aderire alle sanzioni occidentali contro di essa, da ultimo, la significativa uscita di Riyadh e Abu Dhabi dall’accordo di pattugliamento delle rotte del petrolio con la Marina USA per aderire a una forza congiunta con l’Iran. Schiaffi all’antico Egemone in ritirata dalla regione e certificazione del crescente isolamento di Israele. Segno di tempi sideralmente mutati.

In questo scenario, che oscilla fra marginalizzazione e rabbioso esercizio della forza – in sintesi, debolezza –, Israele vede i propri cittadini arabi, stanchi di emarginazione e apartheid, convergere verso i palestinesi in un blocco capace di destabilizzare le stesse città israeliane; l’esperienza del 2021, con il successo dell’Operazione “Spada di Gerusalemme” lanciata dalla Resistenza e lo speculare fallimento della risposta israeliana con “Guardiano delle Mura” è lì a dimostrarlo.

La dinamica dell’inedita convergenza è propiziata da vari fattori: uno è il completo fallimento dei partiti arabi, fautori di convivenza con il regime israeliano; un secondo è la totale delegittimazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), già puntello dell’occupazione oggi totalmente isolata, ridotta a rete di delatori e collaborazionisti, struttura clientelare per la sopravvivenza, abbandonata anche dal suo antico braccio operativo, le Brigate Martiri di Al-Aqsa, ormai postesi in convergenza con le altre forze della Resistenza.

A rendere del tutto inconsistente l’ANP contribuisce la precarietà politica e personale del suo eterno presidente pro-forma, Abu Mazen, e le conseguenti lotte intestine per ipotecarne la prossima successione, consumate fra gruppi di potere interni ed esterni per il controllo di un’istituzione del tutto priva di potere effettivo ma ricca di prebende. Nei fatti, fin qui utile strumento nelle mani degli israeliani oggi irrilevante.

In Cisgiordania, la diffusione di Hamas – con le Brigate Ezzedin al-Qassam – e del Jihad Islamico – con le Brigate Al-Quds – sta cambiando il paradigma. A queste formazioni della Resistenza Islamica s’è aggiunto un ulteriore fattore: la nascita di una nuova generazione di combattenti palestinesi, giovani che sentono di non aver nulla da perdere al di fuori di una vita senza sbocchi e vedono in Israele il nemico, l’occupante che li schiaccia, e nell’ANP il secondino della loro prigione. Essi reagiscono dando vita a formazioni irriducibili che hanno nella lotta l’unico orizzonte, come ad esempio “La Fossa dei Leoni” che si sta espandendo da Nablus;

A Gaza, le Brigate (che appartengono a 12 formazioni diverse ma si riconoscono tutte nella Resistenza Islamica) sono unite nella Sala Operativa Congiunta, guidate e coordinate dall’Hezbollah libanese e dalla Forza Quds iraniana. Da ultimo lo si è visto nel maggio scorso, quando Israele non ha neppure tentato di attaccare Hamas – giudicato ormai troppo potente – provando a concentrarsi sul Jihad, che ha dimostrato forza crescente.

Tuttavia, il pericolo più grande per Tel Aviv, lo spettro che ne agita la leadership è Hezbollah (leggasi i giornalieri allarmi che vertici militari e commentatori israeliani lanciano sui media): le prospettive di una pioggia stimata in almeno 3.000 razzi e missili al giorno – protratta per mesi – sull’intero territorio, di massiccio attacco sulla Galilea delle formazioni del Partito di Dio (la Rezwan Unit, ossessione per i comandi israeliani, su tutte), d’infiltrazione all’interno delle città, sono per Israele pericolo esiziale – Stato Maggiore di Tsahal dixit. Doppiamente, se a ciò si somma l’affacciarsi dal Golan delle forze dell’Asse della Resistenza, che hanno combattuto in Siria e vi si sono radicate.

Israele sa che il tempo lavora contro di lui, per questo provoca, attacca, conduce campagne di omicidi per tentare di precipitare lo scontro, per provare a prevenire gli avversari, ma è in grado di reggere sempre meno le conseguenze delle sue azioni. Nel 2014, ultima volta che tentò di entrare a Gaza, l’Operazione “Margine di Protezione” andò avanti per 40 giorni senza raggiungere gli obiettivi; nel 2021, fu costretto a chiudere “Guardiano delle Mura” dopo 11 giorni causa sollevazione interna delle piazze; nel 2023, con “Scudo e Freccia” ha desistito dopo 5 giorni malgrado puntasse l’avversario più piccolo, il Jihad Islamico, invece che Hamas.

Il punto è che gli israeliani non sono in grado di sopportare neanche una frazione di ciò che i palestinesi sono capaci di sostenere; semplicemente, sotto attacco il loro fronte interno non regge più, è totalmente mutato dagli anni dei kibbutz. Ciò è aggravato dal fatto che, come detto, la società è fratturata, non si riconosce nell’altro da sé e non è disponibile al sacrificio per chi è percepito come un estraneo ostile, meno che mai per un’entità politica considerata aliena.

Da parte sua, la Resistenza non si farà dettare l’agenda, non provocherà il ricompattamento dell’avversario con un attacco prematuro, sceglierà lei il momento dello scontro finale, nel frattempo manterrà alta la tensione senza affondare il colpo, lasciando che si laceri al suo interno. Fino a quando?

Nel nuovo clima, gli aggrovigliati nodi della regione sono avviati a soluzione, almeno ad accomodamento; i conflitti generati da una selva di ambizioni e interessi contrapposti si stanno depotenziando a confronto governabile in sede negoziale, seppur acceso. È conclamato interesse convergente trovare un equilibrio, ancorché dialettico. Quando esso sarà trovato – e se ne intravedono i presupposti – l’intero Asse della Resistenza di concentrerà sulla Palestina;

A questo punto le domande: potrà un soggetto mai così lacerato al proprio interno resistere alle crescenti tensioni e scontri che esso stesso continua ad alimentare? Sarà in grado di reggere dinanzi alla “unione delle arene”, ovvero all’azione congiunta della Resistenza dal Libano, dal Golan, da Gaza, mentre la Cisgiordania esplode e le città israeliane sono sotto attacco e preda di scontri? E di farlo per mesi e mesi? Al di là della vulgata mainstream, che chiude gli occhi su realtà e dinamiche del mondo, non lo crediamo.

2 COMMENTS

    • Il tema dell’Olocausto è centrale in Israele non solo per la questione della memoria fondativa dell’entità ma in quanto elemento insostituibile del suo potere, assai più di quanto non possa sembrare.
      Prima di procedere, a scanso di voluti equivoci, diciamo subito che l’antisemitismo, prima ancora che un crimine è un’idiozia come ogni altra forma di razzismo. Tuttavia è da specificare il significato di tre termini: ebreo, israeliano e sionista.
      Comunità ebree trovano allocazione in ogni parte del mondo e anche in Medio Oriente senza che nessuno le disturbi. Nello stesso Iran, la comunità può svolgere tranquillamente i suoi riti e, malgrado composta da qualche decina di migliaia di persone, ha diritto a un seggio a lei riservato al Majlis, il Parlamento.
      Ma non tutti gli ebrei sono israeliani e non tutti gli israeliani sono ebrei, e criticare le politiche di Israele non significa affatto essere antisemita. Allo stesso modo, Israele è frutto di un progetto sionista, ma non tutti gli israeliani lo sono, certo non gli arabi israeliani sottoposti all’apartheid del Nation-State Bill. Il fatto è che l’ideologia sionista – essa sì dichiaratamente razzista e imperialista – ha impregnato profondamente gli ebrei israeliani e gli stessi nazional-religiosi, da anni in ascesa politica, hanno assunto medesime se non più accese connotazioni nei confronti di altri popoli ed etnie in nome di una propria supposta eccezionalità.
      Il fatto è che la retorica sionista ha imposto all’esterno una narrazione che equipara ogni critica a Israele ad antisemitismo (e non è un caso che la 14^ Legge Fondamentale lo abbia definito il paese degli ebrei), con ciò scagliando il macigno dell’Olocausto dinanzi a ogni opposizione alle azioni di Israele, con ciò garantendo a una ideologia razzista e imperialista impunità e indulgenza, quale riparazione dovuta ed eterna per ogni crimine da essa commesso a compensazione della tragedia della Shoah.
      È speculando su quella montagna di vittime che Israele si permette di continuare le sue politiche criminali in Palestina e in Medio Oriente, ed è per la medesima ragione che si è opposto a che le tragedie che altri popoli hanno subito nella Storia possano essere accostate all’Olocausto, poiché è la pretesa unicità e straordinarietà di quell’evento che garantisce l’eccezionalità riconosciuta ad Israele.
      Per queste ragioni l’Olocausto è divenuto da molto tempo elemento essenziale del potere israeliano e metterlo in discussione – anche al suo interno – è negare l’essenza stessa della narrazione israeliana e le basi del suo potere. Dunque per esso irricevibile.

      Salvo Ardizzone

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