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Il capitalismo è alla sua fase terminale?

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Intervista a Giorgio Vitangeli, autore del saggio “Presidenzialismo, sistema elettorale ed Europa dall’Atlantico al Pacifico” a cura di Luigi Tedeschi.

 1) Il modello economico neoliberista nacque negli USA con la Reaganomics e in Gran Bretagna con la Thatcher con la finalità di porre fine alla progressiva erosione dei profitti dovuta dai vincoli posti alla  concorrenza, rappresentati dall’incremento delle retribuzioni e dai costi dello stato sociale. Ma l’eccessiva concorrenza non ha l’effetto di comprimere la redditività delle imprese che non disporrebbero poi di risorse adeguate per gli investimenti? Nel sistema neoliberista infatti, l’incremento dei profitti si è realizzato in virtù di una competizione selvaggia resa possibile dalla deregulation economica, con tagli al welfare e compressione salariale. Questo sistema non distrugge sul nascere la crescita dell’economia reale, non prevedendo meccanismi di redistribuzione del reddito, dato che agli incrementi di produttività per decenni non ha corrisposto un adeguato aumento dei redditi dei lavoratori? Le inefficienze e le contraddizioni del sistema permangono inalterate dagli anni ’80 e pertanto non appare evidente che capitalismo neoliberista è irriformabile?

Risposta alla prima domanda

La Thatcher aveva due ossessioni: il potere contrattuale dei sindacati, che a suo giudizio impediva la crescita dei redditi da capitale, e quindi frenava i nuovi investimenti, e le troppe regole, che a suo giudizio imbrigliavano il mercato, impedendogli di funzionare al meglio, secondo il principio della libera concorrenza. E un freno ulteriore era la presenza di industrie pubbliche.

Di qui i due principali obbiettivi del “thatcherismo,” cioè frantumare il potere dei sindacati e la “deregulation”, cioè l’abolizione di gran parte delle regole, per dare spazio libero alla concorrenza, concepita quasi come unica e fondamentale regola di un libero mercato. Terzo obbiettivo, la “privatisation”, cioè l’abolizione delle imprese pubbliche e la loro totale privatizzazione.

Il modello di politica economica della Thatcher venne presto imitato da Reagan, e divenne “reaganomics”, incrementando di molto la sua pericolosità. Perché la Thatcher trovava allora ben poco seguito in Europa (il presidente del Consiglio Craxi si opponeva apertamente, e spesso, seguito dagli altri leader europei, metteva la Thatcher in imbarazzante totale minoranza: lei sola da un lato, tutti gli altri leader europei dall’altro). Ma il presidente degli Stati Uniti aveva la forza invece di imporre quella politica a tutto l’Occidente. E così fu. La Reaganomics divenne la sostanza di quel “pensiero unico”che ancora oggi ci opprime. Le multinazionali americane, i grandi capitalisti, ma anche i Fondi d’investimento che raggruppando i capitali di piccoli e grandi imprenditori, sono diventati protagonisti di questo nuovo capitalismo finanziario, videro la possibilità che quelle nuove regole offrivano di far razzia, a cominciare dall’assalto alle industrie pubbliche. E aggiungendo alle idee della Thatcher il mito del “villaggio globale”, cioè della globalizzazione dell’economia, siamo arrivati a quel liberismo selvaggio che oggi sta conducendo il mondo alla rovina.

Ecco infatti i guasti sempre più evidenti che quella mescolanza diabolica di misure (e di errori colossali) ha prodotto e continua a produrre.

L’attacco ai sindacati, teso a ridurre il welfare ed i redditi da lavoro, a vantaggio di quelli da capitale, ha avuto facilissima vittoria con il liberismo globalista, che in sostanza ha consentito l’immissione nel mercato del lavoro dei Paesi occidentali dell’immenso “esercito di riserva” dei lavoratori del Terzo Mondo, pagati con salari irrisori e privi di qualunque “welfare”. Questa immissione dell’“esercito di riserva” si è resa concreto in due modi: importando i manufatti da Paesi del Terzo Mondo, in nome della “libera concorrenza”, o delocalizzando le imprese nei Paesi a salari infimi. Un vero e proprio “dumping sociale”, gabellato per libera concorrenza, con il quale, tra l’altro, Stati Uniti ed Europa si sono dati due volte la zappa sui piedi.

Gli Stati Uniti, facendo della Cina “la fabbrica del mondo”, ne hanno propiziato una incredibile, rapidissima crescita, che in pochi decenni ne ha fatto, ormai irreversibilmente, una potenza mondiale che insidia il loro primato mondiale.

E gli altri Paesi dell’Occidente un tempo economicamente avanzato hanno visto il proprio sistema industriale entrare in una crisi progressiva. Prima il saccheggio del sistema di imprese pubbliche, che in Italia erano la colonna portante della nostra economia. Poi le crescenti difficoltà delle imprese private, per l’impossibilità di reggere al “dumping sociale” che veniva dal Terzo Mondo.

L’unica via di resistenza a questa concorrenza distruttiva è stata, per ora, la riduzione continua dei salari reali e la progressiva abolizione del welfare. Cioè l’impoverimento di una fascia sempre più vasta della popolazione, con una sorta di reazione a catena. Una irrefrenabile riduzione del potere di acquisto che si traduce in una riduzione della domanda, sorretta solo in parte dalla crescita dell’indebitamento.

In conclusione: le imprese stanno tagliando il ramo su cui sono sedute, cioè la capacità di spesa dei lavoratori e la crescita della loro domanda. Hanno dimenticato totalmente  la saggezza (interessata),  di Henry Ford il quale più di un secolo fa, nel 1914, raddoppiò gli stipendi degli operai, ridusse l’orario da 9 ad 8 ore giornaliere ed introdusse la settimana corta di 5 giorni, perché, diceva, non può reggere un sistema industriale in cui gli operai non sono in grado di acquistare quel che producono, e che la regola d’oro dell’industria doveva essere: “fai il miglior prodotto possibile, al minor costo possibile, pagando i massimi stipendi possibili”.

La regola delle industrie d’oggi, nel sistema capitalistico neoliberista, è l’esatto contrario: prodotti  con obsolescenza programmata (cioè che si devono rompere dopo un tempo prestabilito, e che è antieconomico cercar di riparare); con un rapporto prezzo/qualità pessimo, e salari il più basso possibile. Ed a fronte  di un progresso scientifico e tecnologico che continua, un drammatico regresso sociale.

E’ ovvio che un tale sistema non può durare. Ma questo capitalismo neoliberista non sa e non vuole cambiare. Sembra aver adottato il fatalismo cinico attribuito a Luigi XV°: “Dopo di me, il diluvio”. E infatti arrivò la ghigliottina.

2) L’avvento dell’economia finanziaria globalista ha rappresentato una epocale trasformazione sistemica del capitalismo. L’economia finanziaria prevale sull’economia reale e ne assorbe le risorse. Pertanto, se il capitalismo della produzione industriale era strutturato sull’estrazione del plusvalore, nell’economia finanziaria il valore si crea dal nulla, mediante l’emissione illimitata di liquidità che alimenta i mercati finanziari. Mercati finanziari soggetti a crisi periodiche che si riversano inevitabilmente sull’economia reale provocando recessione. Onde scongiurare il default del sistema, viene emessa dalle banche centrali sempre nuova liquidità. In realtà la crisi del 2008 non è mai stata superata. Rispetto alle performance da record delle borse di tutto il mondo, la crescita dell’economia reale è stata assai limitata (specie in Europa). Il declino irreversibile del sistema neoliberista non è reso evidente dal fatto che esso può sussistere artificialmente solo in virtù di incessanti emissioni di liquidità e a tassi a zero, rivelando la sua incapacità di produrre sviluppo e stabilità e quindi di sopravvivere a se stesso?

3) In questa fase post pandemica il sistema liberista ha manifestato tutta la sua fragilità. Il sostegno all’economia attraverso le molteplici erogazioni di liquidità (vedi QE), si è dimostrato precario ed illusorio. I flussi di liquidità si sono riversati in larga parte nei mercati finanziari e assai poco nell’economia reale. La massa di liquidità immessa nei mercati non può essere assorbita dalla crescita troppo limitata dall’economia reale e quindi si è riaccesa la spirale inflazionistica. Pertanto, al fine di combattere l’inflazione, le banche centrali hanno intrapreso una politica di successivi rialzi dei tassi di interesse che produrrà recessione. Il capitalismo finanziario, per contrastare l’inflazione non necessita quindi di ricorrenti politiche deflattive, che hanno l’effetto collaterale di generare la recessione economica con relativi danni devastanti per l’economia reale? Nella fase attuale però, l’inflazione non è determinata dall’eccesso di domanda, ma dai rincari energetici derivanti dalla speculazione finanziaria (non dalla guerra), è non può essere contrastata con l’aumento dei tassi. E’ ipotizzabile dunque una crisi sistemica irreversibile del capitalismo finanziario dinanzi ad un fenomeno inflattivo incontrollabile perché scaturito da una ondata speculativa interna al sistema stesso?

Risposta alla seconda e alla terza domanda

Per la verità non è mai stata superata neppure la crisi del 1971, quando cioè, nel giorno di ferragosto, a borse chiuse, il presidente degli Stati Uniti, Nixon, comunicò al mondo che non avrebbe più convertito in oro le banconote americane, al prezzo fisso di un’oncia d’oro contro 35 dollari, come era impegnato a fare dagli accordi di Bretton Woods. Saltò quel giorno il sistema monetario internazionale che aveva sorretto, sino allora, non solo una vigorosa crescita dell’economia occidentale, ma anche un qualche sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo.

Quella data del 15 agosto 1971 segna una svolta epocale: finisce l’epoca nata a Bretton Wood e inizia quella nuova fase del capitalismo che ora è giunta quasi all’epilogo.

Quel che è peggio è che gli Stati Uniti, non avendo alcuna intenzione né alcun interesse alla nascita di un nuovo sistema monetario internazionale, condussero per qualche anno, per dirla con l’economista inglese Susan Strange, una “ignobile pantomima”, facendo finta di voler invece che si arrivasse ad un nuovo accordo.

Ho un ricordo preciso di quella prima fase del nuovo periodo, che conferma il giudizio sarcastico della Strange. Seguivo, a Siena, un incontro di economisti internazionali sponsorizzato dal Monte dei Paschi e promosso da Robert Mundell, l’economista cui in seguito sarà assegnato il Nobel. All’orizzonte c’era un convegno a Nairobi in cui, appunto, i rappresentanti dei vari Stati dovevano discutere le linee di un nuovo sistema monetario internazionale. “Allora, ci vediamo a Nairobi” dissi al termine dell’incontro di Siena ad uno dei partecipanti americani. “Nairobi?”, mi rispose. “Cosa vai a fare a Nairobi? Se pasa nada a Nairobi”. Non succede niente a Nairobi, mi disse poi in spagnolo, pensando che capissi meglio, con un sorriso furbo ed allusivo.

Ed in effetti a Nairobi non poteva accadere nulla. Un non – sistema, con un dollaro non legato più all’oro, e quindi stampabile a volontà, era ed è per l’America una situazione invidiabile. La sua moneta ha gli stessi diritti di quando era “as good as gold”, cioè una sorta di oro-carta, ma non ha più lo stesso dovere, cioè la convertibilità in oro, che la obbligava a rapportare, bene o male, le emissioni ed il debito con l’estero alle proprie riserve auree.

Naturalmente, in prima battuta, dopo quello sconvolgente annuncio del presidente Nixon, che equivaleva ad una sorta di vera e propria bancarotta, il dollaro si svalutò, persino nei confronti della nostra lira.

Ma due anni dopo gli Stati Uniti escogitarono un radicale rimedio, cioè la crisi petrolifera. Ne attribuirono la colpa ad una sorta di “tassa degli sceicchi”, divenuti all’improvviso esosi, ma la realtà era ben diversa. Lo ha ammesso, anni dopo, lo stesso Ahmed Zaki Yamani, che era stato il potentissimo ministro del petrolio dell’Arabia Saudita, cioè del maggior produttore mondiale. A volere l’aumento erano stati gli Stati Uniti, che avevano spinto gli esitanti Paesi arabi, e l’ancor più esitante Scià di Persia, timorosi tutti di rovinare, col forsennato rincaro, i loro clienti, cioè i Paesi europei.

La crisi petrolifera, reiterata sei anni dopo nel 1979, rovinò in effetti l’Europa (ed in particolare l’Italia, che dipendeva quasi totalmente da petrolio e gas importati), ed innescò una inflazione a due cifre, che è stata “la madre di tutte le inflazioni”, ma ridiede al dollaro il vigore ed il ruolo che stava perdendo.

La ragione è semplice ed intuitiva, ma nessuno dei grandi economisti, che io sappia, l’ha mai messa in luce. Il petrolio è quotato e pagato in dollari. L’esplosione dei prezzi fece esplodere anche la domanda di dollari da parte dei Paesi che devono importare il petrolio. Dunque: gli Stati Uniti  non solo potevano, ma addirittura “dovevano” stamparne in gran quantità. Quello che prima era un abuso, ora era diventato quasi un favore, che gli Stati Uniti facevano al resto del mondo… Ed oltretutto i “petrodollari”, cioè i dollari incassati dagli Arabi e dagli altri produttori di petrolio rifluivano subito verso le banche americane a finanziare investimenti, o l’acquisto di Buoni del Tesoro, cioè a finanziare il Tesoro americano.

E quando le ridicole scuse accampate per spiegare l’origine di quelle due crisi (cioè una guerra in Medio Oriente durata in tutto sei giorni, o la caduta dello Scià di Persia non sembravano più plausibili perché gli effetti di quei due eventi si erano rapidamente esauriti) fu inventata la più colossale delle “fake news”, cioè la fine ormai prossima delle riserve petrolifere del nostro pianeta. Si predicava “urbi et orbi” che entro trent’anni al massimo la domanda avrebbe superato l’offerta. Ebbene: di anni ne sono passati ormai cinquanta. L’offerta di petrolio in quest’arco di tempo è stata spesso superiore alla domanda, e le riserve accertate ancora da bruciare rispetto ad allora sono triplicate.

Ma intanto, ecco il punto, di dollari gli Stati Uniti ne hanno stampati a volontà, comprando risorse reali con pezzi di carta, ed inondando il mondo di liquidità e d’inflazione.

Anche su questo ho un ricordo preciso. Avevo già incontrato una volta a Roma Bob Triffin, il grande economista belga che per primo aveva teorizzato l’inevitabile collasso del sistema monetario internazionale di Bretton Woods. Stava partendo, e mi aveva dato appuntamento all’aeroporto di Fiumicino. Lì, seduto sulla valigia, rispose alle mie domande. Era un uomo magro, piccolino, ma bastava guardargli gli occhi azzurri, per incontrare uno sguardo profondissimo, assorto, e capire che quello seduto tranquillamente sulla sua valigia non era certo un uomo qualunque.

Lo incontrai, sempre a Roma, una seconda volta. E fu allora che mi disse, sorridendo amaramente, che in quel decennio a cavallo tra gli anni settanta ed ottanta era stata creata più liquidità monetaria che non dal tempo di Adamo ed Eva sino agli anni settanta.

Risalire ad Adamo ed Eva era, ovviamente un’efficace iperbole, ma quell’alluvione di liquidità era solo un inizio. Da allora la creazione dal nulla di nuova moneta si può dire non sia mai cessata. E le altre Banche Centrali, a cominciare dalla BCE, hanno finito col seguire l’esempio americano. La finanziarizzazione dell’economia di lì è nata. Ed è stata una deformazione che ha finito col trasformare, come tu giustamente osservi, lo stesso sistema capitalistico. Perché da supporto dell’economia reale la finanza ne è divenuta una sovrastruttura autonoma, parassitaria e predatrice. Ed alla fine una trappola. Una droga per mantenere in piedi (ma fino a quando?) l’attuale sistema. Perché il sistema finanziario, ormai senza possibilità di controllo, esige dosi crescenti di liquidità, di “metadone monetario”, come scrive il prof. Fabio Vighi, docente di Teoria critica all’Università di Cardiff, in Galles. Nella sola crisi finanziaria del 2007-2009, la Federal Reserve di New York – come egli ha ricordato – ha creato oltre 29 trilioni di dollari in denaro elettronico, cioè 29 mila miliardi di dollari per salvare Wall Street. Poi alla fine del 2019, quando già l’inflazione stava per esplodere, e il mercato dei prestiti interbancari rischiò di bloccarsi prefigurando una crisi di liquidità che avrebbe fatto esplodere l’intero sistema, la Fed in neppure un anno ha trasmesso direttamente alle più grandi banche altri 11 mila miliardi di dollari per rimettere in moto il sistema che si era bloccato. E con decenni ormai di Quantitative Easing, cioè di creazione di liquidità da parte delle Banche Centrali, che ricevono in cambio dalle banche speculative titoli spazzatura, da un lato si è innescata una inestinguibile inflazione finanziaria, dall’altra le stesse Banche Centrali, che hanno dilatato enormemente i loro bilanci, portando all’attivo titoli spazzatura e debiti inesigibili, sono ormai esse stesse enormi “bad banks”, cioè  istituzioni in bancarotta, e non sono più in grado di governare il sistema monetario manovrando i tassi. Perché prima hanno creato con l’alluvione di liquidità monetaria a tassi prossimi allo zero una carica inflazionistica spaventosa ed un’economia che si regge sul debito (degli Stati, delle imprese, delle famiglie), ma se ora, per frenare l’inflazione, provano ad aumentare i tassi, anche in misura minima, innescano una recessione ingovernabile. Altro che la stabilità e lo sviluppo promessi!

E’ questo il risultato pre – finale del sistema economico neo – liberista. Quello finale è l’inevitabile collasso, cioè l’esplosione del sistema finanziario ed una devastante crisi economica globale. L’ultimo tentativo per evitarlo sarebbe forse una guerra, che tutto rimescola e tutto giustifica.  Ed essa è già cominciata in Ucraina, e non solo dopo dieci mesi non se ne vede la fine, ma l’ipotesi che si allarghi sempre più pericolosamente sta concretizzandosi.

4) La pandemia ha rappresentato una grande opportunità per la trasformazione strutturale del global – capitalismo. Incombe infatti sul nostro futuro imminente “la quarta rivoluzione industriale”. Il Grande Reset è un progetto di pianificazione centralizzata dell’economia globale che verrà realizzato mediante grandi investimenti nell’innovazione digitale. Con tale pianificazione, il capitalismo diverrà un ordinamento globale di natura oligarchica e totalitaria, assimilabile al defunto socialismo reale. In realtà, tutti i mali che l’Occidente imputava al comunismo, quali l’egualitarismo, il dirigismo economico, il totalitarismo ideologico e politico, non sono riscontrabili in misura accentuata nel capitalismo? Inoltre, il Grande Reset renderà presto obsolete molte tecnologie, produzioni, professioni, arti e mestieri, con l’espulsione in massa di milioni di individui dal mondo del lavoro. Questa ristrutturazione del neoliberismo, non condannerà il capitalismo stesso alla sua auto dissoluzione, provocata dal prevedibile crollo verticale dei consumi (già sostenuti artificialmente con il debito), e da una crisi sociale insanabile poiché non sarà mai possibile reinserire una tale massa di disoccupati nel mercato del lavoro?

Risposta alla quarta domanda

Questa storia del Covid, che dura ormai da più di tre anni, è un mistero avvolto nel mistero. Come sia nata questa pandemia ancora non è stato accertato, e probabilmente mai lo sarà. La storia del pipistrello, portatore del coronavirus, mangiato da un serpente, o da un pangolino, mangiato poi da un cinese è quella ufficiale. Peccato che l’animale che ha fatto da tramite tra il pipistrello e l’uomo non sia stato mai trovato.

Di certo c’è che la pandemia è scoppiata proprio in quella città di Wuhan ove esiste un laboratorio, anch’esso di complicate origini internazionali, che pasticciava proprio coi coronavirus. Una coincidenza davvero curiosa. Che peraltro potrebbe esser stata costruita come alibi.

Ma in fondo come sia nata la pandemia è ormai, paradossalmente, un aspetto secondario di questa vicenda. Assai più importanti sono gli effetti economici e quelli politico – sociali che ha determinato.

Per quanto riguarda gli effetti economici, quello più vistoso è la contrazione della domanda aggregata in tutto il mondo, conseguente ai lockdown, cioè al confinamento dei cittadini nelle loro abitazioni. Ciò ha determinato una frenata ai prezzi, che stavano per esplodere. Il sistema finanziario infatti, come abbiamo già visto, aveva avuto a settembre del 2019 un collasso, con la crisi del mercato interbancario, che aveva costretto la Federal Reserve, per salvare le banche, a inondare il mercato con un’altra ondata di liquidità alta trilioni di dollari. E questo in un mercato ove già emergevano le spinte inflazionistiche conseguenti a decenni di politica monetaria lassista, con tassi ormai prossimi allo zero. Ma alzare i tassi per frenare l’inflazione, in quello scenario, come abbiamo visto non era possibile, perché ciò avrebbe voluto dire cader dalla padella alla brace, cioè dall’inflazione alla recessione. E sarebbe scoppiata la bolla dei debiti.

Conclusione: la pandemia ha avuto lo stesso effetto deflattivo di un forte incremento dei tassi. Ed i connessi effetti recessivi. Molte piccole e medie imprese commerciali, molte iniziative legate al turismo: alberghiere, di viaggio della ristorazione, dell’intrattenimento, ed anche teatri e auditorium legati alla cultura, e tutte le imprese di produzione che stanno a monte, a cominciare da quelle alimentari, hanno subito a causa di quella sorta di arresti domiciliari chiamati “lockdown” o una drammatica riduzione della clientela, o una chiusura forzata che per molte d’esse è stata definitiva.

E per contro alcune grandi catene distributive ne hanno fortemente beneficiato.

Ho detto “arresti domiciliari”. Ma anche vaccinazione obbligatoria, passaporto vaccinale, campagna terroristica tramite la televisione, con tutti i giorni il “bollettino di guerra” dei contagiati e dei morti, ed immagini continue di sale d’ospedale, di iniezioni al braccio, e –  per quanto riguarda l’Italia – il generale alpino sempre in divisa che su tutto vegliava e tutto dirigeva.

E veniamo così al secondo effetto della pandemia: quello politico sul corpo sociale. Si è trattato di un vero e proprio esperimento di  militarizzazione del potere e di instaurazione di un regime totalitario, con la sospensione di alcuni dei diritti fondamentali dei cittadini, a cominciare dal diritto al lavoro (chi non si vaccinava perdeva il diritto di recarsi al lavoro, e se medico veniva espulso dall’Ordine), dal diritto di muoversi liberamente (chiusi in casa) e persino di passeggiare su una spiaggia deserta, al diritto di rifiutare medicine sperimentali sul proprio corpo (tale è in realtà il cosiddetto vaccino).

Il tutto in un clima di paura indotta, e di scienza salvifica che ha generato nella gran maggioranza dei cittadini una cieca obbedienza ed una pecorile remissività.

Ed a questo punto è più che fondato il sospetto che si sia trattato anche di un esperimento sociale, una sorta di “prova d’orchestra” in vista del Grande Reset. Perché il Grande Reset che le oligarchie internazionali hanno in animo ed in programma è assai più di una ristrutturazione del modello economico: è una ristrutturazione del modello sociale dei Paesi che erano economicamente più avanzati e di un capitalismo giunto ormai ad un bivio:

1°) O evolveva verso il capitalismo diffuso della partecipazione (il “pan capitalismo” come diceva Marcel Loichot, autore di un piano di partecipazione in Francia negli anni settanta, o – quarant’anni prima – come avrebbe voluto Berto Ricci nell’Italia fascista, verso una versione integrale del corporativismo che non abolisse il capitalismo, ma il proletariato).

2°) Oppure regrediva verso una forma moderna di feudalesimo. Cioè un numero ristretto di enormi strutture capitaliste (i signori feudali dell’era moderna) ed una moltitudine di persone asservite al sistema e tenute sotto controllo non più con la violenza, ma con un pervasivo sistema digitale, che tutto pervade, tutto vede, tutto scheda. E per stordire la moderna sterminata plebe, l’oppio della televisione con le sue “telenovelas”, le serie televisive infinite tipo “Beautiful”, i campionati di calcio o di baseball, i notiziari controllati e distorti, e un teatrino della politica ove fingono di azzuffarsi più che mediocri attori di opposte squadre, tutti ingaggiati dagli stessi padroni.

Può reggere un simile neocapitalismo? E può reggere una simile società, con una produzione di merci e servizi sempre più affidata all’ automazione ed all’intelligenza artificiale, non per liberare gli uomini dalla fatica e restituire loro più tempo libero, ma solo per aumentare l’utile del capitale? E può reggere una società in grado di dare occupazione più o meno stabile solo alla metà degli uomini in età da lavoro, come già si prevede accadrà entro i prossimi trent’anni? E l’altra metà?  Dovrà sopravvivere con un cosiddetto “reddito di cittadinanza”, cioè con un sussidio pubblico? Me lo chiedevo alcuni anni or sono in un libro “I quattro cavalieri dell’Apocalisse economica”, che si dovrebbe ancora trovare su Amazon.

Dipenderà, credo, dal grado di controllo e di coercizione che il capitalismo tecnotronico riuscirà ad esercitare, e dalla capacità di reazione degli spiriti liberi.

Ma credo che infine non regga, perché un simile modello ha in se stesso la condanna a morte per auto dissoluzione, come tu dici giustamente, il suo peccato mortale è l’avidità, ancor più che l’usura, come riconobbe lo stesso Ezra Pound, correggendo il suo precedente giudizio. Una avidità smisurata, che “dopo il pasto ha più fame che pria”, per dirla con Dante. E questa brama smisurata di denaro, che crede di aver trovato nell’intelligenza artificiale e nella società digitale lo strumento per sopprimere gran parte dei costi e ingigantire gli utili ed il potere sugli uomini, sarà quello che li perderà perché, in realtà, più aumenta la povertà, più si restringe la domanda di beni e servizi; più si restringe la domanda, meno crescono gli utili. E cresce, invece, la rabbia e la rivolta degli oppressi, e nessuna intelligenza “artificiale”, nessuna pervasiva “digitalizzazione” sarà in grado di sopprimerle.

5)  La fine degli accordi di Bretton Woods, che stabilivano la convertibilità del dollaro in oro, diede luogo ad incontrollate espansioni della massa monetaria. Pertanto il dollaro, quale valuta di riserva mondiale, costituì, con le sue repentine fluttuazioni, uno strumento essenziale per dominio economico e finanziario degli USA a livello planetario. Attraverso il corso del dollaro gli USA stabiliscono unilateralmente i prezzi delle materie prime, i tassi di interesse, la sostenibilità del debito degli stati. Ma gli USA attualmente, sono chiamati ad affrontare una aspra competizione sia nel campo tecnologico, che in quello produttivo, che in quello commerciale con la Cina ed altre potenze emergenti. Il primato del dollaro ha finora loro consentito di assorbire i flussi finanziari necessari a sostenere il deficit commerciale, il debito pubblico, l’export. Questo status di rentier finanziario privilegiato è tuttavia contrastato dalla ascesa dei BRICS. L’emergere di un nuovo ordine mondiale multipolare potrà dunque innescare l’auspicato processo di dedollarizzazione del mondo, che potrebbe anche determinare la fine del primato americano e con esso la dissoluzione del sistema capitalista globale?

6) La guerra russo – ucraina ha posto fine alla interdipendenza eurasiatica. L’inglobamento geopolitico, energetico ed economico della UE nell’anglosfera della Nato ha comportato la rinuncia della UE a qualsiasi velleità autonomista. Trattasi di una svolta epocale. Con l’aumento dei costi energetici e l’interruzione della via della seta, cioè dei flussi di scambio tra la UE e la Cina, non è venuto meno definitivamente il modello economico tedesco basato sull’export? E con esso non deflagrerà (senza rimpianti) anche la UE, ovvero quel modello capitalista di ingegneria finanziaria che, con la moneta unica, ha reso possibile la grande espansione tedesca cui è corrisposta la destrutturazione economica e sociale degli altri paesi membri?

Risposta alla quinta ed alla sesta domanda:

La guerra russo-ucraina da un lato ha messo in luce alcune tendenze geopolitiche che erano già in atto; dall’altro ha avviato o accelerato nuovi scenari che prefigurano una svolta epocale. Le tendenze geopolitiche in atto, sono la progressiva emersione delle grandi Nazioni asiatiche – la Cina anzitutto, ma anche l’India, l’Indonesia ed a modo suo anche l’Iran – emersione resa possibile dalla globalizzazione e dalla maggior apertura al commercio internazionale; dall’altro la crisi della leadership statunitense. Crisi economica, di cui la dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro in oro è stata la prima confessione, che metteva in luce anche una debolezza economica di fondo, che si traduceva in squilibrio commerciale a lungo andare non sostenibile.

Ed alla debolezza economica si è accompagnata una progressiva debolezza politico-militare, non annullata dalla potenza di armamenti; debolezza politico-militare di cui le immagini vergognose nell’aeroporto di Kabul a fine agosto 2021 durante il ritiro dei militari americani dall’Afghanistan, sono la fotografia emblematica. E la dichiarazione del presidente Biden: “E’ stato un grande successo”, l’ennesima riprova di uno sforzo disperato di racconto mistificato.

Lo stesso presidente francese Macron un paio d’anni prima, dichiarava che la NATO era in stato di “morte cerebrale”, e che l’Europa doveva “ripensare il rapporto con la Russia, che fa parte del vicinato”, e doveva anche “reimparare la grammatica della sovranità”, in modo da “non restare schiacciata tra gli Stati Uniti e la Cina”.

La guerra d’Ucraina ha però cambiato radicalmente lo scenario. L’Europa è stata ricondotta brutalmente all’ordine dagli Stati Uniti. Un appiattimento nei confronti della politica estera e militare americana tanto più vergognoso in quanto gli Stati Uniti hanno scelto di spingere la Russia in braccio alla Cina proprio per evitare che Mosca si avvicinasse sempre più all’Europa, formando un blocco economico dall’Atlantico al Pacifico che Washington considera ora evidentemente il pericolo maggiore per le sue ambizioni di leadership mondiale.

Secondo molti commentatori, quello degli Stati Uniti è un errore colossale: per paura di una grande Europa sta costruendo una grande Asia con in testa la Cina; anzi una coalizione antagonista di Stati, quella del BRICS che coinvolge tre continenti: l’Asia, l’Africa ed il Sud America. Al gruppo originario di Stati che costituiscono il Gruppo BRICS, cioè Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, si stanno aggiungendo l’Iran, l’Algeria, l’Arabia Saudita, l’Argentina, che hanno già chiesto l’adesione, ed altri che la stanno per chiedere. Ed è già evidente che questi Stati stanno lavorando alla creazione di un nuovo sistema monetario internazionale che bypassi il dollaro, ed anche ad un nuovo sistema finanziario autonomo rispetto a quello occidentale.

Tu chiedi: porterà tutto ciò alla fine del signoraggio del dollaro sul resto del mondo, cioè al suo uso come moneta quasi esclusiva degli scambi internazionali e moneta di riserva per le Banche centrali? E tutto ciò potrà portare alla fine del primato americano ed alla dissoluzione del sistema capitalistico? E infine l’aver troncato i legami dell’Europa con la Russia e la Cina rappresenta anche la fine del modello di crescita tedesco, basato su una politica mercantilistica analoga a quella cinese, e questo non farà scoppiare l’Unione Europea?

Le tendenze sono quelle, ma non è detto che quelli siano anche gli sbocchi. Che il ruolo del dollaro- carta quale moneta principe del sistema monetario sia destinato a finire, è fuori discussione. E’ durato anche troppo: dalla dichiarazione della sua inconvertibilità in oro è passato ormai più di mezzo secolo. Ed i danni che questo lungo non – sistema ha fatto sono incommensurabili. Come ho già detto più sopra, da lì discende l’iperinflazione che sta per esplodere. Ma che la nascita di un sistema monetario internazionale alternativo al dollaro, e basato anche su un qualche ancoraggio all’oro, che stanno tentando di avviare i Paesi del Gruppo BRICS sia facile, e sia per domani, questa è un’altra cosa. Gli Stati Uniti, quanto ad armamenti, sono ancora la prima potenza militare del nostro pianeta, e da che mondo è mondo, sulla bilancia del potere la spada pesa più dell’oro.

Ma un collasso finanziario globale può portare anche al collasso del capitalismo? Di “questo” capitalismo, lo credo possibile, anzi: potrebbe essere imminente. Ed è forse la sola possibilità che ci è data, prima che il Grande Reset costruisca un nuovo Ordine Mondiale.

Quanto all’Unione Europea, essa ormai segue il destino degli Stati Uniti, e cioè, come dicono i giuristi, “simul stabunt, simul cadent”.

 Un collasso del sistema finanziario americano travolgerebbe anche l’Europa. Sarebbe un disastro, ma aprirebbe la strada alla rinascita. Perché solo sulle rovine di questa deforme, corrotta, servile Europa dei mercati, si potrà finalmente iniziare a costruire l’Europa dei popoli, dall’Atlantico al Pacifico.

 

 

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