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Il mercato della malattia

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Intervista a Sonia Savioli , autrice del libro “Il mercato della malattia”, Arianna Editrice 2022, a cura di Luigi Tedeschi

  1. Alle origini del progresso tecnologico illimitato della società contemporanea c’è una radicata tendenza secolare della cultura occidentale al dominio e all’avversione nei confronti della natura. Viviamo in una situazione di emergenza climatico – ambientale causata dallo sviluppo tecnologico – industriale che ha gravemente alterato l’habitat naturale dell’uomo, con l’inquinamento dell’aria e delle acque, la distruzione del paesaggio e la contaminazione dei cibi. I mutamenti climatici ne sono la tragica conseguenza. Tuttavia, ai danni prodotti dallo sviluppo tecnologico oggi si vuole far fronte con ulteriori nuove tecnologie, come reso evidente dai programmi predisposti per la transizione ambientale. L’uomo moderno, è dunque ormai condannato a vivere all’interno dell’attuale alienante ed irreversibile dimensione tecnologica? In tal caso, la cura non si identifica con il male?

In realtà, non c’è nessuna cura, nessuna cura che il capitalismo sia in grado di proporre. Per sua stessa natura, il capitalismo è in grado solo di sfruttare e dominare: lo fa con la natura come con gli esseri umani; è il risultato di una società, di una cultura e di un’economia di conflitto, divisione, competizione, e nel suo sviluppo ha potenziato e amplificato conflitto, divisione, competizione. Oggi ci troviamo, a mio parere, a una svolta della storia: il capitalismo e la società che lo ha creato e che esso stesso ha perpetuato e sviluppato non sono più sostenibili, né per il pianeta, né per l’economia, né per la comunità umana. Per sopravvivere come specie e come società abbiamo bisogno di ritornare entro i limiti che la vita ci impone o, se vogliamo essere più poetici, di ricomporre quella trama che la vita è, con tutte le sue connessioni tra esseri viventi e tra gli esseri viventi e gli elementi. Per farlo, è necessario costruire un’economia che agisca entro quei limiti; è necessario creare una società solidale e paritaria, strutturata in comunità locali che tendano all’autosufficienza e agiscano in un’ottica di collaborazione al loro interno e con le altre comunità; è necessario sostituire lo sfruttamento illimitato e la distruzione delle risorse naturali con il loro ripristino.

Al contrario, quello che il capitalismo sta cercando di fare, con il pretesto dell’emergenza climatica e ambientale è, come al solito, rapina di risorse e aumento del dominio su uomini e natura. La cosiddetta transizione energetica non è altro che il tentativo di monopolizzare l’energia del futuro e ottenere i finanziamenti del presente. Le mega pale eoliche, gli ettari di impianti di pannelli fotovoltaici, le centrali a biomasse legnose, la produzione di idrogeno, i veicoli elettrici sono in realtà solo un nuovo mercato e nuovi monopoli. La loro produzione richiede una quantità mostruosa di energia da petrolio, di minerali rari, di acqua, di prodotti chimici tossici. E’ solo la transizione da un monopolio a un altro e un’ulteriore dissipazione di risorse sempre più scarse.

  1. Lo sviluppo della ricerca scientifica è ormai monopolio dell’industria farmaceutica delle Big Pharma. In realtà la ricerca scientifica è parte integrante della struttura economica del sistema neoliberista globale. Pertanto, la medicina è divenuta un’industria finalizzata alla massimizzazione del profitto e la sanità pubblica è gestita con criteri aziendalistici: sono le leggi del mercato ad imporre i propri parametri strutturali al settore sanitario. Il sistema neoliberista è soggetto a crisi ricorrenti, che generano impoverimento progressivo delle masse e quindi calo della domanda. I consumi sanitari in verticale ascesa con la pandemia, non rivelano l’esigenza del sistema di creare artificialmente una nuova domanda che non può conoscere crisi, in quanto generata dal panico collettivo per la propria sopravvivenza? Inoltre, la psicosi della malattia artatamente diffusa nelle masse, non costituisce un formidabile strumento di dominio politico? Il farmaco non è dunque divenuto un vaccino assai efficace contro il virus del dissenso?

La medicina è certamente un mercato proficuo, ormai completamente nelle mani delle multinazionali e della finanza globale. Come per ogni mercato dei nostri tempi, si avvale delle armi della pubblicità e dei bisogni indotti. La pubblicità della medicina è la paura delle malattie, accompagnata dalla fiducia verso la scienza medica e le sue “conquiste”. Non esiste ormai giornale, rivista, canale televisivo che non abbia la sua pagina o programma dedicato a tali “conquiste”, accompagnate dallo spauracchio di nuove malattie, o anche di vecchie malattie che, secondo la pubblicità mediatica, da disturbi minimi e senza importanza, sono diventate minacce esiziali.

Si tratta di un terrorismo “dolce” che però, come il terrorismo delle bombe, fa vittime vere, ma in questo caso senza assassini definibili e perseguibili.

Tutto questo però è stato reso possibile da una cultura che vede nella natura il suo primo nemico e la prima minaccia alla sua salute. Batteri e virus in tale cultura diventano il nemico invisibile e sempre presente; il nostro organismo diventa qualcosa di estraneo, pronto a tradirci alla prima occasione, da tenere continuamente sotto controllo attraverso esami clinici e da “aggiustare” continuamente servendosi dei prodotti del mercato del farmaco. In tale cultura, di conseguenza, la cosiddetta scienza medica, con le sue tecniche e le sue “conquiste”, è l’unica che può salvarci da tutte queste cose naturali che ci minacciano.

Nell’attuale scienza medica non si manifesta altro che la cultura del dominio dell’essere umano su tutto il resto del vivente, un dominio che ha bisogno di considerare la natura nemica per essere giustificato nel distruggerla. E che, a questo punto, com’è logico e conseguente, sta distruggendo anche gli organismi umani.

  1. Il mercato globale del farmaco deve essere alimentato da sempre nuove malattie. Pertanto, onde incrementare il mercato farmaceutico occorre mobilitare la virtualità mediatica e diffondere uno stato di angoscia collettivo idoneo a generare l’impulso delle masse al consumo dei farmaci. Nell’era della tecnologia virtuale, così come nell’economia si crea denaro dal nulla per alimentare il mercato finanziario, si creano bisogni indotti per indurre le masse al consumo e i rapporti umani assumono sempre più una dimensione mediatica, la pervasività terroristica dei media in campo sanitario non da luogo a fenomeni di labilità psichica che predispongono l’individuo a contrarre malattie per renderlo poi dipendente dai farmaci al pari di un tossicodipendente dalla droga? Non è dunque questa virtualità mediatica che si antepone alla realtà, a creare dal nulla un mondo virtuale estraneo alla realtà stessa, ma che si impone nella governance dell’economia, nella sfera delle decisioni politiche, nell’ambito della cultura e soprattutto nel settore sanitario come è accaduto nella recente pandemia?

I media sono oggi senz’altro uno strumento imprescindibile per il dominio del capitalismo, per il suo mercato, per la sua sopravvivenza. Nel caso del mercato della malattia, che non si può basare solo sulla pubblicità mediatica, i bisogni indotti vengono creati poi dallo stesso apparato “sanitario”. Ci sono ormai organismi medici sovranazionali, come le cosiddette “società scientifiche” europee, il cui scopo è alimentare il mercato farmaceutico inventando patologie croniche. La EASD (associazione europea per lo studio del diabete), la ESC (associazione europea di cardiologia), la ESE (associazione europea di endocrinologia) e una pletora crescente di altre società (nome appropriato per chi persegue il profitto) a livello europeo, sono preposte a incentivare i controlli su tutte le funzioni del nostro organismo, benché in assenza di qualsiasi sintomo: questo incrementa i guadagni del mercato; sono nate ormai multinazionali dei test di laboratorio. Ma non basta. Le suddette società modificano i valori ufficialmente “normali” di ciò che il nostro organismo produce, creando così milioni, decine di milioni di malati immaginari che, grazie all’assunzione continua di farmaci potenzialmente pericolosi, diverranno in molti casi malati veri, con grande beneficio per il mercato. Tutte queste “società” ricevono finanziamenti dalle multinazionali del farmaco; i loro collaboratori in alcuni studi dichiarano decine di conflitti d’interesse.

Dunque, oltre alla pubblicità dei media, strumenti oggi deputati alla pubblicità del sistema globalcapitalistico in tutte le sue forme, il sistema definito “sanitario” e quello “medico scientifico” , sistema la cui corruzione non ha ormai niente da invidiare a quella del ceto politico, creano gran parte dell’inganno e delle falsità utili al mercato della malattia. Con la differenza che, mentre i media e i politici sono ormai screditati agli occhi di gran parte della popolazione, i medici e gli “scienziati” della medicina godono ancora di un immeritato prestigio e di una letale fiducia.

  1. La deregulation scientifico – sanitaria si è resa necessaria al fine di eliminare ogni barriera, sia etica che legislativa, alla sperimentazione genetica transumanista. La conformazione naturale dell’essere umano è divenuta dunque materia prima per la creazione di una vita artificiale dotata di facoltà ultraumane. La deriva trans umanistica della medicina ha la sua origine nell’ideologia progressista di stampo illuministico. Se l’ideologia è dogmatica è divenuta allo stesso modo dogmatica anche la scienza, tradendo se stessa. Il diffondersi della medicina predittiva, fondata su vere o presunte anomalie genetiche, è il presupposto all’avvento della medicina rigenerativa, della manipolazione cioè dell’essere umano, considerato una entità carente ed imperfetta, suscettibile di modificazioni transumanistiche. Questa sorta di creazionismo scientifico ormai imperante non considera la vita stessa come una malattia genetica che necessita di trasformazioni manipolative atte a stravolgere la stessa natura antropologica dell’uomo?

 Nella cosiddetta medicina predittiva o rigenerativa si sono uniti la ricerca di profitto e la follia di una scienza in preda ormai a delirio di onnipotenza. La cesura tra l’umanità e la vita naturale diventa per tale scienza addirittura una volontà di sostituirsi alla natura e sopraffarla, di dimostrare la propria superiorità eliminando o storpiando la vita naturale. Potremmo chiamarla, invece di scienza, fantascienza, e in questa fantascienza siamo giunti al tentativo di realizzare nella realtà quello che era fino a poco tempo fa un romanzo dell’orrore, “Frankestein”, e cioè l’essere umano artificiale.

Questa fanta-scienza parla di migliorare l’essere umano attraverso la biosintesi o bioingegneria, attraverso la modifica del suo patrimonio genetico attuata artificialmente. Mentre la scienza ammette di conoscere (o di credere di conoscere) solo il due per cento delle funzioni del nostro DNA, la fanta-scienza si propone di modificare il nostro DNA tagliando i “pezzi” sbagliati e ricucendovi i pezzi “giusti”, sintetici e costruiti in laboratorio. Dopo le piante geneticamente modificate, gli animali geneticamente modificati, tocca all’essere umano essere considerato e trattato come una macchina da una “scienza” che ha ridotto sé stessa alla stregua di un tecnico dei motori, del meccanico che lavora in un’autorimessa.

Tutti i prodotti realizzati finora dalla scienza che storpia la natura, cioè i prodotti chimico sintetici, si sono rivelati dannosi per gli esseri viventi e stanno creando quel disastro ambientale in cui siamo immersi. Ora tocca alla bio-sintesi. Le piante OGM sono più deboli delle piante naturali e necessitano di quantità enormi di pesticidi e concimi chimici per sopravvivere una stagione; gli animali geneticamente modificati soffrono di malattie mostruose e muoiono anzitempo. Questo non ferma la follia della fanta-scienza per un motivo semplice: essa si è unita alla follia del globalcapitalismo al suo ultimo stadio. La medicina predittiva può predire qualsiasi cosa a chiunque; i sani, anche giovani e in perfetta forma, diventano potenziali malati e quindi da curare attraverso trattamenti costosi (per gli Stati) ed estremamente lucrativi (per il mercato della malattia).

Abbiamo già visto la pubblicità, fatta da personaggi noti al pubblico, dell’asportazione “preventiva” del seno. Forse il pubblico non sa che sono già stati approvati due farmaci di modifica del DNA per presunti futuri ammalati di malattie genetiche: il trattamento, consistente in una sola iniezione, viene a costare allo Stato in un caso due milioni di euri, in un altro caso tre milioni e cinquecentomila dollari: è questo il motivo per cui la medicina predittiva avanza. Con essa avanza quella cultura antinaturale e ottusa che ritiene di poter ridurre ogni manifestazione naturale e la vita nel suo complesso a qualcosa di riproducibile meccanicamente.

 

  1. Il progresso scientifico e tecnologico della nostra epoca ha radici assai lontane. L’ideologia del progresso scaturisce dalla dimensione nichilistica assunta da secoli dalla nostra civiltà. Con l’avvento della tecnica si è inteso far fronte all’incolmabile vuoto di senso esistenziale della modernità: si creano incessantemente strumenti tecnologici sempre più avanzati allo scopo di surrogare le facoltà dell’uomo di decidere autonomamente il proprio destino. Ma se la virtualità interattiva si sostituisce alla natura sociale dell’uomo, la vita dell’individuo si tramuta in uno stato perenne di angoscia esistenziale. La vita dell’uomo necessita dunque di costante medicalizzazione. La finalità della medicina, dato l’attuale consumo compulsivo di psicofarmaci, non è quella di rappresentare l’indispensabile sostegno al mal di vivere che ha contaminato (irreversibilmente?), questa civiltà decadente vuota di senso?

 

La nostra civiltà non può che creare ansia e insoddisfazione, basandosi appunto da lunghissimo tempo sul conflitto e la competizione. Nei paesi sviluppati tale competizione è giunta a pervadere la vita quotidiana delle persone in ogni sua manifestazione. E’ competizione la scelta dell’automobile, degli indumenti; è competizione il viaggio e la vacanza; è competizione quella attuata attraverso i figli, che devono avere successo ed essere tra i primi in tutto o almeno in qualcosa. Questo aiuta molto il mercato, dato che ogni prodotto di consumo è destinato a diventare un prodotto di largo consumo, uno status symbol, come si usa dire. E tanto più in quanto inutile e costoso. Ma, ovviamente, in una competizione di questo genere, non si arriva mai a vincere: c’è sempre qualcuno che ha di più. Dunque, la frustrazione, l’ansia, il bisogno indotto sono presenti anche nei vincitori della scalata sociale, mentre il presunto fallimento è sempre più diffuso e crea dei veri disadattati, incapaci di sostenere quello che diventa un continuo mettersi alla prova.

Viviamo oggi in una società dove la nevrosi è la normalità. Nello stesso tempo viene esaltata la tecnica e i tecnici e, nella deresponsabilizzazione di massa, essi diventano le divinità a cui rivolgersi per avere risposte.

Il distacco dell’uomo dalla natura ha coltivato un’ignoranza fondamentale: noi non conosciamo né le cause né le conseguenze dei nostri atti e comportamenti, nemmeno di quelli più semplici e banali; non vediamo ciò che producono nell’ambiente, non vediamo da quali sfruttamenti umani derivano. Non vediamo i cicli dei materiali che compriamo, usiamo, buttiamo; non conosciamo ciò di cui ci nutriamo. Allo stesso tempo abbiamo perso tutte le conoscenze tramandate di generazione in generazione da quando l’essere umano esiste: la civiltà industriale e infine cibernetica ha cancellato anche questo. Nelle città in particolare, viviamo come vivono gli animali di allevamento intensivo: staccati e isolati dal loro ambiente, costretti a cicli di vita innaturali e mostruosi, in attesa solo del cibo (che per noi sono i consumi) e senza rapporti profondi e complessi con i loro simili e con gli altri esseri viventi. Questa ignorante vita innaturale ci conduce ad aver paura della natura, a non avere alcuna fiducia in noi stessi, a delegare agli “esperti” le decisioni vitali. Passo dopo passo, la civiltà industriale e infine il capitalismo globale ci hanno condotto al timore della vita: come canarini nati in gabbia, abbiamo paura della libertà. Così temiamo tutto ciò che viene dalla vita reale, cioè da quella che chiamiamo natura, e che la propaganda del mercato medico ci presenta come minaccia (non è un caso che oggi la medicina continui a blaterare di passaggio di virus mortali da altri animali a noi: il terrore della natura deve diventare assoluto). Invece non temiamo ciò che veramente ci minaccia, e che sono i prodotti del progresso tecnico-scientifico, dai pesticidi alle onde elettromagnetiche dei cellulari e dei ripetitori, dalla radioattività ai farmaci.

Il mercato medico ha tramutato in malattia e minaccia tutte le manifestazioni naturali e i cambiamenti dell’organismo umano. Diventano malattie la pubertà e la menopausa, la gravidanza e la vecchiaia e, infine, diventano malattie la vivacità dei bambini, la timidezza degli adolescenti, la tristezza e l’infelicità. Anche queste ultime da curare meccanicamente e chimicamente.

In questa paura, in questo isolamento, continuiamo a cercare soluzioni che sono invece errori. Mentre dovremmo uscire dall’isolamento e dalla paura ricercando e fidandoci (non “affidandoci”) di quella scienza che la natura cerca di comprenderla e assecondarla, e non di storpiarla e superarla. Dovremmo uscire dalla paura e dall’isolamento sostituendo la sobrietà allo spreco compulsivo, la collaborazione alla competizione, l’amicizia all’ostilità, la solidarietà alla ricerca di profitto e successo.

 

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