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La clessidra della democrazia

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Taglio dei parlamentari, vincolo di mandato, riforma elettorale: il rapporto tra istituzioni e popolo è sempre più minacciato da sottrazione di partecipazione ed ipocrisia politica

La convulsa stagione seguita all’anomalo agosto politico ha visto rimescolate le carte delle alleanze di governo e degli equilibri all’interno di partiti e coalizioni. Così come scissioni consumate, divorzi promessi, leadership contestate, credibilità compromesse e flirt improbabili. Tre, tuttavia, continuano ad essere le direttrici politico-istituzionali che attualmente, ma soprattutto nei prossimi mesi, pur partendo da presupposti diversi, finiranno per intrecciarsi ed occupare l’agenda del dibattito tra le forze parlamentari e nell’opinione pubblica.

Il primo argomento riguarda l’avvenuto taglio di deputati e senatori sancito dal quarto ed ultimo passaggio parlamentare. Il secondo tema attiene al vincolo di mandato e alla sua auspicata introduzione in Costituzione. Il terzo, infine, riguarda la legge elettorale che dovrà necessariamente essere oggetto di adeguamento a seguito della riduzione del numero dei parlamentari. Tre aspetti strettamente politici sui quali vogliamo sviluppare alcune riflessioni, nel coerente solco di quanto già sostenuto, ben consci della loro interdipendenza e reciproca influenza.

TAGLIO DEI PARLAMENTARI

Lo scorso 8 ottobre nell’aula di Montecitorio una maggioranza schiacciante di irresponsabili ha definitivamente approvato il taglio del numero dei parlamentari da 945 a 600 auspicato dal Movimento 5 Stelle. La nostra speranza che in terza lettura al Senato o in quarta alla Camera la riforma venisse bocciata è andata delusa: 553 sono stati i deputati favorevoli, solo 14 quelli contrari e 2 gli astenuti.

Ciò che ha più sconcertato non è stato il risultato “bulgaro” raggiunto dal Sì alla riforma costituzionale. Ad essere inquietante è stata, semmai, la supina acquiescenza delle altre forze ad un attacco politico, culturale, ideologico mosso dal M5S al Parlamento in quanto massima espressione istituzionale della democrazia rappresentativa.

A questa psicopatologia antipolitica gli altri partiti hanno risposto commettendo un grave errore strategico, adottando cioè le regole del loro competitore: rinunciare all’azione di forte contrasto politico (tipica delle forze organizzate nel territorio e nelle istituzioni), rincorrendo il M5S sul suo scivoloso terreno con lo scopo di lucrare, a rischio di autolesionismo, dividendi di demagogia populista.

L’obiettivo di lungo periodo dei burattinai del M5S è, come noto, l’instaurazione di una democrazia diretta e plebiscitaria, senza mediazioni dei corpi intermedi, da realizzare attraverso una piattaforma digitale da loro stessi gestita, ma priva di legittimazione politica. Le strizzate d’occhio ai minorenni – adusi alle più sofisticate tecnologie – sono da leggere in una prospettiva di scaltra ricerca e sostituzione generazionale del consenso. Quanto da noi affermato recentemente a proposito del sostegno pentastellato ai vaticini di Greta può trovare spazi di compatibilità e coerenza con il favore (non solo, ma anche) di Grillo di concedere il voto ai sedicenni.

Non è certamente un caso se il clima socio-culturale che i grillini vogliono imporre all’opinione pubblica tenda ad assimilare la riduzione dei rappresentanti del popolo al taglio di retribuzioni, pensioni e vitalizi, come se la punitiva diminuzione del loro numero fosse in re ipsa sinonimo di moralità, rispetto del cittadino e risparmio, peraltro irrilevante. Questa è la subdola operazione mediatica di manipolazione delle coscienze che deve essere denunciata e contrastata.

La scelta della quasi totalità del Parlamento di votare Sì alla riforma con l’intento di non lasciare agli altri competitori l’esclusiva dell’antipolitica – da condividere con la Casaleggio Associati – ha da un lato sancito l’ennesima abdicazione dei partiti tradizionali alla loro responsabilità di indirizzo politico della società, dall’altro ha evidenziato un cortocircuito in alcuni dei loro maggiori esponenti. Valgano per tutti due esempi.

Il deputato Pd Piero Fassino alla Camera ha sostenuto che, così come è stata veicolata, la riforma costituzionale delegittima l’istituto parlamentare, assimilando il taglio delle poltrone a quello degli stipendi; che la politica come tutte le attività umane ha dei costi; che anche la democrazia ha un costo; che il taglio non porterà efficienza e funzionalità al Parlamento. Con simili sacrosante premesse, Fassino ha “coerentemente” votato a favore. Avrebbe almeno potuto evitare tali affermazioni e limitarsi a votare confidando nell’immunità mediatica di gregge.

Il secondo illuminante esempio è quello del deputato di Italia viva, Roberto Giachetti, il quale subito dopo aver votato Sì ha promosso la raccolta delle firme tra i deputati per richiedere il referendum, ai sensi dell’art. 138 della Costituzione, contro la riforma da lui stesso approvata. Pura bipolarità politica e psichica.

Non è un caso che la casa, anzi la ditta di provenienza dei due parlamentari sia la stessa nella quale Pierluigi Bersani, durante la segreteria e la premiership di Renzi, divenne famoso per votare le leggi più ignobili per un partito sedicente di sinistra pur dichiarandosi contrario. Una linearità di comportamento ed un rispetto della base elettorale di riferimento che portarono il Pd prima a perdere sonoramente il referendum del 2016, poi a tracollare nel 2018 dal 40 al 18% e Leu, staccatosi poco prima dal Pd ma ormai privo di ogni credibilità, a raggiungere quello stesso anno percentuali marginali, bel al di sotto di quel consenso popolare sperato (forse a due cifre) che avrebbe raccolto se con due o tre anni di anticipo avesse dimostrato coraggio politico. Ma don Abbondio insegna. Per la cronaca, il Partito democratico nelle tre precedenti letture parlamentari aveva votato contro la riforma.

Ultimo lumicino di speranza rimane quindi il referendum costituzionale dove, non essendo necessario raggiungere alcuna soglia di partecipazione per rendere il voto valido e vincolante, la mobilitazione popolare dovrà essere totale. Con il confortante precedente del 4 dicembre 2016 c’è solo da confidare nel buon senso del popolo italiano capace – si spera – di prendersi carico, con una valanga di No, di quelle responsabilità dalle quali tutti i partiti sono colpevolmente fuggiti.

VINCOLO DI MANDATO

L’eventualità di introdurre il vincolo di mandato, da qualche tempo sollevata con insistenza dal M5S con intenti moralizzatori (o più prosaicamente economici, stante il contributo obbligatorio imposto ai suoi parlamentari dalla Casaleggio Associati), è questione che dovrebbe rispondere a ragioni esclusivamente politiche. Premettiamo che abbiamo già motivato, in altra occasione, il nostro favore al mandato imperativo.

L’art. 67 della Costituzione poggia su una ipocrisia di fondo consistente nel ritenere che il candidato una volta eletto, rappresentando l’intera Nazione, possa (anzi debba) trascurare la struttura organizzativa, valoriale ed umana di provenienza, il partito politico, alla quale deve – se non le qualità personali già in suo possesso, almeno – gli strumenti di propaganda e di visibilità mediatica determinanti alla sua elezione.

Non è un caso che da sempre e senza ipocrisia (sebbene con modalità diverse) questa innegabile relazione reciproca tra eletto e partito venga sancita con il ristoro di una frazione della retribuzione percepita dal parlamentare a favore delle esigenze finanziarie dell’apparato. Se è vero che la prassi trasformista ha fatto registrare negli ultimi due decenni una preoccupante disinvoltura, è pur vero che non tutta la tipologia della specie possa semplicisticamente essere ricondotta ad un medesimo livello di gravità. La fenomenologia va scissa.

Un conto è il passaggio di campo – con ricadute politicamente contenute – tra due formazioni di opposizione o tra due partiti di maggioranza (es. Laura Boldrini nel 2019 da Leu al Pd); diverso – e più rilevante – è il caso del cambio di schieramento, dove il transito dall’opposizione all’area di governo (rari i percorsi inversi) risulta più promettente e vantaggioso (es. Gennaro Migliore, ex Rifondazione comunista, nel 2014 da Sel al Pd renziano ed ora a Italia viva).

Ma a connotare l’elemento trasformista in un mutamento di casacca – e quindi ad essere oggetto di rilievo costituzionale – dovrebbe essere un altro fattore: la compatibilità della scelta individuale con i valori fondanti ai quali un partito si ispira e sulla base dei quali ottiene consenso e dunque seggi in Parlamento occupati dai suoi candidati. Non fu, pertanto, trasformismo l’uscita di Pippo Civati nel 2015 dal Pd renziano, soggetto non più di sinistra, lontano dal mondo del lavoro e vicino alle ragioni del capitale e l’approdo al gruppo misto: lodevole la difesa del parlamentare di minoranza interna attento a preservare le radici di sinistra del partito e ad interpretarne le istanze sociali. Trasformismo, semmai, fu lo stravolgimento della linea d’azione renziana dopo la conquista della segreteria e l’avvio di un indirizzo politico di mutato segno.

Nel caso di Civati il cambio di casacca fu un legittimo ricorso al principio affermato dall’art. 67, ma in piena costanza con il fil rouge che lega fondamenti di un partito, candidatura in quella lista, fiducia degli elettori, conquista del seggio, rispetto di “quel” mandato. Nel caso di Renzi e delle centinaia di parlamentari che rimasero fedeli al Nazareno, pur non configurandosi cambi di casacca, ma essendosi spezzato il citato fil rouge con valori di provenienza ed elettorato di riferimento, sarebbe doveroso ricondurre quella (non) scelta di campo ad un diverso registro: non morale, ma di contenuto e di credibilità politica.

L’assurdità è che i componenti dei gruppi parlamentari renziani, pur senza infrazione alla disciplina di gruppo, beneficiarono a loro insaputa delle previsioni dell’art. 67 senza che ne ricorresse formalmente la fattispecie: un paradosso reso possibile dall’ipocrita disconoscimento costituzionale del valore della coerenza. Perché in quel caso l’unico a non tradire gli elettori Pd fu il povero Civati il quale, da un punto di vista formale, vestì i panni del trasformista.

RIFORMA ELETTORALE

Se il risultato del referendum popolare, qualora svolto, dovesse fallire, cioè confermare l’esito del percorso parlamentare, l’attuale legge elettorale dovrà essere modificata. Oggetto di revisione, oltre alla ridefinizione tecnica dei collegi, sarà presumibilmente l’impianto semi-maggioritario del vigente sistema.

Su questo rilevante aspetto contestiamo l’intromissione della contesa partitica condizionata da effimeri sondaggi e consultazioni parziali. L’obiettivo di introdurre un proporzionale corretto nell’intento non dichiarato, ma condiviso dai suoi avversari, di evitare che la Lega conquisti molti dei seggi uninominali della Camera e del Senato, e la speculare iniziativa leghista di depositare un quesito referendario che corregga il “Rosatellum”, con obiettivi opposti, in un maggioritario all’inglese vanno respinti.

Da convinti e pluridecennali proporzionalisti sosteniamo la necessità di un sistema proporzionale puro, senza sbarramenti, il cui unico limite, alla Camera, sia il raggiungimento del quorum nazionale necessario ad eleggere un deputato (circa 100.000 voti con un astensionismo del 25%). O, in alternativa, di una soglia di accesso pari all’1% dei voti validamente espressi, con l’ottenimento di un minimo di 4 deputati.

Sarebbe questo l’unico modo per avvicinare concretamente i cittadini, soprattutto le minoranze con difficoltà di proiezione istituzionale, al processo di decisione politica e correggere le pericolose storture introdotte dalla riduzione del numero dei parlamentari, quali l’innalzamento del rapporto tra eletti e abitanti (una criticità destinata ad accentuarsi nel caso di abbassamento da 18 a 16 anni dell’età minima di voto) e la conseguente compressione di minoranze politico-ideologiche ed etnico-territoriali: in sintesi, l’innalzamento occulto della soglia di sbarramento alla rappresentanza istituzionale.

IL VOTO DEGLI ANZIANI

In un intervento di metà ottobre sul suo blog, Beppe Grillo si è dichiarato favorevole ad abolire il diritto di voto agli anziani (così disconoscendo, proprio lui, il contratto sociale di Rousseau) in quanto con minor attitudine al futuro, e specularmente a tessere le “virtù politiche” dei sedicenni, pur senza ammettere esplicitamente l’interesse per quella promettente riserva di caccia elettorale allevata sui social e facilmente manipolabile con i nuovi strumenti digitali di comunicazione.

Attenzione, tuttavia, a non derubricare le sue parole ad infelice boutade o a mirata distrazione di massa, come riscontrato nella totalità dei commenti indignati. La provocazione grillina si potrebbe inquadrare difatti in un filone di analisi socio-demografica e politica avviato, in tempi non sospetti, in un nostro articolo del 2012 su “Rinascita”, percorso poi dal “Corriere della Sera” nel 2014 e persino dal “Times” di Londra nel 2015.

In breve, la frantumazione delle classi sociali – accentuata dalla persistente crisi economica e dal continuo riformismo previdenziale – sta producendo una polarizzazione di nuovi interessi attorno alla tutela di particolari segmenti di età anagrafica, ognuno dei quali aspirante ad un’autonoma rappresentanza politica. Un conflitto di natura generazionale, insomma, che starebbe occupando l’agone politico, soppiantando progressivamente il tradizionale terreno della disputa ideologica ed economico-categoriale.

L’attacco anticostituzionale mosso dal guru pentastellato agli anziani potrebbe, allora, essere assimilato ad una trasposizione distorta della nostra prefigurazione di scenari futuri nei quali gli over 70 sarebbero chiamati socio-politicamente a competere col resto del mondo. Mai pensando, però, privati dei loro diritti politici su istanza di un comico settantunenne ancora in attività.

 

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