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L’Europa, il fantasma geopolitico dell’Occidente

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La politica della Germania e della Francia condurrà alla stagnazione politica ed economica dell’Europa e alla sua marginalizzazione geopolitica

L’Europa è minacciata da un virus rivelatosi assai contagioso: la democrazia illiberale. Con tale definizione si vuole definire la linea politica dei governi sovranisti in carica in Italia, Ungheria e Polonia, oltre a partiti dotati di grande seguito popolare come il Ressemblement National della Le Pen in Francia, Alternative fuer Deutschland in Germania, il partito della Brexit di Nigel Farage in Gran Bretagna, il Partito Popolare Austriaco di Kurz in Austria ed altre formazioni minoritarie presenti in tutta l’Europa. Governi e partiti cioè a base populista, alcuni di loro euroscettici, comunque interpreti del dissenso popolare in aperta opposizione alle politiche del neoliberismo cosmopolita ed apolide.

Dispotismo – liberalismo: una dialettica capovolta

L’avanzata delle forze populiste, seppur restate in minoranza nel parlamento europeo, costituirebbe dunque una minaccia al processo di integrazione europea in quanto la democrazia è l’espressione politica della società liberale. Pertanto, la democrazia è concepibile solo nell’ambito della società liberale, di un ordinamento cioè che comporti l’economia di mercato, i diritti umani e uno stato minimo, non interventista in economia, retto dai principi individualisti del libertarismo laicista anetico, integrato nell’Occidente atlantista della Nato.

In realtà la liberal democrazia ha un fondamento marcatamente ideologico. La democrazia per sussistere infatti, deve essere compatibile con i principi ideologici liberali e quindi, la stessa selezione della classe politica, seppur eletta con suffragio universale, può essere legittimata a governare, in quanto funzionale alle scelte delle forze economiche dominanti del libero mercato, alla cultura dell’individualismo atomistico, all’indifferentismo etico.

Una democrazia illiberale pertanto, viene considerata un ossimoro, se non addirittura un non senso. Un ordinamento che, seppur secondo modalità differenziate, condurrebbe a forme di governo autoritarie e, alla lunga, alla soppressione della democrazia stessa. In realtà sono proprio i principi dell’ideologismo neoliberista a creare una società dominata da quel totalitarismo oligarchico che oggi esercita la governance dell’Europa e di tutto l’Occidente atlantico. Se una sola forma di governo politico è legittima, quella cioè che rappresenti il potere economico elitario dominante nella società, in quanto ideologicamente omologa ai principi liberali che preesistono allo stato e alla società, nessun altra opzione politica alternativa è possibile, proprio perché per definizione illiberale.

Pertanto, quando dalle consultazioni elettorali emergono forze politiche contrarie all’ordinamento liberale precostituito, tale risultato viene interpretato come una dimostrazione della ignoranza e della scarsa maturità di un popolo che necessita di rieducazioni alla cultura liberale accelerate. Anzi, sarebbe necessario sottrarre alla volontà popolare decisioni che possono essere di competenza solo dei tecnocrati o di elites ristrette. Il caso Brexit, l’elezione di Trump, il successo gialloverde in Italia sono esempi paradigmatici di tale impostazione ideologica. L’Italia del governo gialloverde infatti, viene considerata dal mainstream un paese carente di cultura liberale. Riforme in senso restrittivo della rappresentatività popolare sono già in vigore in molti paesi dell’Occidente. Questi fatti non sono rivelatori della natura intrinsecamente totalitaria della ideologia neoliberista oggi dominante?

La dialettica dispotismo – liberalismo di origine illuminista ha subito attualmente un totale rovesciamento. Il populismo sovranista è un fenomeno derivato, sorto in contrapposizione al globalismo neoliberista, il cui avvento, ha comportato la fine della sovranità degli stati, il declino del welfare, la proletarizzazione progressiva dei ceti medi, l’emergere di diseguaglianze sempre più accentuate nella società. La protesta populista rivendica quei diritti sociali, quei principi di eguaglianza, quelle tutele civiche e sociali, quelle libertà politiche affermate e garantite dalle costituzioni degli stati, che il sistema neoliberista globale ha soppresso.

La democrazia illiberale è quindi configurabile come una rivendicazione della democrazia politica, della sovranità popolare soppressa dal primato dell’economia globalizzata imposto dal sistema neoliberista. La democrazia illiberale è invece necessariamente sovranista, poiché solo nell’ambito di uno stato territorialmente definito e in una comunità storicamente e culturalmente omogenea possono essere preservati lo stato sociale, le libertà politiche, i principi di eguaglianza, le tradizioni identitarie. Il paradigma illuminista liberalismo – democrazia è stato capovolto proprio dall’emergere del nuovo modello sovranista della democrazia illiberale. La democrazia intesa come sovranità popolare può sussistere nella misura in cui si affermi il primato dello stato sulla disgregazione cosmopolita antisociale dell’ideologismo liberale.

L’Italia permane nella UE, ma con quali prospettive?

Scongiurata l’eventualità di una procedura di infrazione per debito eccessivo da parte della UE, in virtù della messa in atto di una nuova politica di espansione della liquidità annunciata da Draghi, l’Italia vive una stagione di conflittuale, precaria, relativa stabilità. I destini dell’Italia sono rimessi alla clemenza del sovrano finanziario europeo, della BCE.

Si imputa al governo gialloverde, a causa della sua matrice sovranista, una scarsa compatibilità della sua politica con l’interdipendenza degli stati su cui è strutturata la UE. La interdipendenza degli stati è stata concepita nei trattati europei in funzione della devoluzione della sovranità economica statuale alla UE ed in vista della realizzazione, in base ai parametri di bilancio, della convergenza delle economie dei paesi membri.

Ma la convergenza delle economie dei singoli stati di per se impossibile date le marcate differenze dei paesi membri, è stata forzosamente realizzata mediante la libera circolazione dei capitali, il cambio fisso e le politiche di austerity. Si è dunque realizzata una interdipendenza degli stati attraverso il dominio economico dell’asse franco – tedesco, con relativo indebitamento finanziario e smembramento produttivo degli stati del sud della UE, che hanno subito inoltre l’imposizione di riforme socialmente devastanti.

Si vuole esorcizzare il fantasma di una eventuale Italexit prospettando futuribili orizzonti paragonabili a “The Day After”. Ma, costatato l’irreversibile declino italiano in questo ventennio di appartenenza all’Eurozona, nessuno si è posto questo problema: a quale prezzo, con quali prospettive e per quanto tempo ancora sarà possibile la permanenza dell’Italia nell’Eurozona e nella UE?

Dominio franco – tedesco e fine di un modello economico europeo

Dalle elezioni europee, nonostante l’avanzata sovranista, è emersa una Europa in cui si è rafforzato, al di là della composizione diversificata della maggioranza parlamentare, l’asse franco – tedesco nella governance della UE. Alla presidenza della commissione europea è stata nominata Ursula von der Leyen, (con lo sciagurato consenso di Conte e del M5S rivelatosi determinante), una sorta di clone generato dalla Merkel, già titolare della difesa in Germania e rivelatasi una estremista dell’austerity in occasione della crisi del debito greco.  Sono inoltre tedeschi il segretario generale del parlamento Klaus Welle, il direttore del fondo salva – stati Klaus Regling, il presidente della banca degli investimenti Werner Hoyer, il presidente del comitato centrale di risoluzione unico Elke Koenig. Alla presidenza della BCE, andrà la francese Christine Lagarde, già presidente del FMI ed ex ministro dell’economia con la presidenza Sarkozy.

L’asse franco – tedesco riafferma il suo dominio sulla UE, ma le condizioni politiche ed economiche dell’Europa negli ultimi tempi sono mutate. Nel 2019 si è verificato un calo verticale della crescita tedesca: solo l’Italia è cresciuta meno della Germania. Il sistema bancario tedesco non si è mai risollevato dalla crisi del 2008, nonostante le ripetute, ingenti ricapitalizzazioni effettuate dal governo della Merkel in aperta violazione della normativa europea che vieta gli aiuti di stato. La Deutsche Bank, già da anni in condizioni pre fallimentari a causa della smisurata quantità di titoli tossici presenti nei suoi asset e degli scandali finanziari emersi in America, ha messo in atto un drastico piano di ristrutturazione che comporterà la soppressione di circa 18.000 posti di lavoro. Si è evidenziato negli ultimi mesi il ritardo dell’industria manifatturiera e dell’auto, in tema di investimenti nell’innovazione tecnologica.

E’ iniziata la crisi del sistema politico tedesco, con un declino accentuato dei partiti tradizionali che ha coinvolto anche della Grosse Koalition che ha governato la Germania da 12 anni a questa parte. Tale crisi politica potrebbe protrarsi nel tempo e inficiare il mito della conclamata stabilità tedesca. Potrebbe essere iniziata una fase politica caratterizzata da incertezza e da difficoltà di governabilità del paese. La crisi politica tedesca rappresenta il tramonto di un modello di governo che la Germania ha voluto esportare e/o imporre a tutta l’Europa. Nella stessa Francia la presidenza Macron deve fronteggiare un dissenso sociale di vaste dimensioni e destinato a diffondersi.

La politica protezionista americana messa in atto dalla presidenza Trump, mediante l’imposizione dei dazi sulle importazioni, potrebbe generare una profonda crisi nei settori dell’economia europea legati all’export, quali quello manifatturiero e quello dell’auto. Le possibilità di contromisure europee da opporre ai dazi americani si rivelano assai improbabili. Occorrerebbe infatti imporre dazi sulla tecnologia di importazione americana. Ma l’economia europea evidenzia una rilevante dipendenza dalla tecnologia dei giganti americani del web e pertanto, eventuali misure di ritorsione nel settore tecnologico contro gli USA, si rivelano difficilmente praticabili. L’Europa potrebbe diversificare le proprie esportazioni verso altre aree geografiche onde compensare il decremento dell’export verso gli USA. Ma i volumi dell’interscambio con gli USA sono tali da non poter essere compensati da eventuali ampliamenti dell’export verso altri continenti.

L’avvento dell’Europa della stagnazione

In realtà si sta manifestando la fine di un ciclo economico basato sulla crescita alimentata dalla espansione dell’export. Il modello di sviluppo tedesco imposto all’Europa riassunto nello slogan “risparmia – fabbrica – esporta”, rivela già tutti i suoi limiti e tutte le sue contraddizioni. La crescita, basandosi unicamente sull’export, ha depresso i consumi interni e gli investimenti nelle infrastrutture.

Mentre gli USA e la Cina hanno perseguito da almeno un decennio politiche economiche espansive della domanda interna e di incentivo agli investimenti, l’Europa ha invece messo in atto politiche di rigidità finanziaria che hanno paralizzato la crescita e gli investimenti. Oggi infatti l’Europa registra preoccupanti ritardi nella innovazione tecnologica.

Tuttavia sarà proprio il rinnovato e rafforzato dominio dell’asse franco – tedesco a voler perseverare nella politica di austerity e di rigidità finanziaria con conseguente ulteriore impoverimento dei paesi periferici. Infatti l’elite franco – tedesca è ben consapevole del declino europeo e dell’impotenza a contrastare sul piano geopolitico gli USA e la Cina. Quindi la politica europea della Germania e della Francia sarà improntata alla blindatura dell’Europa entro i parametri finanziari europei. Per preservare il dominio interno dell’asse franco – tedesco, la politica economica di bilancio europea condurrà ad una condizione di stagnazione politica ed economica dell’Europa stessa. Del resto, la politica conservatrice tedesca è perfettamente coerente con il passato: la Germania ha opposto sempre vigorosi “nein” a qualunque proposta di riforma della UE. Una politica votata all’immobilismo, in un mondo la cui geopolitica è in continua evoluzione, potrà solo accrescere gli squilibri e le conflittualità europee, oltre a determinare l’emarginazione progressiva dell’Europa dal contesto mondiale.

La stagnazione è una strategia di conservazione e congelamento della situazione esistente, ma alla lunga potrebbe condurre a crisi sistemiche di ampia portata e provocare l’implosione della UE.

L’Europa: il fantasma geopolitico dell’Occidente

Tuttavia, data la progressiva emarginazione geopolitica dell’Europa, l’assenza di una sua politica estera unitaria, la sempre più aspra conflittualità interna, ci si chiede se si possa ancora definire l’Europa un soggetto geopolitico autonomo nel contesto mondiale. Gli stati europei sono paesi a sovranità limitata e sradicati ormai dalle loro culture identitarie, l’avvento di un americanismo pervasivo e materialista ha destrutturato i valori dell’intera società europea. Anzi, paradossalmente, l’unico fattore unificante dell’Europa è rappresentato dall’Occidente, cioè dal dominio politico – militare americano costituito dall’alleanza atlantica. Potremmo definire l’Europa attuale il fantasma geopolitico dell’Occidente.

Un sistema artificialmente tenuto in vita

Dopo dieci anni di ininterrotta crescita americana, la più lunga della storia degli USA e con una Europa che non ha mai definitivamente superato la crisi del 2008, l’economia mondiale rallenta e si profila per il futuro una nuova fase di recessione. I mercati finanziari negli ultimi mesi hanno vissuto una fase di euforia. Ma gli equilibri instabili permangono, le incertezze e le carenze politiche ed economiche dell’Europa rimangono immutate. La staticità e l’immobilismo della UE non potranno che accentuare la crisi di un modello europeo già rivelatosi fallimentare.

Non sono mai state rimosse le cause che hanno generato la crisi del 2008. La crescita europea, già debole,  subisce ulteriori rallentamenti. L’inflazione europea non ha mai raggiunto il parametro prefissato del 2% nonostante il QE di Draghi. Nuove misure di finanza straordinaria dovranno essere messe in atto dalla UE a sostegno dell’economia, con relativo contenimento dei tassi di interesse quasi a zero. Il sistema bancario necessita periodicamente di nuovi salvataggi statali e ricorrenti ricapitalizzazioni. Il neoliberismo è attualmente un sistema economico drogato. La domanda e i consumi vengono alimentati mediante l’espansione del debito privato. I tassi di crescita del trentennio 1945-1975 sono impensabili, la piena occupazione è una utopia irrealizzabile. Il neoliberismo rappresenta dunque una fase di decadenza terminale del capitalismo stesso, quale sistema artificialmente tenuto in vita, ma che di per sé stesso è ormai incapace di generare crescita e sviluppo.

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