Michels non ebbe remore a ipotizzare un futuro rinsanguamento della nobiltà nazionale, tanto era incisa in lui la convinzione che la società umana è costruita sulle élites e sulla loro regolare successione, ondate sempre nuove di uomini nuovi, portatori di idee nuove, o presunte tali, che saldano gli interessi attorno ad un progetto.
L’evento degli ultimi due secoli è il liberalismo: la sua nascita, il suo trionfo e la sua interminabile crisi comatosa. Si può dire che dalla salita al trono del re borghese Luigi Filippo,“re dei francesi”, nel 1830, la china sia stata una sola: diritti individuali, cosmopolitismo, massonismo, liberismo, parlamentarismo, con tutto quello che ne seguì. Questo ordine non venne mai neppure scalfito dalle “sinistre” marxiste europee, massimaliste, sindacaliste o riformiste che fossero. Il liberalismo, una volta sbarazzatosi dell’unico vero ostacolo postosi di traverso lungo la sua strada – il fascismo – poté vivere stagioni trionfali e tranquillissime, affiancato sovente dal comunismo internazionale, che gli fu grande alleato, in ogni caso leale competitore politico e strategico, raramente ostile, mai nemico, fino a sciogliersi come neve al sole al semplice contatto con i dollari americani. La crisi vera del liberalismo si è verificata solo dopo, non appena raggiunto il dominio mondiale privo di antagonisti: la sola superpotenza sopravvissuta, gli USA, fu colta da vertigine e sprofondò senza più remissione nel globalismo finanziario, in cui del vecchio nazional-liberalismo storico si finì col non trovare più alcuna traccia.
La finanza non è liberale, e non è neppure democratica. Dopo crollata la fragile impalcatura del comunismo sovietico, si presentò il fatto nuovo del trionfo della non-politica e del mercantilismo dirigista, in base ai quali esiste un unico obiettivo raggiungibile per tappe: la dissoluzione degli ordinamenti politici nazionali, lo sradicamento dei popoli dai loro ancoraggi storici, l’imposizione della mentalità globalista, la sostituzione del potere degli Stati nazionali con quello dei consigli d’amministrazione delle società anonime.
Il predominio della finanza, non solo sulla politica, ma anche sull’economia; la mercantilizzazione universale; l’imposizione del “pensiero unico”; l’annientamento delle culture attraverso la rivoluzione digitale e i suoi modelli unici: tutto questo ha liquidato il liberalismo come pensiero politico, ultimo rimasto sul “mercato delle idee” dopo che sono stati distrutti i fascismi e dopo che son crollati i comunismi, e ha aperto la strada alla mondializzazione, che non veicola idee, ma fatti e comportamenti.
In questo modo, non solo la modernità, ma proprio la post-modernità del nuovo millennio, si presenta come una crisi politica strutturale, di lungo periodo. Gli storici conoscevano già la “crisi del liberalismo”, l’attribuivano all’avvento delle masse, giudicavano che lo stesso imperialismo europeo, e il nazionalismo che lo motivava ideologicamente, fossero in fondo dipesi da un deficit di liberalismo, da un difetto, rimosso il quale si sarebbe realizzato il paradiso in terra degli economisti della vecchia scuola. La storia del Novecento ci ha invece dimostrato che l’imperialismo è per l’appunto l’espressione tipica del liberalismo liberista, che ha nel concetto di espansione il suo fulcro pratico, oltre che psico-patologico.
La legge stessa del mercato – come accade per le malattie mortali – è espansiva per definizione. L’idea della conquista – fosse anche solo dei mercati – le appartiene strettamente. E si sa bene in quali maniere i mercati si conquistano, e in quale misura lo spezzone incendiario calato dall’alto sia sovente uno dei più praticati strumenti pubblicitari per innalzare in modo conveniente la curva del fatturato.
E dire che, sin dall’inizio, il liberalismo era stato riconosciuto nelle sue valenze più intime per quello che era, sostanzialmente un gioco di società fra clubs privati.
L’equivoco politico sotteso all’idea di democrazia, con cui il liberalismo finì, a torto, con l’identificarsi, venne smascherato per tempo dai primi sociologi, quella pattuglia di élitaristi che fornirono non poche armi ideologiche al fascismo, e che si presentano, ai nostri occhi, come i migliori e più precoci analisti del fallimento storico del liberalismo e del suo omologo socialista. Robert Michels, per dire, che da buon tedesco italianizzato era iscritto a entrambi i partiti socialisti delle due nazioni, poté godere di un punto d’osservazione privilegiato. Ed ebbe la possibilità di studiare da vicino i nuovissimi partiti di massa del suo tempo, cogliendone in controluce tutte le contraddizioni. Questo comportò, innanzi tutto, che parlare di democrazia non significava affatto essere democratici.
Michels, come del resto anche Gaetano Mosca, si può dire che fece la scoperta dell’acqua calda, allorquando si disse certo che le strutture e gli eventi politici sono dominati dalle minoranze: ma fu una scoperta copernicana. Il solo dirlo, in epoca già infettata dai dogmi marxisti e dalle retoriche operaiste, era atto politicamente importante, quasi rivoluzionario, ed è stato momento sociologico fondativo. Qualcuno bisognava che tirasse giù la maschera all’egualitarismo e chiamasse le cose col loro nome.
Poi Michels non si accontentò di svelare il procedimento storico come fatto interno alle oligarchie, ma ne divenne un teorico. Allora, si poté vedere un socialismo non-marxista, vicino al sindacalismo rivoluzionario, che, riconoscendo la funzione dirigente delle minoranze, dette argomenti a quanti la rivoluzione la concepivano non come rovesciamento distruttivo, ma come raddrizzamento in grado di salvare alcuni muri maestri: la nazione, prima di tutto.
Per Michels il socialismo “etico” scaturito dalle spoglie liberali era mera finzione ammantata da narrazioni, come accade in tutte le democrazie, il cui linguaggio «è paragonabile ad un tessuto di metafore», come scrisse nella Sociologia del partito politico del 1912. Lo stesso “socialismo reale” (termine poi guastato dal sovietismo), con cui Michels intendeva la democrazia “realizzata”, ricorreva a paludamenti e mitologie, cercando di occultare il dato fondamentale, che invece bisognava portare alla luce senza tanti imbarazzi:
La sovranità popolare, fuori del mito, dovrà comunque trovare la sua personificazione materiale nell’azione di un capo (bonapartismo). Si giunge così al principio che sempre “l’esecuzione esige l’autorità” e che l’esecuzione stessa sarà tanto più rapida e ferma quanto più ristretta e dittatoriale è l’autorità costituita, che è la conclusione cara a tutta la speculazione di Michels e da lui fatta rientrare per via negativa nella democrazia stessa: sebbene per la teoria democratica ciò sia sicuramente un male, è però un male politicamente necessario e quindi inevitabile nella democrazia realizzata ovvero nel “socialismo reale”.[1]
Michels il socialismo della sua epoca lo conosceva bene. E molto bene conosceva in particolare la socialdemocrazia tedesca, nata come potente strumento semi-militarizzato nelle mani autocratiche di August Bebel, in cui si veicolò una forma di operaismo fortemente identitaria e corporativa. Ciò che permise, senza tanti scossoni, che nel 1914 fossero votati i crediti di guerra, in omaggio all’ideologia della Burgfrieden, la tregua, la pacificazione politica nel nome della comune difesa. Fu una delle riprove più pesanti ed epocali della fragilità degli ideali universalistici, e della tenuta, anche popolare, anche operaia, dell’idea di nazione.
Il socialismo internazionale aveva come dogma assoluto la previsione/speranza che il liberalismo borghese fosse ormai al capolinea e che sarebbe ben presto caduto da solo, dando spazio alla società socialista, senza neppure ricorrere alla rivoluzione, come pensavano anche alcuni ottimisti marxisti di gran nome, come ad esempio Karl Kautsky. Michels e i teorici delle aristocrazie minoritarie capirono in tempo che questo millenarismo apparteneva alle illusioni mistiche e non alla natura politica dei fatti, e ne trassero le conclusioni.
Il socialismo pensato da Michels, in questo senso, era una diretta osservazione della realtà sociale storica. Gli eventi, a cominciare dal nostro Risorgimento e dalla guerra di liberazione tedesca del 1813, dimostravano che sono le minoranze ad agire, ad avere consapevolezza, preparazione e iniziativa. E, addirittura, con un accento francamente un po’ reazionario, il sociologo di doppia cittadinanza italo-tedesca non ebbe remore a ipotizzare un futuro rinsanguamento della nobiltà nazionale, tanto era incisa in lui la convinzione che la società umana, al di là delle strutture sociali e delle burocrazie, è costruita sulle élites e sulla loro regolare successione, ondate sempre nuove di uomini nuovi, portatori di idee nuove, o presunte tali, che saldano gli interessi attorno ad un progetto. Tuttavia, le élites mutano, ma non muta la struttura oligarchica al cui comando si alternano, e i popoli, che costituiscono il basamento inerte, ricevono, anziché elaborarlo, il sentimento comunitario, lo ricevono dall’alto; ma, quando va bene, lo fanno proprio in modo duraturo: «Questo è un fatto: la coscienza nazionale penetra nella cultura dall’alto in basso, essa parte da ciò che vi è di più raffinato per colpire ciò che è meno coltivato. I meno colti sono gli ultimi a comprendere, anche se sono, talvolta, i più tenaci nel preservare le aspirazioni nazionali»[2].
Queste convinzioni avevano un che di profondamente machiavelliano, nel postulare la necessità di aristocrazie di comando eternamente rinnovantisi. Ma secondo Michels una connotazione nuova avrebbe dovuto affermarsi, così che nel parlare di oligarchia non ci si riferisse a caste chiuse e immobili, ma a gruppi organizzati di potere che fossero aperti, a rotazione, fra di loro complementari:
Una circolazione relativamente libera delle élites sia verso la parte alta che verso la parte bassa della scala sociale è necessaria all’igiene di una società. Viceversa, quando la élite si chiude o quasi, la società è minacciata dalla rivoluzione all’interno o dalla distruzione dall’esterno.[3]
Il teorico delle tendenze oligarchiche nelle moderne democrazie, oggi, avrebbe di che studiare e di che scrivere. Nell’epoca delle lobbies paramassoniche uscite dall’ombra e ormai apertamente padrone della decisione politica, la sua teoria delle élites dirigenti appare una narrazione superata dagli eventi, tanto chiara è l’evidenza che tratteggiano.
Eppure, proprio dalla consapevolezza di questa evidenza possono partire sentimenti e sensazioni, dato che non è da aspettarsi più nulla sul versante della capacità politica. Una volta, Michels parlò dell’«intervento delle passioni» e della presenza di «fenomeni psicologici basici che agiscono, in economia, quali fenomeni perturbatori»[4]. I manipolatori dei tassi, nelle loro alterazioni borsistiche, conoscono il valore pratico degli stati emotivi, utilizzati al fine di creare effetti artificiali, ed essi infatti li controllano, li provocano, ma anche li temono, come la peggiore minaccia che penda sulla loro testa: il pànico, la folla fuori controllo, che decide per conto suo. Proprio questo accento sull’irrazionalità dei comportamenti umani potrebbe nascondere dei bacini di contrapposizione nei confronti dell’economicismo universale odierno, dal cui strapotere ciò che restava del liberalismo di una volta è stato strangolato davanti ai popoli, senza che si avesse un minimo cenno di reazione. La sfera emotiva e il potere delle immagini, su cui si fonda per intero la potenza usuraria, potrebbero nascondere una trappola anti-sistema. E l’uomo economico – questa «finzione liberaloide», lo definì Michels – potrebbe concludere i suoi giorni partorendo con molto dolore un nuovo tipo umano.
[1] Enrico De Mas, presentazione a Robert Michels, Socialismo e fascismo (1925-1934), in appendice: lettere di G. Sorela R. Michels e un inedito di G. Mosca, a cura di Giuseppe Panella, Giuffré Editore, Milano 1991, pp. 5-6.
[2] Michels, Le basi storiche della politica italiana [1934], ibid., p. 123.
[3] Marcel Prélot, Storia del pensiero politico [1970], Mondadori, Milano 1975, vol. II, p. 615.
[4] Michels, Homo oeconomicus [1928], con introduzione di Giano Accame, Settimo Sigillo, Roma 2001, p. 36.