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L’illusionismo fiscale draghiano

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Pretendere politiche attive del lavoro e di redistribuzione del reddito dal governo Draghi sarebbe come invocare la laicità delle istituzioni della Città del Vaticano. Per una riforma fiscale strutturale occorrerebbe infatti intraprendere politiche economiche di stampo keynesiano finalizzate alla piena occupazione e alla redistribuzione del reddito, con l’ampliamento della base imponibile. 

La profezia di Draghi circa una riforma fiscale di carattere strutturale si è dimostrata fallace. Affermò infatti Draghi nel marzo 2021: “Negli anni recenti i nostri tentativi di riformare il paese non sono stati del tutto assenti, ma i loro effetti concreti sono stati limitati. Il problema sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza.” La riforma fiscale annunciata, che è annoverata tra le riforme previste dal Pnrr, non è però venuta alla luce. Con gli 8 miliardi disponibili per ridurre la pressione fiscale, sono state ridotte da 5 a 4 le aliquote IRPEF ed è stata abolita l’IRAP per le imprese individuali e le start up. Verranno inoltre rimodulate le detrazioni con l’assorbimento del bonus Renzi.

L’aliquota del 23% (redditi fino a 15.000 euro), rimane invariata, mentre il secondo scaglione (15.000 – 28.000 euro), viene ridotto dal 27% al 25%, il terzo (28.000 – 50.000) viene diminuito dal 38% al 35% e viene eliminata l’aliquota del 41%, in quanto sui redditi di oltre 50.000 euro viene applicato il 43% ( che oggi grava sui redditi di oltre 75.000 euro). E’ previsto inoltre per i soli redditi di lavoro autonomo l’innalzamento della no – tax area da 4.800 a 5.500 euro.

Appare evidente che per i redditi più bassi il beneficio sarà minimo o nullo: si stima che per i redditi di 20.000 euro il risparmio sarà di 100 euro, mentre per quelli fino a 30.000 euro sarà al massimo di 300 euro. Ad essere particolarmente favorita sarà la classe medio – alta, identificabile con quella fascia di redditi tra i 40.000 e i 50.000 euro, il cui risparmio d’imposta potrà arrivare fino a circa 700 euro. Per i redditi più elevati i benefici saranno decrescenti rispetto all’ammontare dei redditi, ma comunque, un reddito di 90.000 euro godrebbe sempre di una riduzione di 270 euro.

La riforma ha subito aspre critiche sia da parte di Confindustria che da parte dei sindacati. Confindustria obietta che la rimodulazione delle aliquote IRPEF avrebbe effetti minimi e si tramuterebbe quindi in una inutile dispersione di denaro pubblico, mentre per le imprese è stato fatto poco o nulla. I sindacati contestano al governo, oltre al fatto di non essere stati convocati, l’assenza di benefici per le classi più disagiate e che la intera riduzione della riduzione di 8 miliardi doveva essere concentrata unicamente sull’IRPEF. Critiche legittime che testimoniano l’assenza di confronto tra governo e parti sociali già più volte riscontrata.

La platea dei maggiori beneficiari, identificabile nei redditi medio – alti (50.000 euro), è assai ridotta. E’ pari a 2,3 milioni di contribuenti, il 5,6% del totale. La massa dei contribuenti, pari a 23,3 milioni (oltre il 50%), dichiara meno di 20.000 euro. Su tali dati grava senza dubbio l’incidenza della evasione fiscale, stimata in 38 miliardi annui. La carenza degli strumenti di controllo in Italia è atavica. Sarebbe comunque errato considerare medio – alta la fascia di reddito che si attesta sopra i 50.000 euro, data la continua erosione del potere d’acquisto di salari e stipendi largamente inferiori alla media europea e per giunta decrementati dal 1990 al 2020 del 2,9%. Ma soprattutto il dato preoccupante è costituito dalla esiguità percentuale (5,6%), dei redditi medi sulla totalità dei contribuenti. In assenza di crescita (il Pil italiano in 10 anni è cresciuto meno del 9%), in Italia, data la compressione dei salari e l’estendersi a macchia d’olio del lavoro precario, della sottoccupazione e della disoccupazione, si è assistito al fenomeno della redistribuzione dei redditi dal basso verso l’alto, con conseguente progressiva scomparsa di un ceto medio, ormai in via di proletarizzazione. Occorre inoltre considerare, nell’analisi del fenomeno della evasione fiscale, la enorme diffusione del lavoro sommerso o irregolare che affligge i giovani e le classi più disagiate.

La riforma di Draghi è una misura che si prefigge di incrementare la domanda e di sostenere la ripresa post – pandemica. Ma, dato il rincaro delle tariffe energetiche e l’incremento dell’inflazione, gli effetti di tali riduzioni fiscali, peraltro assai limitate, saranno irrilevanti. In realtà la problematica fiscale deve essere inserita nel contesto di una politica economica generale. E l’Italia ha scontato per decenni le conseguenze negative dell’impostazione finanziaria – rigorista dettata dalla UE. La mancata crescita è da attribuirsi alla carenza di consumi ed investimenti verificatasi per le scelte economiche sciagurate imposte dalla austerity. Lo stesso deficit di domanda e quindi di consumi interni, è dovuto ad una impostazione strutturale dello sviluppo economico basata sull’export. Pertanto, la domanda interna è stata sacrificata alle esigenze dettate dalla competitività delle imprese nell’export. Tale politica economica ha comportato dunque compressione salariale, flessibilità accentuata della manodopera, tagli drastici dei consumi e del welfare. Una dinamica salariale agganciata alla competitività dell’export  produce inoltre stagnazione della domanda interna e, alla lunga, recessione. Mario Monti infatti dichiarò apertamente, che il governo tecnico aumentò la pressione fiscale allo scopo di comprimere la domanda interna e quindi far diminuire le importazioni e i consumi per risanare il deficit della bilancia commerciale. In questi anni, ci si è mai posto il problema di quanto aumenti in termini reali (pur mantenendo le aliquote invariate), la pressione fiscale nelle fasi deflattive? E che tali politiche pro cicliche conducono inevitabilmente alla recessione?

Una riforma fiscale di carattere strutturale è possibile quindi solo nel quadro di radicali mutamenti delle scelte di politica economica. Occorrerebbe allora intraprendere politiche economiche di stampo keynesiano finalizzate alla piena occupazione e alla redistribuzione del reddito, con dinamiche salariali orientate all’incremento dei consumi e degli investimenti. In tal modo si verificherebbe un consistente ampliamento della base imponibile fiscale e contributiva (rendendo peraltro sostenibile la spesa previdenziale). Solo in tale contesto si potrebbero attivare politiche di graduale riduzione della pressione fiscale.

Ma pretendere politiche attive del lavoro e di redistribuzione del reddito dal governo Draghi sarebbe come invocare la laicità delle istituzioni della Città del Vaticano. Questa riduzione delle imposte è stata esaltata dal mainstream come una rivoluzione fiscale. Senz’altro produrrà un effimero consenso per il governo. Con le 80 euro, Renzi non si comprò forse il consenso della plebe, ottenendo addirittura il 40% dei voti alle europee del 2014? Questa riforma è solo frutto di una politica di illusionismo fiscale draghiano, i cui effetti si riveleranno presto evanescenti.

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