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Morfologia del dominio e sua metanoia

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Introduzione al libro di Alain de Benoist “Critica del Liberalismo”, Arianna Editrice, 2019 

Le ragioni impellenti di quest’ultima opera di Alain de Benoist, por­tano avanti la disanima tanto puntuale quanto sistematica sulle condizioni del nostro tempo sviluppate nel precedente Populismo. La fine della destra e della sinistra. Qui si descrive con capacità esaustive il liberalismo come ideologia dominante nell’estremo Occidente, uni­tamente all’inverarsi oligarchico del potere contro la sovranità e la partecipazione popolare, dove la democrazia è concettualmente inte­sa come la forma di governo corrispondente al principio dell’identità di vedute fra governanti e governati, istanza primaria di un popolo in quanto unità politica.

Le ideologie sono state le protagoniste della politica moderna, e hanno caratterizzato il conflitto nella società di massa contempora­nea. Tra le molte sorte, e poi tramontate, ad avere mobilitato le gene­razioni sono state quelle espresse dal liberalismo (sinistra e destra), dal comunismo (compresi socialismo, marxismo e socialdemocrazia) e dal fascismo (insieme al nazionalsocialismo e alle declinazioni va­rie della “terza via”). Il liberalismo è quindi la prima teoria politica. Nata già nel XVIII secolo, essa si è dimostrata la più aderente al de­terminismo della modernità persistendo e prevalendo su tutti i suoi avversari, e sedendosi su un trono grande quanto il mondo. Non ha più una dimensione politica e rappresenta non più una libera scelta, ma l’unico campo in cui si può giocare la partita dell’umanità: l’utili­tarismo economicista.

Con la vittoria del liberalismo, l’individuo è diventato il soggetto di riferimento per tutta l’umanità, emancipato da ogni appartenenza comunitaria e identità collettiva, catalizzato dall’ideologia dei diritti umani e dall’onnipervasiva catechesi del “politicamente corretto”. Il liberalismo è cioè riuscito nell’intento di sostituire il “politico” con l’autoregolazione giuridico-amministrativa del presente e con il moralismo, tanto da essere ormai – paradossalmente – più che una idea politica, una sussunzione totalitaria della realtà. Permeandosi nel profondo del tessuto sociale e dei comportamenti indotti, il libe­ralismo è oggi l’ordine “naturale” delle cose, la dittatura dei nostri tempi.

La politica diviene biopolitica – delle “particelle elementari”, direbbe Michel Houellebecq – mezzo con cui il sistema regola la vita biologica e fisica – attraverso dei nuovi istituti giuridici, il condizio­namento tecnologico, la medicalizzazione di ogni atto e momento dell’esistenza, il controllo della stessa riproduzione, la polverizza­zione della famiglia – e dove lo scambio, la produzione, il consumo, la rapida sostituzione del “materiale umano” (eugenetica, eutanasia, immigrazione di massa) disegnano un vitreo e distopico palcoscenico post-umano. Un vero e proprio mutamento antropologico, prodotto dalla civilizzazione e dal dominio onnipervasivo del materialismo pratico e del riduzionismo tecno-scientifico. L’individuo mutante post-umano che si prefigura in questo presente distopico non sareb­be possibile, all’oggi, senza la premessa filosofica liberale per cui il soggetto ha il diritto di perseguire la propria massima felicità senza limiti e pregiudizio per gli altri, la natura e l’Essere. L’antropologia individualistica e utilitaristica è insofferente alla natura e il senso co­mune della realtà, infervorato da una tensione titanica all’illimitato, nega la forma e la sacralità del vivente, generando sistemi economici, politici e giuridici destinati a una catastrofe ecologica e a contrad­dizioni sociali irrisolvibili, nell’irresponsabile presunzione che basti affidarsi alla tecnica per risolvere i problemi che la tecnica stessa crea.

Sotto l’effetto della religione dei diritti dell’uomo, si è definita una concezione strumentale della democrazia, intesa non più come popolo al governo di un bene condiviso grazie alle libertà pubbliche. La declinazione oligarchica della democrazia è diventata cul­to individualistico dell’universalismo, disprezzo dell’appartenenza collettiva e quindi della sovranità popolare. Essendo questi valori globalitari, nessun Popolo può sentirsi legittimo, giacché solo l’u­manità lo è. Questi valori, dunque, sono stati posti al di sopra della sovranità dei cittadini istituzionalizzando la degenerazione oclocra­tica della democrazia.

Dal 1989, il liberalismo è quindi storicamente l’ideologia onnipervasiva occidentale e della struttura finanche fisiologica del potere, un insieme di valori, un modo di governare e un’antropologia cultura­le. Questa egemonia si è contorta su se stessa con la crisi economica sorta nel 2008 per la bolla speculativa e con l’emersione populista dell’ultimo decennio. L’autoreferenzialità ideologica del potere libe­rale si dimostra nel non avere colto la gravità del divario tra rappre­sentanza parlamentare, partecipazione e governo, sostenendo anzi un ulteriore appoggio alle istituzioni non elettive – e alle tecnocrazie che le amministrano – come banche, agenzie finanziarie, corti giudi­ziarie, e organi come l’ONU, il FMI, la BM, l’OCSE, l’Unione Europea e la NATO.

Il liberalismo, che nella sua ideazione politica poneva la tutela isti­tuzionale delle minoranze rispetto alle maggioranze, si sottrae ora all’istanza partecipativa popolare, dato che si identifica con minoran­ze non elette – banchieri, finanzieri, imprenditori, scienziati, esperti, opinionisti – che si ritengono titolate a decidere per le maggioranze o esplicitamente contro di esse. La legittimità si riduce quindi alla legali­tà. Questa concezione positivistica-legalistica della legittimità invita a rispettare le istituzioni per se stesse, come se costituissero un fine in sé, senza che la volontà popolare possa modificarle e controllarne il fun­zionamento. Privatizzando l’economia e deregolamentando il sistema finanziario, d’altronde, si impone un meccanismo autoreferenziale di prestazione tecnica e realizzazione del profitto, che si sottrae alla giu­stizia sociale e al consenso popolare. Il mercato autoregolato pretende di imporsi indipendentemente dal contesto sociale e dalla sovranità politica, riducendo la volontà generale a un’opinione pubblica da per­suadere, ma in realtà da manipolare.

Dalla pretesa illuministica di go­vernare indipendentemente dai sentimenti del popolo alla volontà di affermarsi contro il medesimo. L’ideale della governance, il modo cioè di rendere “non democratica la società democratica” è oramai nei fat­ti: senza sopprimere l’apparenza procedurale, si pratica un sistema di governo indifferente al popolo – o, se è il caso, contro di esso – in nome di una etero-direzione transnazionale economico-finanziaria.

Non è certo un caso che questa eterogenesi democratica dei fini liberali si sposi con l’occidentalizzazione del mondo, con l’espansio­ne anche cruenta della liberal-democrazia che caratterizza lo scena­rio internazionale. L’esportazione della “democrazia” e dei “diritti dell’uomo” (ai tempi del primo colonialismo, si diceva della “civiliz­zazione” e del “progresso”) strumentalizza l’universale in funzione di meri interessi politici ed economici parziali ed egemonici. L’uni­versalismo dell’oggi è in realtà il nazionalismo della potenza mon­diale dominante. Imporre la democrazia a un popolo, non può che portarlo a considerare la “democrazia” come una forma di aggressio­ne. Il dominio liberale ha divaricato esponenzialmente le disugua­glianze, le democrazie si sono adattate a oligarchie tecnocratiche e le relazioni internazionali si sono piegate all’unilateralismo e all’asim­metria dei rapporti di forza.

L’utilitarismo e l’individualismo, alla base fondativa del libera­lismo, sono fisiologicamente avversi alla responsabilità sociale, ai legami comunitari e al bene comune. Il liberalismo subordina la so­cietà alla realizzazione edonistica dell’individuo, che fa degenerare la libertà in liceità, un “dispotismo dolce” – per dirla con Alexis de Tocqueville – che si installa al di sopra della folla solitaria di uomi­ni simili plagiati nell’ortodossia del “medesimo”, mentre lo scopo è il bene comune della democrazia classica, in cui la persona svolge il proprio fine (telos), la vita buona che si riconosce nella comunità di cui è parte. Nello Stato democratico è il popolo a essere sovrano. Altra cosa avviene nel regime liberale, in cui sovrano diventa il nu­mero a profitto. La modernità pone il limite della libertà soggettiva dove comincia quella dell’altro, mentre l’appartenenza comunitaria ti pone in obbligo verso gli altri, ragione per cui la libertà è intesa come responsabilità che si fa disinteressato dovere civico. Il libera­lismo, per vizi privati e pubbliche virtù, promuove la realizzazione della ricchezza individuale come emancipazione del singolo da ogni misura e norma etica, mentre la democrazia degli antichi mira a evi­tare che il Re diventi un tiranno, che il singolo diventi un despota in sé e per gli altri, considerandoli uno strumento per il suo utile e de­gradando la potenza su di sé alla “volontà di potenza” su una realtà reificata e quindi annichilita.

La forza del dettato dei nostri tempi si iscrive nell’apparente iner­zia e irreversibilità dell’esistente, ma l’idea di un sistema capitalistico capace di rigenerarsi all’infinito cova la possibile inversione di ten­denza, perché implica un meccanismo di accumulazione materiale e di espansione nello spazio che deve necessariamente urtare contro un limite, fosse anche planetario.

Avere di più non significa vivere bene. In presenza del declino della vita associata e della giustizia so­ciale, dovuto alla sussunzione nella forma capitale di ogni intendi­mento e azione individuale e collettiva, è legittimo immaginare – in controtendenza – una democrazia olistica, in cui il criterio dell’agire politico sia rappresentato non dall’espansione dei diritti individuali, ma dalla promozione e dalla difesa della comunità di appartenenza? Sì, è legittimo immaginarla, anzi dobbiamo, se conserviamo ancora un intendimento della dignità umana non degradato a mere pulsioni mercificate. La democrazia partecipativa non ha soltanto una portata politica, ne ha anche una sociale; favorendo i rapporti di reciprocità, permettendo la ricreazione di un legame sociale, essa può aiutare a ricostruire delle solidarietà organiche oggi debilitate e a ricreare un tessuto relazionale disgregato dallo sviluppo dell’individualismo e dalla corsa nel vuoto della concorrenza e dell’interesse.

È quindi indispensabile individuare delle procedure qualitative e non meramente quantitative di consenso, riattivare la partecipazione comunitaria e valorizzare il vissuto, il locale e il territoriale nella sostenibilità e nella resilienza, nel respiro di un grande spazio continentale autosufficiente e internazionalmente multilaterale. A tale fine, gli strumenti concreti sono la sussidiarietà e la priorità della partecipazione sovrana rispetto alla delega e alla rappresentanza, per cui il merito e la capacità coincidano con lo spirito di servizio. Appar­tenenza, socializzazione, reciprocità e partecipazione sono i caratteri di fondo della “democrazia organica”, per dirla con Alain de Benoist.

Per partecipare, è indispensabile riconoscersi nel contesto in cui l’interazione avviene; di conseguenza, risulta essenziale ricostruire la comunità, nella quale il bene comune non è subalterno a quello individuale e anzi l’individuo assume coscienza di sé proprio per­ché appartiene a un’identità culturale collettiva.

In una società in cui l’idea di Patria sia volontaristica, disinteressata e inclusiva, la soli­darietà non decade in un astratto umanitarismo moralistico apolide, ma si esprime in un “comune sentire” e si incarna politicamente nella giustizia sociale e nell’autodeterminazione dei Popoli.

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