La storia del molto liberale Pareto è innanzi tutto quella di uno scienziato sociale che, a furia di studiare la democrazia, divenne francamente anti-democratico. Nella sua analisi della rotazione delle élites lungo tutta la storia, e nella sua rappresentazione ciclica dei fenomeni sociali, Pareto vedeva agire la legge eterna delle oligarchie. Pareto lesse l’intero passato dell’Occidente come la storia del potere plutocratico che magnetizza gli avversari, li vampirizza. La teoria della circolazione delle élites registra la suddivisione sociale in classe dominante e classe dominata e presuppone una distribuzione ineguale dei residui. Questi “residui” vengono a saldarsi tra loro variamente, creando le condizioni per il prodursi dell’oligarchia e/o della plutocrazia. Pareto affermò che il potere non è che una fredda macchina “effettuale”, sostanzialmente non ideologica, ubbidiente a logiche eterne.
Il “politeista intellettuale” Vilfredo Pareto non credeva ai paroloni assoluti e diffidava delle grandi enunciazioni dogmatiche. Credeva nelle diversificazioni e nel relativismo dei fatti e delle situazioni. Relativismo delle culture, delle nazioni, degli individui. Per questo, sfuggì per tempo alle seduzioni generalizzatrici del nascente socialismo, ed ebbe pure in gran sospetto il cristianesimo. Due fenomeni simmetrici della decadenza, che giudicava effetti spontanei del progressivo disintegrarsi della compattezza sociale. L’analista della condizione sociale, vero guru oltre il suo tempo della via, per così dire, “della mano sinistra”, ossia lo studio scientifico della realtà effettuale, non aveva in simpatia le formule universali astratte. Lavorava sul concreto.
Neppure la democrazia poté sottrarsi al suo occhio indagatore, che in quella formula politica e sociale – costituzionalmente demagogica – sin da subito rintracciò i caratteri dell’apparenza piuttosto che della sostanza, criticandone con severo giudizio i fenomeni involutivi, intrisi di degenerazione. Il socialismo demagogico, scaturito dall’appiattimento universalista operato dal marxismo, ugualmente all’altra demagogia, quella plutocratica, non erano in fondo, per Pareto, che fenomeni tipici della democrazia nel suo essere se stessa: struttura per sua natura in disfacimento perpetuo. All’indomani della Prima guerra mondiale, nel suo libro estremo, Trasformazioni della democrazia, risalente al 1921, poté scrivere: «La plutocrazia della Germania è vinta e disfatta da una forza forestiera, cioè dalla plutocrazia demagogica, che si estende ora alla Germania e che trionfa interamente nei paesi dell’Intesa». La plutocrazia demagogica era per l’appunto la democrazia parlamentare, l’ultima trovata della borghesia al tramonto. Tanto che Pareto si andava interrogando sulle possibilità future di questa sovranità plutocratico-demagogica: il suo potere mondiale, rappresentato allora dall’impero britannico, reggerà ancora a lungo? Sorgeranno, qua e là, nuove plutocrazie militari in contrapposizione? E il ventre russo-asiatico quale nuova combinazione di potere produrrà? Fosse vissuto un altro cinquantennio, Pareto avrebbe assistito al riprodursi costante di questa inesausta plutocrazia demagogica – che in sostanza è semplicemente la repubblica parlamentare liberal/liberista – in grado di espandersi tranquillamente in tutto il pianeta, inglobando dittature comuniste, potentati militari locali, teocrazie e assolutismi settari di tutte le colorazioni, dai fondamentalisti islamici agli anarco-liberisti del Sudamerica.
Dalle trasformazioni organiche della moderna democrazia, insomma, secondo Pareto non cessano di prodursi effetti negativi in alto come in basso. E proprio della moderna democrazia Pareto parlava, quella parlamentare del suo tempo, nella quale, meglio che altrove, vedeva muoversi le spinte perniciose delle consorterie di potere, le oligarchie fuori dal controllo politico, quelle che minano alla base la saldezza dello Stato.
La storia del molto liberale Pareto è innanzi tutto quella di uno scienziato sociale che, a furia di studiare la democrazia, divenne francamente anti-democratico. E oggi sarebbe senz’altro, in sovrappiù, un anti-liberale, nel senso del liberalismo come è venuto involvendosi nei decenni del turbocapitalismo di marca americana. E nel senso che il liberalismo nazionale del suo tempo, scuola di etica e strumento essenziale del funzionamento dello Stato, nel frattempo rovesciatosi nel totalitarismo economico, proprio nulla aveva a che vedere col liberalismo liberal dei nostri giorni. Quest’ultimo, vera macchina di produzione a getto continuo di oligarchie di potere e sottopotere, vive in contrapposizione al senso tradizionale dello Stato e agisce perennemente come anabolizzante per quella miriade di poteri centrifughi che sono la vera essenza della modernità sociale e politica: proprio oggi questo schema paretiano delle lotte oligarchiche contro il potere centrale lo vediamo in azione sfacciatamente, alla luce piena del sole, tanto poco ormai vale il prestigio del politico sull’economico, sul giudiziario, sul finanziario.
La miriade degli interessi liberati dal vaso di Pandora liberal ha da un pezzo spinto lo Stato occidentale contemporaneo nella condizione del parente povero messo all’angolo, silenziato dalla ridda degli interessi privati in competizione tra loro. A poco più di un secolo dalla morte di Pareto, i suoi timori si sono realizzati nella maniera più evidente. Le oligarchie, non più sapienti élites consce di un loro ruolo storico e politico, ma ormai unicamente mosse dalla febbre acquisitiva delle multinazionali anonime, spadroneggiano come mosche carnivore addosso al cadavere dello Stato-nazione.
La rivoluzione liberal, che ha soppresso senza tanti contrasti i vecchi contratti sociali e le vecchie costituzioni liberali (non diciamo poi degli ancora più vecchi giuramenti di stirpe o etnonazionalismi acclamatori d’antico conio premoderno), avrebbe il suo contraccettivo proprio in un sistema di pensiero legato allo Stato, secondo lo jus publicum europaeum di una volta, ciò che Pareto ai suoi tempi cercò di interpretare, con sguardo non romantico, ma scientifico, fino ai primi anni Venti del Novecento. Diciamo “avrebbe”, poiché non esiste da nessuna parte, a tutt’oggi, alcuna volontà politica manifesta che, partendo da motivazioni sociopolitiche di tipo paretiano, intenda a chiare lettere lanciare la riscossa dello Stato europeo e dei suoi assetti comunitari.
Nella sua analisi della rotazione delle élites lungo tutta la storia, e nella sua rappresentazione ciclica dei fenomeni sociali, Pareto vedeva agire la legge eterna delle oligarchie. Raramente giudicava, poiché il giudizio era sovente implicito. Il suo era, più spesso, un narrare spogliando la società fino allo scheletro. E mostrandone le implicazioni con cicli e modalità di adattamento, per cui il potere, magnete in grado di aggregare ogni sorta di antagonismo, viene ridotto a meccanismo di perpetuazione del metodo di governo, in grado di superare crisi epocali come fossero altrettante cure ricostituenti. Pensiamo agli Stati Uniti, al loro sistematico ricorso alla guerra come volano produttivo e sistema di rilancio industriale. Con questi sistemi, la democrazia in America – come già vide Tocqueville – non è che un governo plutocratico e imperialista maestro nella diffusione della demagogia a piene mani. Con questo trucchetto – a tutt’oggi pienamente funzionante presso le plebi mondializzate – gli eredi dei due brillanti latifondisti e proprietari di schiavi che furono i fondatori della repubblica stellata, intendiamo Jefferson e Washington, si sono fatti una solida posizione nel mondo, non c’è che dire.
In uno scritto sull’applicazione delle teorie sociologiche, apparso nell’anno 1900 sulla “Rivista italiana di Sociologia”, Pareto lesse l’intero passato dell’Occidente come la storia del potere plutocratico che magnetizza gli avversari, li vampirizza, per così dire, costringendoli per gradi a spogliarsi di se stessi e a diventare, alla fine, colonne volonterose del potere borghese capitalista e oligarchico, di cui erano nati nemici. In questo modo, dal tempo dei primi cristiani, che «si stancarono di aspettare come prossimo il regno di Cristo sulla terra» e si adoperarono per integrarsi nell’Impero, addirittura divenendone padroni trasferendosi in quella Roma onde Cristo è romano, fino ai moderni socialisti, che spesso passarono sopra ai loro dogmi internazionalisti facendosi paladini di imperatori e generali, ciò che si attua è la legge dell’oligarchia che seduce e fagocita gli antagonismi, perpetuando il potere sovrano delle élites eternamente dominatrici, sotto tutti i regimi e al di sopra di tutti gli idealismi. Questo, ad esempio – argomentava Pareto – portò Eduard Bernstein a correggere il socialismo in qualcosa di nazionale, oppure Friedrich Neumann a proclamare il primo nazional-socialismo della storia già nel 1896, e più tardi i partiti proletari europei, escluso l’italiano, a votare come niente fosse i crediti per la guerra imperialista del 1914. Il sarcasmo di Pareto racchiudeva in pochi esempi tutta un’ideologia, quella del relativismo che aveva sempre governato sino ad allora i comportamenti politici:
Dal giorno in cui Gesù predicava amore e pace nella Galilea a quello in cui prelati guerrieri sovrapponevano la corazza alla stola ed uccidevano in nome del divino maestro, scorsero parecchi secoli, ma dal giorno in cui il tedesco Marx annunziava ai proletari la buona novella a quello in cui alcuni socialisti tedeschi al motto: proletari unitevi, sostituiscono quello: proletari uccidetevi, scorsero solo pochi anni.
Allora, di questi esempi, al giorno d’oggi, ne abbiamo avuti di clamorosi, a cominciare dalla sinistra italiana, balzata, all’indomani della caduta del muro di Berlino, dal ruolo demagogico di partito dei lavoratori a quello brutalmente realistico di cavalier servente del capitalismo internazionale, con demolizione dello Stato sociale, privatizzazione selvaggia dell’industria pubblica, addomesticamento sindacale, gara serrata con la destra a servire l’imperialismo mondialista. Pareto ne avrebbe tratto ulteriori argomenti a sostegno della sua tesi circa l’invincibilità trasformistica della plutocrazia demagogica e della sua maschera di democrazia parlamentare.
Poiché proprio sul parlamento moderno, di stampo occidentale, Pareto aveva qualcosa da dire. Sempre in Trasformazioni, scriveva ben chiaro: «È semplice finzione la teoria che nei Parlamenti nostri vede la rappresentazione del complesso della nazione». In realtà:
In realtà essi rappresentano solo quella parte che sovrasta alle altre, sia coll’arte volpina, quando prevale il primo termine della plutocrazia demagogica, sia col numero, quando il secondo termine si rinvigorisce.
I fatti sociali sono determinati da sovrapposizioni: la teoria della circolazione delle élites, che registra la suddivisione sociale in classe dominante e classe dominata, presuppone una distribuzione ineguale dei residui, per “residui” Pareto intendendo, come risaputo, alcuni elementi che creano ricchezza e ruolo sociale, ciò che rendeva con la sua terminologia di analista: l’istinto delle combinazioni, che permette, ad esempio, allo speculatore di differenziarsi dal redditiere attraverso la capacità di cogliere le opportunità; e la persistenza degli aggregati, vale a dire la tenacia dei legami sociali o economici. Questi “residui” vengono a saldarsi tra loro variamente, creando le condizioni per il prodursi dell’oligarchia e/o della plutocrazia. Dato che, appunto, nella realtà, di fatto, il possidente è elemento di conservazione, lo speculatore di destabilizzazione. Quindi nella società moderna vige un intricato sistema di poteri in lotta tra loro, alla maniera quasi di un sistema clientelare neo-feudale, che dà vita a fenomeni di predominanza del privato sul pubblico. Pareto faceva l’esempio dei sindacati, che ponevano spesso il parlamento in una condizione di vassallaggio tale, da rendere credibile la notazione che la sovranità dello Stato viene progressivamente meno.
Forza e diritto, che Pareto indica come le colonne portanti della socialità – sia l’antica che la moderna – sono in questo modo costantemente esposti al rischio di confondersi tra di loro e di scambiarsi le posizioni. Ad esempio, in uno scritto del marzo 1915, a ridosso della nostra entrata in guerra, intitolato La guerra e i suoi principali fattori sociologici, Pareto descriveva concetti importanti:
Sotto l’aspetto della logica formale, non si capisce bene perché, se la forza del suffragio universale può “creare” il diritto interno dello Stato, la forza degli eserciti non possa egualmente “creare” il diritto internazionale. Se la “forza” sovrasta giustamente al “diritto” nelle contese interne, perché non dovrebbe egualmente sovrastarvi nelle esterne?
Anche la brutale conquista esterna può facilmente barattarsi per “diritto”, rilevava Pareto, e l’osservazione viene quotidianamente confermata dai fatti delle grandi come delle piccole nazioni. Del resto, di questo gioco delle parti, così spesso ammantato di demagogia e falsa retorica, Jünger, nei suoi Diari, ne faceva, al solito in maniera acuta, un congegno meccanico: «Nella storia, le idee non si propagano in linea retta, perché sviluppano dal loro seno forze contrarie; così il peso dell’orologio muove non soltanto le sfere, ma anche il suo contrappeso».
Pareto lo aveva detto: il potere non è che una fredda macchina “effettuale”, sostanzialmente non ideologica, ubbidiente a logiche eterne, legata, anche nei suoi aspetti irrazionali, mitici e simbolici, a leggi di comportamento costanti. Disprezzava la borghesia del suo tempo, Pareto, eppure in questa sua medietas non schierata non fatichiamo a riconoscere l’uomo del suo tempo, il conservatore che frequentava il salotto borghese dei Peruzzi a Firenze, la Società dei Georgofili, rimanendo fedele al liberoscambismo, anti-dirigista, in amicizia con Maffeo Pantaleoni. Eppure, questo moderato ebbe l’illuminazione di vedere come democrazia e plutocrazia, nel loro abbraccio mortifero per i popoli, avrebbero prodotto un borghesismo ibrido e corrosivo, che avrebbe finito col fare del liberalismo un paradossale mezzo di soppressione della libertà. L’attacco di Pareto alla borghesia vile e al generico umanitarismo nascondeva la preoccupazione per il destino dello Stato-nazione. Fu questa consapevolezza a fargli riconoscere nel fascismo i tratti della controrivoluzione che restaura i nessi fondanti della sovranità, legati alla gerarchia dei ranghi e non alla demagogia: «Forza e consenso – scrisse nel 1923, poco prima di morire – come si dimostra nella mia Sociologia, sono i fondamenti del governo. Perciò meritano lode, senza alcuna restrizione, i due capitali provvedimenti sinora presi dal Fascismo, cioè: l’istituzione della milizia nazionale; la composizione del governo con rappresentanti non di combriccole parlamentari, ma delle grandi correnti di sentimenti esistenti nel paese». Smascherava i riti fasulli della democrazia occidentale, che attribuiscono falsamente al popolo quella sovranità che di fatto è saldamente racchiusa nelle mani delle solite cerchie private di potere.