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TRAGICO VIRALE

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La depressione è la cattiva maestra che ha ammansito l’uomo, è la forma aliena che si è installata nelle menti, nei corpi, negli spiriti, la possessione dopo l’invasione degli ultracorpi, dei kol dell’Eternauta che ci soffocano di paura e allucinazioni terribili.

 

Ora, con questo vomitare ininterrotto, stampato e
mediatico, economia-economia-economia, questo non
occuparsi d’altro delle nuvole dirigenti, questo sparare
addosso alla gente con fucili d’assalto che c’è una crisi
inaudita, mai vista finora, colossale, irrimediabile,
ovviamente planetaria, e che perciò bisogna sottomettersi,
insieme al farmaco, a qualsiasi sopruso del potere, di anima
umana non ne vedrai più pendere che brandelli, e il Panico ti
avrà in pugno. Siamo diventati, ascoltando la radio, leggendo
i giornali, un bugliolo tremante, un triste cesso dove si
deposita il malaugurio – vedi i titoli, assorbi i commenti,
crogiòlati negli approfondimenti…
Guido Ceronetti

Chi odia l’uomo e il suo consorzio oggi spera nella più grande devastazione e ne affida il compito al COVID-19; ma sarà deluso, non è ancora il tempo della fine.

Nel mentre tu difendi, conserva, prega.

Vi sono mistici, carismatici che in più parti del mondo, in epoche diverse e senza sapere l’uno dell’altro e delle loro visioni, hanno profetizzato il Grande Avvertimento, che si paleserà come una luce abbagliante e incendierà tutte le anime di un fuoco vivo, bruciante, emergente dall’algida coscienza mammifera che ci funesta, perché così desidera la volontà di Colui che è in favore dell’ultima chiamata al credo, alla salvazione dopo un lungo periodo di devastazioni climatiche, naturali e spirituali.

I misantropi non sono indulgenti, io non sono indulgente, e per quanto non odi l’uomo in maniera viscerale, non temo l’isolamento dal volgo al quale mi sono consegnato da tempo.

Pietosi non sono i cinici né chi dubita d’ogni cosa.

L’infermiera accasciata, vinta dal suo servizio agli infetti, fotografata dalla dottoressa di Cremona, sovverte per un istante la mia granitica freddezza nei confronti della specie immonda e mortale al quale appartengo mio malgrado e della quale, lo confesso, mi vorrei sbarazzare con un atto suicida, o, seguendo una folle astrazione, invocando il virus letale per davvero, prodotto da una qualsivoglia Umbrella Corporation.

Certo, se devo riferirmi a Dio, in questo scorcio epocale, sono più incline a goderne la spietata giustizia con i popcorn in mano, il suo tremendo rigore che ha allontanato per un po’, dal mondo della dis-informazione globale, le blasfemie di genere, quelle mondialiste, i barconi, le navi delle ONG, obbligando il Papa neoariano a invocare la Santa Vergine per il bene dei cristiani, anche se in cuor mio sento che l’umanità resta incorreggibile e la vecchia strada, foriera di vizi, assente di vetuste virtù, sarà ripresa scampato il pericolo pandemico.

Ci sarebbero tutti i segni per una penitenza globale, una discesa di cenere in luogo della biblica manna, in ricordo del pentimento di Ninive.

In questo momento virale, creduto, sopportato, irriso, dubitato, stralunato, serrato in casa anch’io in risposta ai decreti schizofrenici via via sempre più restrittivi, rileggo Geremia, Giobbe, l’autorizzazione a uscire dagli arresti domiciliari che ho scaricato da infernet e il mio fumetto preferito: L’Eternauta.

La fantascientifica storia dei quattro amici sorpresi durante una partita di poker in una soffitta di una villetta di un pacifico sobborgo di Los Angeles, in un imprecisato anno della seconda metà del XX secolo, da una nevicata infettiva di origine aliena, mi ricorda questi momenti di desolazione sociale che ci ammantano di una lieve disperazione sottocorticale.

La città svuotata, però, lo confesso, non mi disturba affatto, questo rumore che dalle finestre mi giunge come se la domenica scorsa non fosse mai cessata, corrobora i miei stanchi sensi, sfiancati da questo vivere in mezzo alla mota prodotta dall’allevamento in cui tutti siamo costretti alla catena e al pasto liofilizzato, e bramo di uscire domani come fossi l’ultimo uomo sulla terra, a piedi, tirando giù tutti i monopattini elettrici che mi intralciano il cammino.

Qualcuno mi rimprovererà di persona priva di sentimento, avulso da ogni scrupolo morale, irriverente nei confronti di chi tiene famiglia. Potrei giustificarmi, ma non lo faccio, mi prendo le offese, ma almeno non si potrà dire: quel Poliscriba è un incoerente. Al contrario, mi sento pronto alla decrescita infelice, anzi sono sempre stato pronto al deserto, ho un abito da trappista che tengo chiuso nel mio guardaroba e che finalmente potrò indossare, una volta che lo Stato soccorritore amorevole del suo popolo afflitto e affetto da coronavirus, preleverà forzatamente i denari dai nostri conti correnti, a copertura dei danni volutamente creati per piegare ogni resistenza o simulacro di resistenza, ogni residuo di volontà.

Non ho il dono dell’amore universale, subirò il mio fio per questo, degenere bestia eremita che sono, ma mi piace ricordarmi e ricordare, a chi è duro di cervice, che chi è causa del suo male pianga se stesso.

L’uomo è causa del suo male e non può soltanto imputare al Nemico ogni colpa, perché sarebbe soltanto un furbetto atto di deresponsabilizzazione planetaria, uno scaricabarile ricolmo di radioattività ad uso improprio del prossimo vendicatore tossico che porta a fare cacca il suo cagnolino nel bel mezzo di una pista ciclabile.

E non mi sto riferendo al virus, ben più guardo ad altri deleteri poteri che dall’uomo promanano e che con il passare dei secoli lo rendono sempre più impotente di fronte al suo fato: l’estinzione.

Un annientamento certo, soltanto procrastinato da una foga animale, avida, spietata con se stesso e con il Creato, che già si è palesato con l’infezione più virulenta che si sia mai diffusa dalla genesi ad oggi: la depressione.

Quella depressione che, il fu Guido Ceronetti, nel suo Tragico tascabile, ben descriveva con questa riflessione:

“Limitata e sporadica, la depressione è esistita sempre, e con più nomi nominata: spleen, cafard, acedia, taedium vitae, ecc.). Oggi è epidemica, pandemica, colpisce dovunque chiunque. Dove ci sono molti libri, là ha un luogo di elezione, si fissa, non la mandi più via. Contro questo pervasivo malessere (mal-di-essere) non tengono benesseri sociali o personali, e i farmaci (psico-farmaci, antidepressivi, sonniferi, Prozac) alimentano una sterminata industria, interessata ad attenuarla senza guarirla: a creare e diffondere il morbo della Dipendenza.
Tutto l’Occidente, e ormai resta poco che non sia caricatura di Occidente, è interiormente depresso e condotto dai farmaci; la condizione esistenziale delle città (e di noncittà non esiste quasi più nulla, nemmeno i deserti) è generatrice incessante di ogni forma di depressione”.

La depressione è la cattiva maestra che ha ammansito l’uomo, è la forma aliena che si è installata nelle menti, nei corpi, negli spiriti, la possessione dopo l’invasione degli ultracorpi, dei kol dell’Eternauta che ci soffocano di paura e allucinazioni terribili.

Per chi crede o non crede al contagio, per chi ha ritrovato la fede e per chi l’ha persa definitivamente nell’afasia di coloro che prima del virus starnazzavano di un mondo senza frontiere, invito a osservare con attenzione la foto del cratere Batagaika https://i.pinimg.com/originals/d1/fa/e8/d1fae8bd896241c44d5c20e7628a8f50.jpg che si è aperto nel cuore del permafrost russo dal cui scioglimento si stanno liberando antichi germi, spore portatrici di semi mortiferi, fusione glaciale che non sembra destinata ad arrestarsi, mentre noi perdiamo la libertà alla ribellione sana contro la manipolazione della nostra coscienza da parte di chi sa come strumentalizzare ogni genere di fobia.

L’unico moto di pietà che ho percepito nel sacchetto scrotale che dovrebbe farmi vero uomo in questi giorni, è per quei carcerati che, alla fuga violenta dai propri forzati eremi, hanno preferito l’overdose definitiva…

Chiudo con la mia consueta strana coincidenza, riferendomi al passo del Nuovo Testamento sulla Divina Provvidenza:

“E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”.

Gigli apparsi improvvisamente nel deserto della Namibia, innumerevoli, dai colori sgargianti, contraltare di quell’inquietante formazione orogenetica siberiana che anticipa la messe del Tristo Mietitore.

– Io sono il Tristo Mietitore.
– Chi?
– Il Tristo Mietitore.
– Sì, capisco…
– IO SONO LA MOOOORTEEE!
– Sì, bèh, il fatto è che abbiamo degli ospiti americani a cena, stasera…
– Chi è caro?
– Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura…

Così parlarono i Monty Python

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