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Post COVID – 19: l’incipit della postmodernità

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La svolta epocale derivante dalla pandemia, si identifica  con il trapasso dall’era moderna a quella postmoderna. E la postmodernità implica inoltre il passaggio dall’umano al postumano.

Dall’essere sociale all’essere virtuale

Nulla sarà come prima? Oppure la resurrezione sarà solo virtuale e i mali della realtà preesistente alla pandemia riemergeranno e, come una tempesta apocalittica, sommergeranno l’immagine mediatica di una società immobilizzata ed alienata nella angoscia collettiva pandemica? Il COVID 19 sembra aver determinato una svolta epocale nella storia dell’umanità intera. La storia in avvenire sarà soggetta ad una nuova periodizzazione epocale: ante COVID e post COVID. Anzi, nei futuri millenni il COVID potrebbe assumere anche una dimensione metastorica: in principio fu il COVID…

Al di là dei ricorrenti paradossi, con cui possiamo però anche interpretare il senso e gli sviluppi della realtà attuale, questa drastica cesura tra passato e presente, riflette la decisiva divaricazione imposta dal dominio tecnologico planetario tra mondo reale e mondo virtuale, come conseguenza ultima prodotta dalla pandemia globale. A causa di questa emergenza sanitaria infatti, lo stato di isolamento collettivo imposto sta generando nella gente comune una progressiva perdita di coscienza della propria dimensione umana nel contesto sociale in cui vive. Il mainstream mediatico inoltre prospetta l’avvento di una nuova società futuribile, data la nuova dimensione assunta dai rapporti umani nell’incombente era del post COVID. Il prefigurare tali nuovi mondi virtuali genera negli individui la progressiva perdita della memoria collettiva, tale da provocare la rimozione della condizione umana del recente passato.

La pandemia sta generando la totale dipendenza mediatica di una società inerte ed impotente dinanzi alla minaccia del COVID e pertanto, questa crisi pandemica può determinare radicali trasformazioni di carattere antropologico nell’intera umanità: potrebbe dar luogo alla mutazione dell’essere umano da essere sociale ad essere virtuale. Come afferma Enrica Perucchietti nel suo recente libro “Coronavirus, il nemico invisibile, Uno Editori 2020”: “L’uomo nato dalla penna e dal pensiero di Aristotele, infatti, è un animale sociale e politico. Ed è rimasto tale sino all’avvento della rivoluzione virtuale e digitale di una ventina di anni fa. Inizialmente questa rivoluzione è restata latente e si è diffusa senza sovvertire il dogma aristotelico. Poi è accaduto l’impensabile. Un qualcosa che non parrebbe avere alcunché a che fare con le nuove istanze culturali e sociali ma che, invece, risulta essere l’alleato profondo di quelle verità nascoste che, in pochissimi attimi, si sono trasformate in verità rivelate, divenendo protagoniste del vivere di tutti i giorni, in ogni settore, anche quelli più tradizionalmente legati all’antico. L’essere umano si è radicalmente mutato da animale sociale ad animale virtuale”.

Il COVID e l’autoassoluzione della classe dirigente

La pandemia ha sortito effetti totalitari sull’informazione. Il monopolio pandemico domina il mondo mediatico, i rapporti sociali, così come la psicologia di massa e ha determinato la scomparsa di ogni altra problematica relativa alla realtà del nostro tempo. E’ scomparsa la realtà che si è tramutata in virtualità. L’emergenza sanitaria è divenuta la causa prima di tutti i fallimenti, le conflittualità, le ingiustizie, le contraddizioni già attribuite al sistema neoliberista. Il mondo reale è stato rimosso. Questo evento apocalittico, non certo ultraterreno, ma umano e globale, ha forse fatto evaporare il mondo dell’Eden neoliberista di cui, pur vivendoci, non ne abbiamo mai avuto la percezione?

In realtà, la pandemia ha rappresentato per la classe dirigente un evento insperato da cui ha tratto una rinnovata legittimità, credibilità, consenso passivo delle masse. Dinanzi alla pandemia infatti, si è imposto uno stato di emergenza, che ha indotto le classi dirigenti ad emanare provvedimento restrittivi delle libertà fondamentali, a porre in atto evidenti abusi di potere, fino al materiale disconoscimento delle costituzioni degli stati. L’emergenza comporta pertanto l’avvento di un totalitarismo incombente, che peraltro può affermarsi con il consenso delle masse.

Il COVID costituisce quindi un prezioso alibi per la classe dirigente per autoassolversi da ogni responsabilità riguardo ad una situazione di degrado economico e sociale già preesistente, inerente la recessione incombente, le accentuate diseguaglianze sociali, il clima di malcontento diffuso sfociato nell’ondata di protesta populista. La pandemia ha pertanto determinato la deresponsabilizzazione di una classe dirigente e soprattutto di una UE che, con il rigorismo finanziario, ha condannato l’Europa ad una decadenza economica e sociale irreversibile. I tragici effetti dei tagli alla sanità eseguiti dagli stati in osservanza delle politiche di austerity imposte dalla UE, in tempi di pandemia sono state rese evidenti a tutti. La crisi pandemica, non è stata la causa di questa crisi globale, ma semmai è stato un evento che ha messo in luce le cause determinanti di una crisi sistemica già in atto.

Postmodernità: dall’umano al postumano

Questa emergenza sanitaria globale si è manifestata nel contesto di una struttura neoliberista della società, che subirà rilevanti trasformazioni, con l’affermarsi di nuove fasi del suo sviluppo interno. La crisi attuale costituirà, al pari delle crisi finanziarie precedenti, una fase evolutiva del neoliberismo stesso. Tutto ciò sarà presto reso evidente nell’immediato post COVID. La recessione economica e l’illiquidità generalizzata provocheranno l’incremento verticale della disoccupazione e quindi si incrementerà la precarietà del lavoro, unitamente alla compressione salariale.

Ma soprattutto, la pandemia comporterà l’accelerazione di una rivoluzione tecnologica il cui avvento era già in atto. La introduzione a livello di massa dello smart working diverrà una pratica permanente, data la sua rilevante incidenza sulla riduzione del costo del lavoro. Ma tale modalità di esecuzione del rapporto di lavoro implicherà necessariamente la disponibilità illimitata dei lavoratori, che, oltre allo sfruttamento indiscriminato, non potranno nemmeno contrastare l’invasività aziendale nella loro vita privata. La tecnologia determinerà la frammentazione individualistica dei rapporti di lavoro e in tal modo, l’esercizio e la tutela dei diritti sindacali, già peraltro falcidiati da lungo tempo, saranno resi quasi impraticabili.

Subirà una evidente accelerazione l’impatto sulla società dell’innovazione tecnologica scaturita dall’impiego dell’intelligenza artificiale. La robotizzazione investirà settori sempre più ampi dei processi produttivi, con conseguente estromissione di larghe fasce della popolazione dal mondo del lavoro. La svolta epocale derivante dalla pandemia, si identifica dunque con il trapasso dall’era moderna a quella postmoderna, il cui avvento era stato da lungo tempo progettato ed annunciato, come un obiettivo necessario dello sviluppo illimitato del progresso. E la postmodernità implica inoltre il passaggio dall’umano al postumano. L’avvento dell’uomo virtuale postumano è ormai alle porte. Si realizzeranno mutazioni antropologiche che potranno modificare profondamente le facoltà di percezione della realtà. Così si esprime Umberto Galimberti a tal riguardo nel libro “I miti del nostro tempo, Feltrinelli 2009”: “Anche il nostro modo di sentire viene significativamente modificato. Noi abbiamo una psiche che risponde all’ambiente circostante (Um-welt), che è poi quello dove siamo nati, dove coltiviamo le nostre frequentazioni. Ma i mezzi di comunicazione ci mettono in contatto con i problemi dell’intero mondo (Welt). E allora come possiamo far fronte? Se muore un mio congiunto piango, se muore il mio vicino di casa faccio le condoglianze alla famiglia, se mi dicono che ogni otto secondi nel mondo muore di fame un bambino, mi dispiace, ma questa per ciascuno di noi finisce con l’essere solo una statistica. Non reagiamo più, perché i media ci offrono uno scenario di accadi menti che oltrepassa la nostra capacità di percezione emotiva. “Il troppo grande ci lascia indifferenti”, scrive Anders. E per non toccare con mano la nostra impotenza a modificare il corso delle cose, rimuoviamo l’informazione. Neppure emotivamente, quindi, siamo all’altezza dell’evento “tecnica”.
Ancora una volta constatiamo che la tecnica non è più un mezzo a disposizione dell’uomo, ma è l’ambiente, all’interno del quale anche l’uomo subisce una modificazione, per cui la tecnica può segnare quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più: “Che cosa possiamo fare noi con la tecnica”, ma “Che cosa la tecnica può fare di noi”.

L’avvento del totalitarismo tecnocratico

La tecnocrazia si è imposta nella gestione della crisi e ha determinato di fatto l’estromissione delle istituzioni politiche. E’ stata infatti istituita una task force di esperti a supporto del governo per un totale di 450 unità. Ci si chiede peraltro, quale funzione ormai abbiano gli organi di esperti interni alle istituzioni statali (compreso il CNEL che tutti volevano abolire). Ma soprattutto occorre rilevare che la funzione degli esperti si limita ad elaborare analisi su problemi specifici di competenza di una determinata scienza, senza che quest’ultima possa sostituirsi agli organi istituzionali preposti alla decisione politica. Infatti, il fine della politica è la realizzazione del bene comune della comunità e pertanto, occorre che la classe dirigente valuti l’impatto e la compatibilità che una teoria elaborata da esperti possa avere nella realtà sociale. E quindi è compito della politica realizzare la sintesi tra le varie specifiche competenze. Nel caso in cui la politica deleghi le proprie funzioni di governo della società alla scienza, come sta accadendo nella attuale crisi, essa decreta il proprio suicidio. In realtà, in un contesto storico caratterizzato dalla devoluzione della sovranità degli stati ad organi sovranazionali quali la UE (e quindi alle oligarchie tecnocratiche e finanziarie), le classi politiche attuali sono ormai prive di fondamentali poteri decisionali ed estranee alla realtà politico – sociale di stati in cui esercitano la governance, ma hanno perso la legittimità politica.

Nell’attuale crisi pandemica, la società è dominata dalla emotività di massa, dall’angoscia per la propria sopravvivenza e indotta dalla virtualità mediatica ad una percezione della realtà del tutto deformata. Quindi una massa privata di ogni facoltà di giudizio critico dinanzi a questa realtà, non può che esprimere il proprio bisogno di dipendenza da entità esterne, diviene spontaneamente e consapevolmente eterodiretta. Affida la propria salvezza alla scienza e alla tecnica, che hanno assunto la stessa funzione di dominio delle coscienze, che era prerogativa della religione nei secoli scorsi. Logica conseguenza di tale stato di dipendenza è l’avvento del totalitarismo tecnocratico. Alla volontà di potenza della tecnocrazia fa riscontro la volontà di dipendenza dei cittadini ridotti a sudditi.

Pandemia del debito e conflittualità sociale

L’esplosione improvvisa di questa crisi pandemica, quale evento imprevedibile dalla portata mondiale, dovrebbe mettere in discussione i fondamenti stessi della modernità e dei modelli socio – economici della società contemporanea. La pandemia è infatti un evento rivelatore della fragilità e dei limiti connaturati alla condizione umana, della fallacia del dogma illuminista del progresso infinito, delle carenze strutturali di un modello di sviluppo incontrollato ed illimitato, delle contraddizioni implicite del processo di globalizzazione.

Al contrario si è sviluppata una ideologia fideistica nello sviluppo planetario della tecnologia. Con la quarantena si è ulteriormente consolidato l’atomismo sociale, ha subito una violenta accelerazione l’avvento della postmodernità: ancora una volta si è identificata la cura con il male.

L’emergenza sanitaria comporta necessariamente anche l’emergenza economica. In Italia è previsto per il 2020 un calo vorticoso del Pil intorno all’9,5%, con un deficit aggiuntivo pari a 55 miliardi e un rapporto debito/Pil che raggiungerà il 159%.

Occorrerebbe almeno un decennio di rilevanti surplus di bilancio primari per riportare gli equilibri finanziari italiani nella media europea. Le misure anticrisi europee si rivelano parziali ed insufficienti; le erogazioni di finanziamenti previste dal MES, dal SURE, dai fondi strutturali della Bei, consistono in prestiti, che potranno solo contribuire ad accrescere sia il debito pubblico che quello dei cittadini e delle imprese. Debito che alla lunga si dimostrerà insostenibile, qualora tornino in vigore le norme del patto di stabilità, che ora sono state solo sospese. Alla pandemia sanitaria si aggiunge quella del debito.

La ripartenza dell’economia si presenta assai problematica. Certo è che sia gli stati che le imprese dovranno subire un ulteriore indebitamento e saranno pregiudicati negli investimenti e nella competitività nei mercati a vantaggio dei paesi più forti (vedi Germania). Questi ultimi potranno invece, in virtù della crisi, consolidare ed accrescere la propria supremazia economica e politica. La crisi del COVID rappresenterà quindi una favorevole opportunità per la Germania e i suoi stati vassalli. Ma la crisi accrescerà dunque le diseguaglianze sia tra gli stati che tra le classi sociali.

Sarebbero necessari fondi europei garantiti dalla BCE, quali il Recovery Fund, che per ora rimane solo un progetto tutto da inventare, a causa della indisponibilità della Germania, che ne vuole procrastinare il più possibile l’eventuale approvazione. La tattica ostruzionistico – dilatoria della Germania sulla possibilità di emissione di fondi europei è evidente. Il ritardo nella ripartenza economica dell’Europa può solo accrescere la sua potenza a discapito degli altri stati che, strangolati da debito e recessione potrebbero incorrere nel default. L’unica misura anticrisi possibile ed efficace è quella di emissione di nuova liquidità con finanziamenti a fondo perduto, ma per realizzare l’Helicopter Money sarebbe necessaria la sovranità monetaria, che invece i paesi dell’Eurozona hanno devoluto alla BCE.

Se per le oligarchie del neoliberismo questa crisi rappresenta una svolta decisiva per lo sviluppo del sistema, anche la protesta popolare, già diffusa in Europa, crescerà vorticosamente, a causa dell’aggravarsi della crisi e dell’accentuarsi delle diseguaglianze sociali. La frattura verificatasi nel mondo globalizzato è ormai evidente, così come il ritorno nel ruolo di protagonisti sulla scena geopolitica mondiale degli stati nazionali. Nuove conflittualità politiche e sociali presto si manifesteranno dinanzi ad una crisi sistemica che inciderà profondamente sui fondamenti del modello neoliberista globale. A tal riguardo così si esprime Giulio Sapelli nel suo libro “Pandemia e Resurrezione, Edizioni goWare, Guerini e Associati 2020”: “L’Italia che lavora, invece, esiste e deve iniziar a essere riconosciuta per quello che è: l’ultima nostra speranza. Ma la speranza vive di consapevolezza. Della consapevolezza che le risposte alla crisi sistemica sono state e sono differenziate secondo spaccature nazionali e non “globali”, né su scala planetaria “onusiana”, né su scala europea “federale” e che gli unici cleavages globali sono stati di tipo sociale e hanno scolpito nella storia del presente, come diceva Paul Sweezy, le differenze sociali di classe e di ceto. Differenze sociali e di ceto tra le classi e i ceti “di sopra” unificati dalla centralizzazione finanziaria sovranazionale e dall’indifferenza sociale verso le sofferenze delle classi di sotto che – come dimostra l’attuale crisi sistemica – consentono la riproduzione dell’intera società e quindi anche delle classi di sopra… sino a quando le prime non ritroveranno le forme e i modi di auto riconoscersi e di ribellarsi”.

La postmodernità, con l’avvento dell’uomo virtuale, oltre ad aver invaso e funzionalizzato la vita degli individui, ha espropriato i popoli del proprio futuro. La imminente rottura degli attuali assetti sociali è inevitabile: l’uomo virtuale ci introduce nel postumanesimo, ma la natura umana non può essere tanto a lungo violentata e giammai potrà essere soppressa.

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