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Riforme Draghi: un trapianto ideologico neoliberista

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Uno stato che si estranea dall’economia e dalla società civile è destinato alla dissoluzione: il piano di riforme imposto dalla UE, si identifica con il progetto del Grande Reset del Word Economic Forum di Davos 

Con Draghi è arrivata la resurrezione italiana dalla crisi pandemica? Dal pnrr scaturirà dunque una rivoluzione che redimerà l’Italia non solo dalla crisi economica post – pandemica, ma dai tanti mali secolari che la affliggono? E’ lecito nutrire seri dubbi in merito, dato che l’artefice di questa trasformazione sistemica incipiente è quella stessa classe dirigente euroinomane che, con le politiche deflattive e l’austerity, ha determinato la decadenza politica, economica e sociale dell’Italia nell’ultimo ventennio. Si prefigura quindi una resurrezione italiana che dovrebbe essere paradossalmente realizzata da quegli stessi demoni dell’economia finanziaria che hanno provocato la crisi strutturale in cui versa il nostro paese e che la pandemia ha solo fatto emergere in tutta la sua drammatica evidenza.

USA, Cina, Giappone e UE: un confronto devastante

Fiumi di retorica hanno inondato i media riguardo alla svolta compiuta dalla UE mediante il varo del NGEU: è finita l’era della rigidità finanziaria europea, la UE ha intrapreso una politica solidale, di espansione di liquidità, di promozione dello sviluppo, di condivisione del debito. Con il NGEU la UE ha stanziato 750 miliardi di risorse proprie a sostegno dei paesi in crisi. Ma il confronto tra le misure messe in atto dalla UE, rispetto a quelle di USA, Cina e Giappone si rivela devastante per l’Europa. Gli USA di Biden infatti, hanno erogato risorse per 1.900 miliardi di dollari (per una popolazione di 330 milioni di abitanti, rispetto ai 450 milioni della UE), che si sommano ai 2.000 già approvati da Trump. Il Giappone, che ha un Pil che è ¼ del Pil europeo, ha stanziato 900 miliardi. Gli USA e il Giappone hanno creato nuove risorse, erogandole a cittadini ed imprese, mentre i fondi predisposti dalla UE sono per la maggior parte a debito. I finanziamenti americani e giapponesi consistono in misure di carattere sistemico a sostegno dell’economia. Il NGEU europeo è invece un piano di aiuti straordinari limitato alla crisi pandemica.

Il divario tra la UE e gli altri attori della geopolitica mondiale, si rivela ancor più evidente riguardo alla tempistica con cui saranno realizzati i rispettivi piani di sostegno alla ripresa economica. Il NGEU dovrà infatti essere finanziato mediante risorse reperite dal mercato e i trasferimenti da parte dei paesi membri. Tuttavia tale percorso non è privo di ostacoli. Il NGEU deve essere sottoposto all’approvazione dei parlamenti dei 27 stati membri. Ma l’approvazione del parlamento tedesco è stata bloccata da un ricorso inoltrato alla corte costituzionale e anche nel parlamento finlandese, sono emerse difficoltà in merito. L’erogazione dei fondi europei subirà quindi ritardi, che comporteranno una ripresa più lenta e meno efficace rispetto agli altri competitor. Infatti nei primi mesi del 2021 il Pil cinese è cresciuto del 18,3%, mentre l’economia americana è già quasi tornata ai livelli pre pandemici, anzi, si prevede che gli USA siano sulla soglia di un nuovo boom economico. Il risveglio dalla notte pandemica sarà per l’Europa traumatico. Nel prossimo futuro emergeranno con evidenza l’inadeguatezza politica ed economica europea nel contesto geopolitico mondiale.

Un’Italia distrutta dall’austerity europea

Il pnrr di Draghi prevede un piano di riforme strutturali dell’economia e delle istituzioni politiche dal contenuto eminentemente ideologico neoliberista, predisposto al fine di attuare riforme imposte dalla ristrutturazione neoliberista che investirà nel prossimo futuro l’economia globale.
Il pnrr di Draghi si apre con una analisi socio – economica della situazione italiana assai allarmante. Il Pil italiano nella fase pandemica si è ridotto dell’8,9% (la media europea è del 6,2%). La popolazione sotto la soglia di povertà è aumentata tra il 2005 e il 2019 dal 3,3% al 7,7%. Il Pil italiano è cresciuto dal 1999 e il 2019 del 7,9% (la crescita della Germania è stata del 43,6%, della Francia del 32,4%, della Spagna del 30,2%). Il tasso di disoccupazione, che già nel 2020 era del 9,8%, si è incrementato di circa un milione di nuovi disoccupati e la disoccupazione giovanile (compresi gli inattivi), è di quasi il 40%. La crescita della produttività (Pil per ora lavorata), dal 1999 al 2019 è stata del 4,2% (in Francia e Germania è stata di circa il 21%). Negli ultimi 20 anni la crescita degli investimenti in Italia è stata del 66%, mentre la media europea è del 118%. Si rileva al riguardo, che mentre gli investimenti privati si sono incrementati, la quota di investimenti pubblici ha subito una contrazione dal 14,5% al 12,7%.

Il declino italiano è avvenuto quindi in corrispondenza dell’adesione italiana all’euro. Come dunque non imputare le responsabilità di questa situazione di degrado del nostro paese alle politiche deflazionistiche imposte dalla UE e messe in atto da quella classe dirigente europeista di cui Draghi fu tra i principali esponenti, quale presidente prima di Bankitalia e poi della BCE?

Le politiche di austerity infatti hanno comportato la svendita del patrimonio industriale italiano in mano pubblica, tagli progressivi agli investimenti pubblici e al welfare, compressione dei salari, lavoro precario, deflazione, in osservanza dei parametri di bilancio di cui al Trattato di Maastricht e della normativa del fiscal compact. Per tasso di letalità pandemica rispetto alla popolazione, l’Italia, con la percentuale del 3,47%, è risultata prima assoluta nel mondo occidentale. Tale elevato tasso di mortalità, non è forse conseguenza delle carenze delle strutture ospedaliere, già falcidiate dai ricorrenti tagli alla spesa sanitaria susseguitisi per vent’anni?

L’Italia è la principale beneficiaria del NGEU per 235,6 miliardi. 122,6 miliardi saranno erogati sotto forma di prestiti, 68,9 come sovvenzioni. L’Italia usufruirà inoltre di 30,6 miliardi del Fondo complementare e di 13,5 miliardi del programma React – EU. Tali finanziamenti, sono vincolati al varo di programmi di investimenti specificati nel pnrr e all’attuazione delle riforme previste. Ed è proprio l’indirizzo strutturale del piano di riforme contenuto nel pnrr che ne evidenzia l’orientamento ideologico neoliberista finalizzato alla omologazione dell’Italia al nuovo ordine mondiale delineato dal progetto del Grande Reset. Il piano di riforme previste per la giustizia, la pubblica amministrazione, la concorrenza e la digitalizzazione è assai esplicativo a tal riguardo.

Pubblica amministrazione: il degrado neoliberista

La riforma di una p.a. inefficiente nelle strutture, antiquata nelle normative, spesso paralizzata da una burocrazia soffocante, si rende oltremodo necessaria. Infatti la riforma della p.a. è collocata in apertura del pnrr, quale “madre delle riforme”. Una p.a. inadeguata inoltre, potrebbe inficiare l’attuazione e l’efficacia del pnrr. La p.a. italiana dispone oggi di 3,2 milioni di dipendenti, che costituiscono il 13,4% dell’occupazione totale, mentre la media OCSE è del 17.7%. Il problema della carenza di personale è aggravato dalla età media assai elevata dei dipendenti che è di 50 anni. Solo il 4,2% ha meno di 30 anni. L’età avanzata e la carenza di formazione del pubblico impiego, implicano un basso livello di produttività e scarsi incentivi alla innovazione.

Lo stato di evidente degrado in cui versa la p.a. italiana è comunque dovuto alle politiche di contrazione della spesa pubblica imposte dalla UE per vent’anni. I tagli progressivi alla spesa pubblica hanno comportato il blocco delle assunzioni e delle retribuzioni, oltre al venir meno del ricambio generazionale. Le amministrazioni regionali e locali hanno subito dal 2007 al 2015 una riduzione dei trasferimenti pari al 50%. Nel pnrr si prevedono nuove assunzioni di personale giovane e qualificato. Ma l’abolizione di quota 100 e il correlativo innalzamento dell’età pensionabile non sono misure che favoriscono certo il turnover.

Questi gli effetti delle politiche di austerity messe in atto dai governi Prodi, Berlusconi, ma soprattutto dal governo tecnico di Monti. L’arretratezza strutturale della p.a. italiana è del resto evidenziata dal fatto che in oltre 10 anni (2008 – 2019), gli investimenti nella formazione sono stati dimezzati. A riformare la p.a. è stato chiamato peraltro Brunetta, già ministro della p.a. e artefice di una precedente riforma dagli effetti devastanti: il governo Draghi è dunque in coerente continuità con i precedenti governi dell’austerity neoliberista.

Una riforma mercatista della giustizia

Sono arcinoti da decenni i ritardi e le inefficienze della giustizia italiana. Nel pnrr si prevede una riduzione della durata dei processi del 50%. Una giustizia più rapida ed efficiente avrebbe infatti l’effetto di garantire un miglior funzionamento del mercato e di stimolare la concorrenza, in quanto concorrerebbe a ridurre i costi di esercizio aziendali e il costo del credito. Favorirebbe inoltre il reimpiego delle risorse economiche una giustizia che facilitasse la fuoriuscita dal mercato di entità economiche non più produttive.

Tale riforma potrebbe contribuire ad un aumento della produttività dell’1,6% ed avrebbe un impatto sull’incremento del Pil dello 0,5%. A tal fine saranno riformate le procedure, con una maggiore selettività per l’ammissibilità dell’appello, saranno ridotti da 9 a 5 anni i tempi di definizione delle procedure fallimentari.

Saranno velocizzate inoltre le procedure esecutive e saranno introdotte nuove semplificazioni del rito. Per quanto concerne la giustizia penale, sarà ampliato il ricorso ai riti alternativi, quali il patteggiamento e il giudizio abbreviato. E’ prevista inoltre una maggiore selettività dell’esercizio dell’azione penale, la cui vigente obbligatorietà nei fatti, viene meno. Si verificherà pertanto, un arretramento dello stato nell’esercizio della funzione giudiziaria, con l’ampliamento della sfera della mediazione privata.

La riforma della giustizia viene pertanto concepita come funzionale allo sviluppo economico. Una giustizia rapida e maggiormente incentrata sulla pattuizione privata, potrebbe incentivare la crescita, ma al contempo, incidere negativamente sulla tutela dei diritti inalienabili dei cittadini, quale il diritto alla difesa e soprattutto intaccare i principi fondamentali dello stato di diritto. Del resto, la pubblicistica economica del mainstream ha da sempre imputato alle inefficienze dalla giustizia italiana la carenza di investimenti esteri in Italia.

La giustizia avrebbe quindi una funzione di incentivo agli investimenti. Pertanto, aggiungiamo noi, non senza faziosità, che in tal caso una giustizia efficiente, equivarrebbe ad una giustizia compiacente verso le multinazionali e i fondi di investimento esteri. Infatti, quale attrattiva susciterebbe per gli investimenti, un sistema giudiziario rapido ed efficiente, ma inflessibile in materia di reati societari e finanziari e che tutelasse i diritti dei lavoratori?

Concorrenza e digitalizzazione: La deregulation avanza

Nel progetto di riforme del governo Draghi l’innovazione digitale assume un ruolo rilevante. La digitalizzazione rappresenta una svolta tecnologica destinata ad incidere profondamente sull’economia, sulle strutture pubbliche, sul mondo del lavoro, sui rapporti sociali. La svolta digitale comporterà grandi investimenti nell’innovazione, ma impatterà su un tessuto economico già devastato dalla crisi. Nel mondo delle imprese, si verificherà una selezione darwiniana, in quanto solo alcune imprese saranno in grado di sostenere questo processo di trasformazione, che richiede nuovi investimenti. E, a causa della crisi pandemica, migliaia di imprese non saranno in grado di sopravvivere.

Ma la dottrina Draghi prevede questa dura selezione, che comporterà la fuoriuscita dal mercato delle aziende “zombie”. Tali riforme, che determineranno anche la scomparsa di tante professioni, avranno effetti devastanti sull’occupazione.

La modernizzazione neoliberista presuppone anche normative di ampliamento e deregolamentazione della concorrenza. Infatti il pnrr di Draghi prevede la liberalizzazione dei servizi pubblici, non più affidati ad aziende partecipate, nel settore dei trasporti pubblici locali, nelle concessioni delle dighe, nella distribuzione del gas naturale, nelle telecomunicazioni, nei diritti d’uso delle frequenze, nel mercato elettrico. Sono noti a tutti i risultati fallimentari della politica di liberalizzazione dei servizi pubblici. La liberalizzazione ha prodotto inefficienza, sperpero di denaro pubblico, degrado delle infrastrutture, carenza di investimenti e profitti privati parassitari. Il crollo del ponte Morandi di Genova ne è un esempio eclatante. Ma la memoria di tale catastrofe, non ha arrestato l’avanzata della deregulation neoliberista promossa da questa classe dirigente draghiana, che prevede di ricavare dalle liberalizzazioni un incremento del Pil stimato tra lo 0,2% e lo 0,5%.

Occorre infine rilevare che in materia di concessioni e liberalizzazione della concorrenza, incombe tuttora su migliaia di piccoli imprenditori italiani (specie sui concessionari balneari e gli ambulanti), lo spettro della direttiva Bolkestein che prevede gare aperte a tutti gli operatori europei. Certo è che non sarà davvero il governo Draghi a contrastare l’entrata in vigore in Italia di questa direttiva europea in materia di libera concorrenza.

Il governo del non interventismo neoliberista

Ma soprattutto a rivelare l’impostazione ideologica neoliberista del pnrr del governo Draghi, non sono tanto le riforme programmate, quanto il suo non interventismo sulle materie e le problematiche di carattere sociale.

Nel pnrr quasi nulla è previsto in tema di difesa dell’occupazione e dei giovani. La disoccupazione infatti dilagherà a seguito non solo della crisi pandemica ma soprattutto a causa del processo di innovazione tecnologica già in atto, senza che siano state predisposte adeguate forme di protezione sociale. Per le politiche per la famiglia e la natalità sono stati stanziati nel pnrr 4,6 miliardi. Ma tale stanziamento appare del tutto inadeguato per gli asili nido dato che nei 4,6 miliardi vengono ricomprese anche la scuola per l’infanzia e i servizi vari alle famiglie. Emerge dunque nel pnrr l’assenza di misure di contrasto al fenomeno della denatalità, che affligge l’Italia da lungo tempo. In materia di pensioni, il governo non prorogherà la quota 100, ma non è prevista alcuna riforma previdenziale. E’ implicito quindi il ritorno ai meccanismi originari della “Fornero”.

Nessuna azione governativa viene intrapresa riguardo alle crisi industriali irrisolte, quali quelle di Alitalia, Ilva, Whirlpool, Embraco e molte altre, che, oltre che produrre le note tragedie occupazionali, contribuiscono ad aggravare il processo di deindustrializzazione dell’economia italiana già in atto da decenni. Ma secondo il Draghi – pensiero “non tutte le aziende in crisi vanno salvate” e quindi le aziende “zombie”, sono destinate a morire. Lo stato liberale è per definizione non interventista.

La riforma fiscale entrerà in vigore nel 2023. Una legge delega sarà approvata nel 2021 ed i decreti attuativi nel 2022. Si prevede una riforma dell’Irpef che preveda solo 3 aliquote, con una riduzione nel tempo del carico fiscale sui redditi di lavoro e l’abolizione delle tasse piatte. Ma nel contempo, su pressione della UE, del FMI e di Bankitalia, è prevista una riforma degli estimi catastali e quindi un rilevante aggravio della tassazione sugli immobili. La UE ha sempre esercitato notevoli pressioni per l’istituzione in Italia di imposte patrimoniali sui risparmi e sugli immobili. Il risparmio italiano a fine 2020 ammontava a 1.682 miliardi, mentre il Pil era pari a 1.787 miliardi. Con il calo del Pil a seguito della pandemia i due importi tendono a convergere. E’ dunque evidente la strategia delle oligarchie finanziarie europee tesa alla aggressione e alla espropriazione del risparmio e del patrimonio immobiliare detenuto dai cittadini italiani.

La dissoluzione dello stato

La finalità ultima del piano di riforme predisposto da Draghi su direttiva europea, è quella della destrutturazione dello stato. Uno stato che progressivamente si estranea dall’economia, dalla politica e dalla società civile è destinato alla dissoluzione. La rivoluzione culturale imposta dalla UE, si identifica con il progetto del Grande Reset delineato dal Word Economic Forum di Davos: lo stato diviene uno strumento operativo atto a creare le condizioni ottimali per lo sviluppo del mercato globale.

Il contesto geopolitico mondiale è dominato da una sempre più accentuata centralizzazione dei capitali. Il Grande Reset è stato predisposto per attuare una ristrutturazione innovativa del capitalismo che contribuirà alla accelerazione di tale processo.

Una alternativa sistemica al dominio globale del capitalismo finanziario è ipotizzabile nella misura in cui fosse ripristinata la sovranità politica ed economica degli stati e quindi subisse un radicale mutamento il ruolo delle banche centrali, con il ripristino della pianificazione economica. Afferma a tal riguardo Emiliano Brancaccio nel libro “Non sarà un pranzo di gala”, Meltemi Editore 2020: “Un’ottica di piano andrebbe assunta in primo luogo nel governo delle banche centrali. Diversamente da quel che propone la vulgata monetarista, io sostengo che le banche centrali non sono in grado di governare il ciclo economico e l’inflazione. I banchieri centrali, piuttosto, agiscono come regolatori delle “condizioni di solvibilità” del sistema economico, e per questa via regolano il ritmo delle bancarotte – quindi anche la velocità della centralizzazione dei capitali in sempre meno mani. Anche se faticano ad ammetterlo, i banchieri centrali svolgono già questo ruolo cruciale di regolazione della velocità della centralizzazione. Ma potrebbero fare di più. Essi potrebbero agire da veri e propri pianificatori se determinassero anche la direzione della centralizzazione, ricollocando le catene principali del capitale non più nelle mani di un ristretto manipolo di proprietari privati, ma in mani pubbliche, collettive. A partire dal sistema bancario, per estendersi anche in altri settori chiave: dalla sanità, alle infrastrutture, alla ricerca, e a tutti gli ambiti in cui la logica del capitale privato sistematicamente fallisce”.

Il piano di riforme di Draghi è assimilabile ad un trapianto politico – economico neoliberista effettuato sull’Italia. Ma trapianti che si rivelano incompatibili con gli organismi generano prima o poi il rigetto.

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