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È la Geopolitica a condannare l’Occidente

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E’ la strutturale incapacità di comprensione dell’altro la causa prima degli epocali fallimenti dell’Unipolarismo USA: l’illusione di poter fare della Cina un docile strumento nell’economia mondiale; la cecità di ritenere la Rivoluzione Islamica fenomeno contingente; l’ingenuità di voler strangolare la Russia con le sanzioni economiche. 

Col declino degli USA, e col già avviato tramonto del loro impero europeo, cosa avverrà nel mondo? Sarà nuovo Egemone ad affermarsi? Non lo crediamo. Quello che si delinea è mondo multipolare, che in fondo costituirebbe normalità nelle relazioni internazionali, distorte nel Bipolarismo e del tutto prevaricate nell’Unipolarismo.

In un precedente articolo abbiamo sostenuto che l’Occidente, per come delimitato da Schmitt e di cui parlava Spengler, è scomparso ormai da un secolo, sostituito dall’impostura americana oggi sulla via del tracollo. Abbiamo provato a spiegarlo con frasario politico adattato alle vicende della Storia ma, per evitare che il giudizio possa essere scambiato per semplice opinione, analizziamo i processi che hanno determinato quelle dinamiche con gli argomenti assai più freddi della Geopolitica, solleticati a questo da “La Rosa Geopolitica” il bel libro di Mirko Mussetti, commentatore della rivista Limes.

Gli strumenti della Geopolitica

Prima di continuare è necessaria premessa per descrivere gli strumenti che useremo: è cosa arcinota che sia in corso uno scontro fra Unipolarismo e Multipolarismo emergente, come lo è nella vulgata mainstream che sarebbe in corso contro l’Occidente una “guerra ibrida” scatenata dalle cosiddette “Autocrazie”. Secondo i media l’avrebbe inventata nel 2013 Valery Gerasimov, Capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate russe. Nella realtà, Gerasimov adattò alle temperie del momento le teorie già espresse nel 1995 dal Generale Makhmut Gareev (memorabile quanto visionario il suo libro “Se la guerra scoppia domani”), ma il punto è che, nei suoi concetti essenziali, la Guerra Ibrida esiste da sempre, da quando Sparta si scontrava con Atene o Roma guerreggiava con Cartagine. Il mutare delle epoche l’ha solo aggiornata ai tempi, anzi, le ha aggiornate, poiché le Guerre Ibride sono in realtà tre: il Global marketing, la Guerra Economica e la Guerra Cognitiva. I tre ambiti della Geopolitica – Geoeconomia, Geostrategia e Geocultura – si intersecano in quei conflitti combinandosi in vario modo per raggiungere gli scopi.

Al giorno d’oggi il Global Marketing ha l’obiettivo di consolidare o guadagnare nuove quote di mercato attraverso l’esportazione di una visione del mondo, di uno stile di vita; due finalità sinergiche che si sostengono reciprocamente. Importa poco che la narrazione sia sostenuta da fatti, molto che il sistema che la proponga abbia capacità, volontà e risorse necessarie a farlo. Se prendiamo l’esempio dell’Italia, forse nessuna nazione al mondo avrebbe le carte per essere percepita come la patria del bello, del gusto, dell’arte, del benessere a tutto tondo, conferendole un marchio positivo, a ciò che la circonda e alla possibile sua proiezione; certo, il Made in Italy funziona, ma in minima parte del potenziale globale che potrebbe avere perché dietro non vi è volontà, né capacità politica coesa che punti a obiettivi complessivi per il Sistema Italia nel suo insieme invece che per singole realtà, è assente la visione. Vi è l’incapacità di tradurre quell’opportunità in potere.

Il Global Marketing è combinazione di Geocultura e Geoeconomica che, nel sistema plasmato dall’American Dream, tendono alla combinazione di assimilazione ai “miti” della cultura liberale e all’applicazione della prassi liberista, con ciò producendo il globalismo, fenomeno estremamente aggressivo quanto pervasivo che, tuttavia, pur distruggendo culture terze e imponendo la propria insieme alle proprie merci e al sistema di sfruttamento delle risorse altrui, rifugge in genere dall’hard-power, dalla coercizione; nell’iconica narrazione di sé non gli serve, gli basta ostentare i lustrini lucidati dai media e la rappresentazione della forza. È il sistema che ha alimentato e permesso trent’anni di Egemonismo unipolare, con ciò che ha comportato.

La Guerra Economica è fusione di Geostrategia e Geoeconomia, in termini terra terra è la realizzazione del massimo proprio interesse a danno degli altri, primariamente di chi è ritenuto competitor o – peggio – nemico. In ciò includendo l’appropriazione di risorse di terzi, il furto di segreti industriali, gli attacchi finanziari a economie e monete che devono essere “punite” o anche solo “ammonite” per essere indotte all’obbedienza, fino alle sanzioni, ovvero all’esclusione dal sistema globale di scambi costruito a misura, uso e consumo dell’Egemone e da esso imposto su scala planetaria.

Nell’ambito del sistema USA, la Guerra Economica coniuga il liberismo all’espansionismo producendo l’imperialismo, con il suo portato di assoggettamento, sfruttamento, smisurata quanto insaziabile avidità. Un fenomeno che, per sua costituzione, impiega largamente l’hard-power inteso come coercizione, e non potrebbe essere diverso: il suo fine è il raggiungimento certo dello scopo – il dominio – a prescindere da ogni altro prezzo economico, quello etico neppure è contemplato.

La Guerra Cognitiva è manipolazione delle menti allo scopo di omologarle a matrice unica; è rappresentazione di una parte come superiore moralmente, come unica detentrice della verità negando dignità alle altre, degradate a ciarpame irricevibile. Indegne. È rappresentazione della realtà distorta per giustificare comunque i propri scopi. È più che semplice propaganda, è assai più pervasiva: tende a modellare le percezioni dello stare nel mondo, le categorie del giusto e dello sbagliato a prescindere dal vero che diviene pleonastico. Irrilevante. Per il sistema che la ingaggia vincerla significa affermarsi senza scontro materiale, sia al proprio interno, perché influenza le coscienze e isola il dissenso residuo, sia all’esterno di esso, perché il mainstream ne sarà comunque condizionato determinando un quadro generale di consenso in cui il vincitore potrà realizzare i suoi interessi al meglio. Come vorrà.

Frutto di Geocultura e Geostrategia, la Guerra Cognitiva è proiezione di asserita civiltà nel campo del potere; pratica classica di hard-power in campo immateriale non ammette successo parziale, non le è dato. O è o non è. Scarta l’efficienza per puntare all’efficacia, al risultato a qualsiasi costo; solo così paga. Per l’Occidente americano è il territorio in cui s’incontrano assimilazione ed espansionismo producendo l’universalismo. Ovvero matrice unica – la propria – a cui omologare le menti del globo. Fucina, meglio, clonazione di consenso che permette universale accettazione del verbo: quello dello Zio Sam caro a Wall Street.

Dunque, le Guerre Ibride hanno prodotto l’affermazione di globalismo, imperialismo e universalismo, condizione perfetta per il sistema egemonico americano; la sua perpetuazione è dunque assicurata? No. Affatto. In realtà le spine sono tante, alcune grandi come pugnali che stanno facendo sanguinare un Egemone in affanno sempre più manifesto nel corso delle guerre che conduce per mantenersi Numero Uno. La prima è quella dell’Intelligence.

È nell’ambito delle Guerre Ibride che l’Intelligence conta di più, ma come farà chi si pretende unico, superiore, padrone dell’unica narrazione possibile a intus legere o, peggio ancora, intra legere chi si ritiene inferiore, cui si rifiuta persino dignità d’esistenza? È in questa crescente difficoltà a comprendere l’altro da sé, a prenderlo in considerazione, a interpretare le infinite informazioni registrate dalle orecchiute apparecchiature elettroniche in tutto il globo che l’Intelligence occidentale fallisce, finendo accecata dalla mole di inutili informazioni e dall’incapacità di “leggerle”, di metterle in fila. È nella inattitudine ad ascoltare verbo dissonante da parte del decisore politico. Il diverso è linguaggio sconosciuto che diviene sempre più estraneo a chi si confina unicamente nel proprio mondo, affermandolo unico: come parlare a un eskimese in greco antico.

È in questa strutturale mancanza, meglio, incapacità di comprensione dell’altro che risiedono le cause prime di epocali fallimenti dell’Intelligence occidentale e dei suoi decisori che se ne servono: l’illusione di poter fare della Cina un docile strumento previo suo ingresso nel WTO e nel circuito dell’economia mondiale; la cecità di ritenere la Rivoluzione Islamica fenomeno contingente da poter soffocare via sanzioni economiche, al peggio con Rivoluzioni Colorate; l’ingenuità di voler strangolare un produttore di materie prime del calibro della Russia pensando che il mondo avrebbe rinunciato a quelle commodities. Sono solo alcuni esempi emblematici cui, nei tempi odierni, potremmo aggiungere l’ubris israeliana di supposta superiorità nei confronti della Resistenza Islamica Palestinese, ritenuta avversaria troppo inferiore, non degna di particolare attenzione: per il risultato, guardare al 7 ottobre e ciò che ne è seguito.

Ma non è solo l’Intelligence a peccare: essa è divenuta strumento sempre più inefficace a conseguire lo scopo, meno che mai efficiente, tuttavia è il contesto complessivo che si sta rapidamente deteriorando. Le cose umane, si sa, non sono eterne, sono soggette a dinamiche proprie, peculiari quanto inevitabili, hanno ognuna un punto di rottura superato il quale inizia il loro declino e ciò perché la Storia, piaccia o no a illuministi, positivisti e liberali, procede in modo ciclico e non lineare. Per questo gli imperi sorgono, fioriscono e poi si sgretolano da quando l’uomo sta al mondo.

Tornando al nostro particolare, anche globalismo, imperialismo e universalismo hanno i loro punti di rottura, in lingua dotta detti “chiavi”; il raggiungimento di tali stadi è stato teorizzato e studiato vedi caso da americani, appartenenti al mondo che ha creato quei modi di rapportarsi alla realtà per volgerla a propria convenienza. Quando il globalismo raggiunge il massimo grado di pervasività, supera la Chiave di Wallerstein (così chiamata da Immanuel Wallerstein), da quel momento la via del declino è già segnata, perché i cicli naturali di egemonia e resilenza iniziano a spostare la polarizzazione del potere verso altri centri, in funzione di nuovi poli economici e culturali d’attrazione.

Similmente accade quando l’imperialismo tocca l’apice di penetrazione, è allora che supera la Chiave di Gilpin (così denominata da Robert Gilpin), e ha inizio la contrazione della capacità espansiva dell’impero e con essa della sua potenza, e ciò perché da allora i costi del mantenimento dello status di Numero Primo crescono più rapidamente dei benefici conseguenti al rango. Sorgono così altre potenze, limitando ulteriormente lo spazio di manovra dell’Egemone in affanno, affrettandone ulteriormente l’inevitabile decadenza.

Allo stesso modo, quando l’universalismo ascende al più alto grado di omologazione supera la Chiave di Huntington (da Samuel Huntington); da quel punto, le divergenze culturali e, in più ampia accezione, spirituali produrranno crepe non più compatibili con una narrazione unica volgendola in vulgate differenziate per blocchi culturali gemmati da contesti diversi, con ciò avviando la disgregazione dell’impero. Dall’esterno del suo fulcro, dove risorgono le “differenze” dettate da culture altre, distoniche, e dallo spazio interno, dove si frantuma la non più sostenibile uniformità necessaria a sostenere la faticosa gestione di un impero. Iattura massima perché le divisioni interne minano le fondamenta stesse di quel potere, precludendo proiezione imperiale.

Non si tratta di semplici teorie, è la dinamica stessa del potere a rendere ineluttabili i processi che abbiamo descritto. È arcinoto che il potere venga esercitato declinandolo nella versione soft o in quella hard. Il soft-power è la capacità di indurre gli altri soggetti a posizioni a sé convenienti senza l’uso della costrizione; l’hard-power prevede invece l’uso della forza (e beninteso, non necessariamente militare ma, a esempio, economica) per piegare i soggetti riottosi ad allinearsi ai propri interessi. Insomma: o ti convinco o ti costringo. Tuttavia, se il soft-power segue il criterio di efficienza, l’hard-power segue quello dell’efficacia, e questo è il punto. La differenza è che l’efficienza mira a ottenere il massimo risultato col minimo impegno, è quindi condotta sempre sostenibile nel tempo; l’efficacia punta a ottenere il risultato a prescindere dai costi, dunque risulta sempre più onerosa se protratta finendo per divenire insostenibile, in breve: controproducente.

L’equilibrio nella gestione del potere è un mix di soft e hard-power, quello che Joseph Nye (ancora un americano) ha definito smart-power, potere intelligente che, bilanciando i costi ai risultati, può garantire la proficua quanto conveniente prosecuzione del sistema imperiale. Ma, se l’equilibrio si spezza, si superano le “chiavi”, la gestione del potere vira sull’hard-power, sulla “costrizione”, nel naturale tentativo di mantenere la posizione egemonica, abbandonando la “convinzione”, divenendo così sempre più oneroso. In altre parole diviene via via più insostenibile, con ciò accelerando il suo collasso. E non si tratta di speculazioni teoriche, ma dello studio di tutti gli imperi conosciuti che hanno mosso la Storia.

Dal Concerto delle Nazioni al Bipolarismo

Alla luce di quanto sin qui detto, esamineremo il percorso fatto dall’Occidente nell’ultimo secolo abbondante. Agli inizi del Novecento il mondo era ancora euro-centrato e l’Egemone era la Gran Bretagna, impero talassocratico giunto all’apogeo nell’Epoca Vittoriana e in quell’avvio di secolo agli inizi del declino. Era costruzione imperiale compiuta, con lucida strategia di lungo periodo racchiusa nella frase pronunciata da Lord Palmerston dinanzi ai Comuni: “Non esistono alleati eterni come non esistono nemici eterni. Eterni e perenni sono i nostri interessi e il nostro dovere di perseguirli”.

In un mondo allora essenzialmente eurocentrico, in cui il Vecchio Continente dominava e ordinava il globo via colonie, gli obiettivi strategici britannici erano essenzialmente due: dominare i mari, fonte della propria prosperità, e impedire che un’unica potenza dominasse quello che allora era il centro del mondo, l’Europa. Per secoli la Gran Bretagna aveva perseguito tali scopi che erano stati dietro la feroce avversione a Napoleone; tuttavia, essa esercitava la propria egemonia in modo intelligente quanto efficiente – smart, diremmo – limitando gli interventi diretti all’indispensabile (le guerre napoleoniche furono una necessitata eccezione) preferendo, semmai, indurre l’intervento di terzi attori in sua vece.

Per tutta la durata del proprio periodo egemonico, l’Impero Britannico ha sempre puntato al mantenimento di un equilibrio fra le nazioni europee a sé confacente, principalmente attraverso la diplomazia, quella fu infatti l’epoca del “Concerto delle Nazioni”. Visione strategica di lungo periodo, chiarezza di obiettivi, economia delle forze: già da questo si nota la differenza con quello che è venuto dopo. Il fatto è che, come detto, nulla è eterno e anche la più collaudata struttura giunge al suo punto di rottura, fu così che il ciclo di guerre iniziato nel 1914 e conclusosi nel 1945 decretò la successione dalla talassocrazia inglese, ormai sfibrata e in liquidazione, a quella nuova e rampante americana, che proprio dalle guerre aveva ricevuto enorme impulso. Ma ciò che venne dopo non fu dominio globale, bensì diarchia fra Stati Uniti e URSS da cui l’Europa fu del tutto esclusa.

Per intenderci, l’antico Grossraum Occidente di Carl Schmitt non contava più nulla, neppure spazio unico ma lacerato fra due blocchi. A Ovest, i soggetti politici che lo costituivano non avevano geostrategia propria, erano sottoposti a condizionamento – quando non aperto attacco – in campo geoculturale ed erano del tutto dipendenti sotto l’aspetto geoeconomico. La Francia, potenza ascritta a quel Grossraum, fu dichiarata “vincitrice” per interessata concessione statunitense; la Gran Bretagna, anch’essa del tutto dimidiata, apparteneva da sempre ad altro Grande Spazio, quello Atlantico, al pari degli USA di cui era avviata a divenire semplice scudiero malgrado persistenti riflessi da nobile decaduto.

La mancata, immediata, percezione della nuova realtà si tradusse per le due (ex) potenze nella liquidazione dei rispettivi imperi coloniali – particolarmente dolorosa per la Francia – e in umiliazioni cocenti che ne ridussero definitivamente lo status. Epocale fu quella di Suez, nel 1956, che le retrocesse ufficialmente a potenze di second’ordine. Inutili (e per molti versi velleitari) furono i tentativi gollisti di riacquistare a Parigi un rango per lei ormai precluso dalle dinamiche che abbiamo già descritto nel paragrafo precedente. Per la Gran Bretagna fu per molti versi diverso perché sebbene dimidiata – tanto! – si ritrovava in una dimensione culturale familiare, coerente a sé in quanto appartenente allo Spazio Atlantico, facendole nutrire consolatoria auto-convinzione di poter incidere nella condotta del novello (co)Egemone americano.

Nel frattempo, la parte orientale dell’originario Grossraum Occidente fu inglobata nella sfera dell’URSS, altro Grande Spazio, specifico, eurasiatico, semplicemente altra cosa, con peculiari caratteristiche culturali, strategiche ed economiche applicate alla realtà della geografia. La conseguenza fu che il (co)Egemone atlantico, in cerca di blasone, s’appropriò del “brand” Occidente malgrado esso fosse tramontato e, nella versione atlantica, comunque dimidiato della sua sfera orientale. Poco ha importato per la narrazione, più propriamente diremmo per la Guerra Cognitiva e il Global Marketing condotti dagli USA nei confronti dell’altro (co)Egemone globale, stante l’efficacia evocativa del “marchio” seppur manifestamente usurpato.

Fu l’epoca del Bipolarismo, definito allora Guerra Fredda sebbene – lo abbiamo già affermato più volte – assai meglio sarebbe definirla Pace Calda, e ciò perché esso e fra tutti il più stabile dei sistemi, a prescindere da (molte) altre considerazioni. La presenza di un unico rivale permetteva alle potenze in gioco di studiarsi, comprendere i reciproci comportamenti e raggiungere un alto grado di simmetria, adottando una dinamica sostanzialmente speculare.

In quel contesto, i confini – reali o virtuali poco importa – segnati unilateralmente da ciascun (co)Egemone e ritenuti da esso invalicabili (“linee rosse”) erano riconosciuti dall’altro, allo stesso modo c’erano limiti reciprocamente condivisi (“amity lines”), come pure erano riconosciute aree di influenza, zone cuscinetto cui nessun impero può rinunciare. È stato questo atteggiamento reciprocamente pragmatico ad assicurare un lungo periodo di stabilità, scongiurando scontro frontale fra i due (co)Egemoni, con conseguente mutua reciproca distruzione unitamente ai rispettivi vassalli. E in nome di questa “stabilità” si è mantenuta la cristallizzazione degli assetti di potere all’interno dei due blocchi, nelle contrade del novello Occidente come nell’URSS e nei suoi satelliti.

A nessuno dei clientes erano concesse “deviazioni”, meno che mai pensiero autonomo, troppo era in gioco per i detentori dei delicati equilibri: in Occidente le “bizzarrie” erano trattate con sotterranee manovre affidate ai Servizi, nei casi estremi via colpi di stato praticati nelle province più esterne dell’impero, emblematici e seriali quelli suscitati fino agli anni Settanta per indirizzare il Sud America, dagli USA considerato dependance; ai media era affidata la magnificazione della “democrazia” per uso interno ed esterno. A Oriente, più semplicemente, erano gli interventi dei “paesi fratelli” che salvavano da se stessa la nazione “traviata” e i popoli da possibili oppositori; ciò malgrado, per molti anni l’ideologia cui quel blocco faceva riferimento ha riscosso notevole successo nel mondo. Nei due casi, diverso approccio ma unica la finalità, il bilanciamento speculare fra i due sistemi, non traumatica frattura.

Malgrado la contrapposizione/spartizione fra i due poli fosse un gioco del tutto scoperto, all’epoca funzionò alla grande e furono in pochi a rendersi realmente conto della strumentalità di quella divisione manichea, finché durò. E ciò a conferma dell’efficacia di quelle seppur diverse somministrazioni di hard e soft power, di Global Marketing e Guerra Cognitiva, che esistevano anche allora sebbene in declinazione diversa, adatta ai tempi.

Ma anche quell’epoca finì, non per vittoria americana (come troppo spesso sostenuto) ma per suicidio dell’URSS che contravvenne alle leggi della Geopolitica: accadde quando proiezione e gestione degli obiettivi strategici sovietici non furono più alimentate adeguatamente da risorse commisurate ai fini, ovvero quando l’ambizione degli scopi venne scollegata dalla realtà economica; lo sforzo di mantenere il rango mandò l’intero sistema in overstretching. Con esso collassò l’idea di stato, di comunità per come conosciuta e intesa dalla popolazione e l’orizzonte culturale sotteso. Fu tempesta perfetta che dissolse l’URSS e fu sul punto di dissolvere il cuore stesso del paese. E venne il tempo dell’Unipolarismo.

L’Unipolarismo

Al di là di visione superficiale, l’Unipolarismo non è sistema stabile perché manca di strutturale bilanciamento, meno che mai quando gli Egemoni sono gli USA: a differenza dell’Impero Britannico, che conosceva l’arte del “concerto”, essi tendono ad azione unilaterale, ambiscono attribuirsi onnipotenza in nome di “Destino Manifesto” a dominare le genti. Inclinazione già connaturata alla nazione ma spinta al parossismo nel ritrovarsi soli sulla vetta del potere, nel desiderio di modellare il mondo – non semplice sua parte – a propria convenienza ritenendo i propri standard gli unici legittimi. Superiori al diritto internazionale che deve piegarsi a essi.

Simile Egemone non ammette competitor, in cui vede solo nemici da abbattere, meno che mai concepisce soggetti con cui trattare da pari, causa cocciuta auto-percezione d’inarrivabile superiorità. E se avversari non sono alle viste, ne inventa di nuovi per giustificare l’azione cui non sa rinunciare, perché rules-basedorder (da imporre a prescindere) e strapotere militare sono i canoni con cui inquadra il mondo. Schiacciato sul contingente, è incapace di concepire pensiero di lungo periodo, stretto com’è fra esercizio di basso elettorato interno e gli interessi economici di cui le varie Amministrazioni americane sono alterni terminali. Da ciò deriva azione per impulsi, creatrice di caos al proprio interno. Con ciò dimostrando inversione di ruoli fra l’Egemone – in quanto tale interessato a mantenere lo status quo che lo vede al centro – e potenziale sfidante – esso sì necessitato a sovvertire l’ordine che vuole scalare.

Malgrado queste bizzarrie, per ridondante strapotere economico, tecnologico e militare, gli Stati Uniti si sono mantenuti al comando per un trentennio, archiviando come incidenti di percorso i fallimenti ricorrenti che li investivano, ignorando pervicacemente quanto Geopolitica detta a Egemone. In che modo? La scelta è vasta, procedendo a braccio: costringendo i propri principali avversari – Cina e Russia – a farsi da reciproci nemici naturali ad alleati contro di sé; dedicando enormi risorse in scriteriate Guerre al Terrore, con ciò dissipando vasta parte del proprio credito e favorendo sviluppo ad avversari – su tutti, l’Asse della Resistenza; concentrandosi su finanza, commerci e tecnologia (peraltro non più loro esclusivo appannaggio), in tal modo auto-distruggendo la manifattura e con essa la propria classe media e l’autosufficienza industriale. E ancora: con guerre commerciali e finanziarie hanno incentivato la creazione di canali alternativi, con ciò vanificando la compulsiva arma sanzionatoria e accelerando al massimo la de-dollarizzazione; ovvero: avvio al tramonto della suprema arma dello Zio Sam. Che dire?

Per propri limiti concettuali, dinanzi al confronto con la Storia gli USA hanno infranto ogni regola egemonica, decretando scientemente la fine del Globalismo, mettendo in crisi il loro modello imperialista e depotenziando la loro proiezione universalista: Chiavi di Wallerstein, Gilpin e Huntington superate in uno slancio che ha fatto a pezzi Geostrategia, Geoeconomia e Geocultura in un sol colpo. Disgregazione dell’impero, declino economico con necessitata crisi e dissoluzione della nazione, causa crescenti fratturazioni interne, sono già segnate. E se al suo centro la costruzione già imperiale continuerà a esistere, seppur lacerata in modo inusitato e dimidiata da vasta parte di potere e ricchezze, saranno le sue province – segnatamente quelle europee – a pagare lo scotto più alto, strette fra l’antico padrone che continuerà a reclamare risorse per la propria sopravvivenza, e un mondo cui non sono aduse che le vorrà prede.

Esse non articolano pensiero strategico, del tutto rimosso; sono mosse da sistema economico estraneo, un liberalismo nato altrove per interessi terzi, in ogni caso di pochi; non hanno anima propria – ormai perduta – ciò che resta sono sbiaditi ologrammi importati da una cultura un tempo egemone ma ormai in disarmo, e flebili echi distorti che emergono dal passato: improponibile fondarvi un futuro. A questi dati, che sconoscono tutte le articolazioni della Geopolitica, difficile non pronosticare duratura eclisse; ulteriore, semmai possibile, più netta sudditanza; in ogni caso, certa irrilevanza.

Nel mondo che s’apparecchia: nuovo Egemone o Multipolarismo?

A questo punto del discorso legittime le domande: al declino degli USA, e col già avviato tramonto del loro impero europeo, cosa avverrà nel mondo? Sarà nuovo Egemone ad affermarsi? Francamente non lo crediamo, meno che mai se, come ci siamo proposti, continuiamo ad attenerci a strumenti geopolitici. È assai più probabile, come sta già avvenendo, l’affermarsi di sistema multipolare, seppur con varia stazza fra gli attori; in breve, ritorno alla naturale dinamica internazionale, definita dalle relazioni che le varie potenze intessono fra di loro, talvolta aggregandosi in partnership talaltra contrapponendosi, per la realizzazione dei propri interessi nazionali interni ed esterni. Ciò non è giudizio personale né politico – abbiamo cercato di vietarli in questa esposizione – ma conseguenza di quanto già esposto.

Molti guardano alla Cina come il futuro Egemone globale: dissentiamo. Pechino dispone certo di Geostrategia e Geoeconomia compiuta e ha mezzi e stazza per perseguirli malgrado crescente tentativo di loro contenimento da parte degli USA. Ha pure provato ad articolare iniziative globali: la GSI (Global Security Initiative), la GDI (Global Security Initiative) e la GCI (Global Civiliziation Initiative). Visioni contrapposte ai blocchi militari (leggi: NATO e pretese di predominio strategico americano), a uno sviluppo assoggettato a finanza, commercio e tecnologia americana (leggi: rigetto degli standard USA, del WTO e dello strapotere del dollaro nel FMI, BMI e in ogni altra Istituzione finanziaria mondiale), alla pretesa superiorità delle cosiddette “liberaldemocrazie” (dunque rigetto del politically correct quale metro da imporre).

Tuttavia, se la Geoeconomia cinese pesa nel mondo, tanto da esserne motore, e la Geostrategia non le manca, è la Geocultura a deficitare quale strumento e non perché sia debole, tutt’altro, ma semplicemente non esportabile in altro contesto culturale. Può funzionare quale contrapposizione al preteso universalismo americano, riscuotendo nel mondo assenso nel concetto, non emulazione né assorbimento di esso, e con ciò ne è impossibilitata proiezione.

Altri vaticinano l’India quale futuro leader mondiale (e invero, gli stessi vertici di Delhi ne coltivano mal celata speranza), ma a parte lo strapotere demografico di una popolazione giovane, valgono – e anche più – gli stessi limiti della Cina, aggravati da un’economia ancora ben lontana da necessaria stazza. Inutile parlare della Federazione Russa, drasticamente limitata da ristretta demografia sproporzionata all’estensione, economia squilibrata sulle commodities e proiezione geoculturale improponibile per un soggetto del tutto originale, incentrato in sé. In realtà nel mondo non mancano attori cardinali, ovvero avvezzi a pensiero strategico, adusi a esercitare azione per concretizzare obiettivi geopolitici nella regione che li ospita. Tuttavia a essi manca la stazza per ambire a egemonia globale che risulta a essi preclusa.

Tuttavia, pur nella diversità talvolta virata in contrapposizione, è chiara a essi la convenienza di non isolarsi, di disporre di un’area d’interazione per realizzare convergenze d’interessi; in pratica, un collettivo strumento d’affermazione. È questa la forza che sta dietro ai BRICS, non blocco – anzi, per concetto sua negazione – ma consorzio di soggetti intestatari di istanze differenziate che in esso trovano modo di coltivare in autonomia. Coerentemente ai propri standard, a propria cultura, società e visione.

Esatto contrario dei consessi partoriti dagli USA, forum in cui l’Egemone ora in ritirata dettava agenda e decisioni a propria convenienza e perciò ora ridotti a circolo di ex nobili decaduti (G7) o arena di scontro volto a inevitabile paralisi (G20). Rivolta di chi non è più disponibile a supino assoggettamento. Mondi diversi, ormai concettualmente inconciliabili, cui è possibile incontro per contingente convenienza, non più (mai più) strutturale assoggettamento per asserita superiorità.

Quello che si delinea è mondo multipolare, che in fondo costituirebbe normalità nelle relazioni internazionali, distorte nel Bipolarismo e del tutto prevaricate nell’Unipolarismo. E a normalità sarebbe pure augurio di tornare perché un Egemone globale, chiunque sia, tenderà sempre a interessi propri. A calpestare soggetti terzi, al meglio – ma proprio al meglio – per questione di stazza. Qualcuno, orfano di tutela, dirà che ciò incentiva instabilità causa numero degli attori in gioco. È vero invece che tale esercizio sposta la linea di equilibrio assai più vicina a popoli e nazioni. A condizione che abbiano contezza di sé e dei propri interessi, capacità di pensiero strategico e duttilità d’azione. Ovvero siano realtà politiche compiute, vietate le finzioni.

In questo scenario, quale posto all’Occidente di marca americana? A domanda secca, risposta necessariamente articolata: per convinzione, vocazione e struttura, difficile che gli USA ammettano apertamente deminutio di rango, sconfessione della propria ragione sociale. D’altronde, seppur dimidiati in chiave economica e assai arretrati in quella strategica, conserveranno comunque stazza di prima grandezza. Ciò che li limiterà – tanto! – sarà irreversibile frattura interna, aggravata dal collasso manifesto delle precedenti narrazioni. Distonia non più componibile fra realtà e ciò che è divenuto sogno. Disturbo che indurrà a isolamento, introversione dell’anima spezzata; schizofrenia di una nazione divisa fra poli irriducibilmente conflittuali. Conseguente appannamento di geocultura che vieta efficace proiezione.

Ma, se gli USA riusciranno comunque a mantenere giocoforza un rango, seppur fortemente dimidiato, diverso futuro s’apparecchia per l’antico Grossraum Occidente: privato dell’anima, non può reinventarsene una pescando fra i rimasugli del passato, o inventandosela del tutto. D’altronde, l’abbiamo visto, nessuna nazione può prosperare con Geocultura in pezzi, tantomeno nelle straordinarie temperie d’un passaggio d’epoca. E il presente annaspare della Germania, incapace di rientrare nella Storia e navigarvi, lo rappresenta plasticamente. Nei fatti, l’Occidente europeo, dopo aver obliterato la Geocultura sta contraddicendo Geostrategia e Geoeconomia, con ciò condannandosi in ogni declinazione. Tendenza non ribaltabile nel medio periodo, né tampoco nel breve, poiché la Geocultura si scandisce per definizione sul lungo periodo, molto lungo, e non può inventarsi scorciatoie. Non datur.

Dunque, per le contrade della vecchia Europa, futuro più che incerto segnato: condannate a crisi economica, oltre che per testarda adesione a prassi liberista, per reiterato, autolesionistico, fallimento geoeconomico (di cui il rifiuto dell’energia russa a basso costo è solo uno – ahimé – dei tanti esempi). Che le relega a ruolo di satelliti malconci di impero in disfacimento, che tutto farà per spremerli ancora. Vocate a prede di nuovi attori cardinali in emersione nel mondo multipolare, perché incapacitate ad efficace, meno che mai efficiente, azione per evidente deficit geostrategico e geoculturale.

E l’Italia? In termini geopolitici essa è attore mutevole per eccellenza, ovvero eufemisticamente “adattabile” a politiche di soggetti terzi; è incline a evitare decisioni nette – che comporterebbero scelte da cui in genere rifugge – preferendo aggirare i problemi attendendo che altri li risolva. Per questo suo andare non concepisce strategia, meno che mai di lungo periodo, adottando un approccio tattico, di respiro corto, molto corto. In breve, ama adattarsi a nicchia che altri le assegna e ivi relegarsi. Per questo teme i cambiamenti del sistema politico internazionale, in cui non vede opportunità ma l’ostico compito di prendere decisioni. E, nel clima presente, le decisioni necessitano, pena tracollo o l’essere sbranati, ma establishment e ceto politico non sono adusi a tale esercizio perché cresciuti nella sudditanza.

Perché stupirsi? Non è certo atteggiamento recente, lo testimonia antico detto rinascimentale: “O Franza o Spagna, purché se magna” che, in termini più attuali, equivale a invocare lo Stellone italico declamando: “Io speriamo che me la cavo”, giaculatoria auto-consolatoria ma non risolutoria. È inutile esercizio provare ad applicare strumenti geopolitici a simile quadro, del tutto refrattario a essi, è spreco di tempo; basta riassumere dicendo: nel mondo vero, non funziona così.

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