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USA e UE: un confronto dall’esito devastante per l’Europa

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Gli USA, paese leader mondiale del neoliberismo, hanno realizzato un piano di welfare e assistenza sociale assai superiore a quelli dell’Europa, che è considerata invece la patria dello stato sociale.

La UE è davvero indispensabile? La UE infatti, già responsabile delle crisi dei debiti sovrani, della devastante politica di austerity imposta alla Grecia, di una politica economico – monetaria che ha condannato l’Europa alla deflazione permanente e alla “stagnazione secolare”, è ora, in piena crisi pandemica, responsabile della fallimentare politica sanitaria riguardo alla campagna vaccinale. Tuttavia persiste un’incessante propaganda mediatica tendente a esorcizzare le responsabilità e i fallimenti della UE. Anzi, se ne riafferma l’assoluta indispensabilità. Si prospettano virtualmente i mali estremi e le catastrofi che si sarebbero abbattute sugli stati, nell’ipotesi un cui non sussistesse l’autorità sovranazionale della UE. Prefigurare mali peggiori allo scopo di far accettare ai popoli la realtà del presente ed in tal modo occultare le inefficienze e le carenze della UE, è sempre stata una strategia mediatica degli organismi oligarchici europei per legittimare se stessi e giustificare i fallimenti del modello neoliberista europeo.

Tale strategia viene dunque riproposta nella crisi sanitaria. Ha affermato Krugman, premio Nobel per l’economia, già critico delle politiche economiche dell’Eurozona, che anche nella campagna vaccinale “la UE non sta facendo una bella figura”.

Il confronto tra gli USA e la UE, riguardo alla politica vaccinale si rivela devastante per l’Europa.

Gli USA a metà marzo hanno già vaccinato il 23% della popolazione e l’Europa appena l’11/12%, cioè la metà. Si prevede che entro il 4 agosto il 90% degli americani sarà vaccinato e già il 4 luglio (Indipendence Day), negli USA sarà ristabilita una quasi – normalità. Negli Stati Uniti, il governo, quale potere esecutivo centralizzato, ha realizzato una politica vaccinale estesa, tempestiva ed efficiente. Biden ha solo messo in atto ed ampliato le misure sanitarie già programmate da Trump.

In Europa invece, la gestione dell’emergenza sanitaria si è rivelata inefficiente e tardiva, a causa della carenza di potere decisionale della UE, peraltro governata da una struttura tecnocratico – burocratica che si è sempre rivelata non in grado di esprimere politiche unitarie. A tale disastro sanitario, hanno inoltre contribuito attivamente le inefficienze e il mancato coordinamento tra gli stati e gli organi regionali interni. In realtà, da questo confronto impietoso tra la politica sanitaria degli USA e della UE, emerge che le carenze europee derivano, così come nel campo economico – finanziario, dalla struttura sovranazionale assunta dall’Europa. La centralità dello stato americano si è rivelata vincente nell’emergenza pandemica, rispetto alla frammentarietà e alla conflittualità interna della UE, quale organismo sovranazionale.

Questa crisi pandemica ha messo in luce le conseguenze negative dello smembramento del welfare europeo degli ultimi decenni, oltre alle carenze degli investimenti nell’innovazione tecnologica e nella ricerca, da cui è afflitta la UE dalla sua fondazione. L’Europa non è stata in grado di produrre un proprio vaccino e quindi di porre in atto una politica vaccinale unitaria ed autonoma.

Pertanto, è emersa la dipendenza sanitaria dell’Europa dalle Big Pharma anglosassoni, così come nel campo tecnologico l’Europa è manifestamente subalterna agli USA. Paradossalmente l’Europa si è rivelata perdente nei confronti degli USA, proprio nel settore sanitario. L’Europa infatti ha sempre vantato la superiorità del suo sistema sanitario rispetto agli Stati Uniti. Non a caso Lo stesso Krugman ha più volte affermato che, in virtù del welfare e quindi della sanità pubblica europea, l’aspettativa di vita degli europei è superiore a quella degli americani. Aggiungasi poi, riguardo alle forniture dei vaccini dalle multinazionali del farmaco, che l’Europa si è dimostrata impotente a tutelarsi legalmente dinanzi alle inadempienze contrattuali ed ai dirottamenti fraudolenti dei vaccini effettuati dalle Big Pharma.

Biden, nel suo intervento al Consiglio Europeo, ha annunciato la produzione negli USA di ulteriori 200 milioni di vaccini. Trump aveva già effettuato investimenti nei vaccini per 10 miliardi di dollari e Johnson in Gran Bretagna per alcune centinaia di milioni (effetti collaterali della Brexit?). E l’Europa? Non pervenuto. Biden ha inoltre dichiarato che quando sarà completata la vaccinazione della popolazione americana, le quote eccedenti dei vaccini saranno devolute all’Europa. La UE, nella politica vaccinale, è stata declassata a terzo mondo.

La subalternità dell’Europa agli USA è stata inoltre confermata nella “geopolitica dei vaccini”, rivelandosi la UE succube del monopolio vaccinale istaurato in Occidente dalle Big Pharma. Si è quindi preclusa la diffusione in Europa di altri vaccini, quale lo Sputnik V russo, già adottato da 50 paesi del mondo.

La UE è un organismo sovranazionale autonomo e sovraordinato agli stati. La sua governance si ispira ad un modello neoliberista di stampo anglosassone. La ragion d’essere della UE, fu, sin dalla sua fondazione, quella di una istituzione sovranazionale che fosse in grado di competere con le altre potenze dominanti in un contesto geopolitico globalizzato. E’ tuttavia sorprendente, ma non troppo, che questa istituzione neoliberista e sovranazionale, di cui se ne afferma, specie in questa crisi pandemica, la indispensabilità, si sia rivelata sempre perdente nel confronto globale con gli USA, la Cina e perfino con altre potenze emergenti, oltre che nel campo economico, in quello geopolitico ed ora anche in quello sanitario.

I clamorosi ritardi europei nella ripartenza

Si attende la ripartenza nella fase post COVID, dopo la crisi economica generata dalla pandemia. E quanto più la ripartenza sarà rapida, tanto più la crescita economica sarà sostenuta. A fronte della crisi economica, gli USA di Biden hanno varato un piano di stimoli fiscali (Stimulus Bill), per 1.900 miliardi, che fa seguito al programma di aiuti dell’amministrazione Trump per 900 miliardi. Si prevede che già a metà del 2021 l’economia americana tornerà ai livelli pre – pandemici. Mentre in Europa i segnali di ripresa si manifesteranno non prima della metà del 2022. La rapidità della ripartenza americana potrà dunque produrre una ripresa dell’economia più accentuata, con la conseguenza che gli Stati Uniti potrebbero assumere un ruolo predominante in vari settori produttivi in cui la ripresa europea accusi ritardi di ripartenza.

L’American Resue Act è un programma che prevede il sostegno delle famiglie e delle imprese americane fino a redditi di 80.000 dollari. La popolazione potrà beneficiare di sostegni pubblici da 1.400 a 75.000 dollari. Per le famiglie i sostegni possono arrivare fino a 150.000 dollari. Inoltre, 246 miliardi di sussidi federali sono stati stanziati per la disoccupazione e 143 miliardi per la povertà. Occorre quindi rilevare che negli USA, paese leader del neoliberismo, è stato approvato un piano di welfare e assistenza sociale assai superiore a quelli dell’Europa, che è considerata invece la patria dello stato sociale.

Secondo le previsioni dell’Ocse, il Pil americano avrà una crescita nel 2021 pari al 6,5%, mentre nell’Eurozona la crescita si attesterà intorno al 3,9% del Pil. Aggiungasi che, mentre in America lo stimolo fiscale equivale al 12% del Pil, le misure fiscali di sostegno europee, sommate al Recovery Fund, arriveranno appena al 6% del Pil. Si rileva quindi, che in occasione della crisi pandemica, si sono riprodotte le stesse diversità di approccio che già vennero alla luce nella crisi del 2008. Ingenti misure di espansione della liquidità furono messe in atto da Obama all’indomani della crisi, mentre bisognerà attendere il 2012 perché la BCE di Draghi varasse il QE. La ripresa americana fu immediata e si estese per più di un decennio, mentre la crescita europea fu limitata a causa anche delle regole del patto di stabilità. L’economia dell’Eurozona non è mai riuscita a tornare ai livelli pre crisi.

Lo stimolo fiscale americano, attraverso il sostegno alla domanda aggregata, avrà comunque un effetto trainante per l’economia europea, con una incidenza sulla crescita valutata intorno allo 0,5% del Pil. Si verificherà dunque una ripresa dell’export europeo. Ma sarà comunque problematico per l’Europa un ritorno ai livelli pre crisi nel prossimo futuro. La ripresa dell’Europa rimane del resto subordinata all’effetto trainante della crescita dell’economia americana. La subalternità economica dell’Europa verso gli USA si è resa ancor più evidente nell’attuale contesto di crisi.

Le stesse misure anti crisi varate dalla UE con il Next Generation – EU, rispetto a quelle americane dello Stimulus Bill presentano marcate differenze. Il NG-EU è un piano straordinario per la ripresa messo in atto dalla UE in occasione della crisi pandemica e destinato ad esaurirsi con essa. Lo Stimulus Bill invece è invece strutturale ed è quindi un programma di sostegno all’economia permanente. Inoltre, il NG-EU è un piano di distribuzione di fondi agli stati membri con programmi di investimenti previsti da linee guida elaborate dalla UE. Il NG-EU erogherà risorse agli stati, in parte sotto forma di finanziamenti a fondo perduto e in parte sotto forma di prestiti. Le risorse stanziate dagli USA sono invece erogate direttamente dalla Fed ai cittadini, senza finanziamenti alle banche. Il NG-EU è parte integrante del bilancio dell’Unione europea. Esso viene finanziato in parte con risorse proprie della UE e in parte con trasferimenti di risorse da parte degli stati membri. Pertanto, la UE drena risorse dagli stati per poi ridistribuirle attraverso finanziamenti in parte sotto la forma di prestiti con relativi interessi.

Occorre infine rilevare che la politica di stimolo fiscale e di espansione dell’indebitamento degli stati è stata resa possibile dalla sospensione delle regole del patto di stabilità fino al 2022.

Non hanno tardato però a manifestarsi nuove pressioni per il ripristino rapido delle regole del patto di stabilità specie da parte dei “paesi frugali” e dai falchi della politica di austerity finanziaria, quali Dombrovskis. Ma il ripristino dei parametri di bilancio europei avrebbero l’immediato effetto di vanificare le misure per la ripresa, producendo la frenata degli investimenti e il calo di consumi, oltre a nuove ondate deflattive.

Occorrerebbero riforme strutturali del bilancio europeo e del patto di stabilità. Riforme in tal senso non sono però al momento prevedibili, data la conclamata ostilità della Germania a forme di mutualizzazione del debito (Eurobond), e alle attuali politiche espansive della liquidità messe in atto dalla BCE mediante il QE.

Eventuali ipotesi di riforme della UE sono subordinate agli equilibri della politica tedesca che emergeranno dalle elezioni politiche di settembre 2021. Ma soprattutto, ogni possibile linea di governance europea deve sempre rimettersi alla clemenza della corte costituzionale di Karlsruhe, divenuta di fatto, fonte di diritto della legislazione europea.

Dal confronto con gli USA emerge una Europa decisamente inadeguata a svolgere un ruolo di protagonista nell’economia e nella geopolitica globale. Questa crisi pandemica lo ha ampliamente messo in luce. Come recentemente ha affermato Giulio Sapelli: “Il confronto tra Stati Uniti e Unione europea riguardo le strategie e i programmi per uscire dalla crisi pandemica è impietoso per Bruxelles”. Ma nonostante il progressivo declassamento economico e politico europeo ormai ventennale, il mainstream mediatico continua a ribadire con ossessiva insistenza, l’irrevocabilità, l’ineluttabilità, l’indispensabilità di questa Europa, atlantista e neoliberista. Ma per che cosa? Forse solo per la rovina dei popoli …

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