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    La fine senza Principio

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La quasi scomparsa dei credi religiosi e della filosofia che è ormai ridotta a schiava inutile del “sapere tecnico-scientifico”, ha demolito il vecchio mondo.  Allontanandosi da Dio e dalle tradizioni, l’uomo moderno cade in realtà nella dimensione della finitudine quantitativa totalitaria, in cui non trionfa il superuomo, ma una massa omologata e smarrita di ultimi uomini guidati da folli pervertiti.                 

Il precipizio senza fondo si è spalancato da molto lontano, da quando cioè ci si è distaccati dal Principio. Tutte le grandi civiltà con le loro culture e con gli uomini che le hanno alimentate, sono appartenute ad un Principio superiore, che li ha plasmati.

A riguardo ci permettiamo di accennare al grande etnologo e glottologo Padre Wilhelm Schmidt che nella sua colossale opera sul “monoteismo primordiale”, composta in XI volumi, cercò di dimostrare che le tesi positivistiche, evoluzionistiche, totemiche, magiche portate avanti con le tesi di Darwin, B. Tylor, J. Frazer, Freud, Durkheim e tanti altri erano erronee. Egli, attraverso un’accurata analisi antropologica e linguistica, scoprì che già presso gli uomini primitivi la vera origine della religione tendesse ad un monoteismo legato ad un Dio unico (l’Essere razionale in quanto causale), un credo  che si attenuò  con il diffondersi del totemismo, del politeismo, dell’animismo e della magia. Tuttavia nessuna di queste manifestazioni religiose fu però universale, e tutte comunque rimandavano ad un Dio unico, sebbene spesse volte di tipo esigenziale (1). Resta la constatazione che è impossibile, soprattutto per la povertà del linguaggio primordiale, composto per lo più da miti e simboli, ricostruire un pensiero religioso codificato e complesso, come ben sottolineò il grande storico delle religioni M. Eliade.

Nonostante ciò si può dimostrare che anche a livello filosofico il pensiero profondo scaturisce quando esso concepisce un unico principio superiore, anche se inteso in contesti storici diversi, principio che fu rivelato da fondatori geniali quali furono i greci Anassimandro, Eraclito e Parmenide, il persiano Zarathustra, i cinesi Lao-zi, Confucio, Mencio e Chuangzi, in India i filosofi delle Upanishad e Buddha, in Palestina i profeti biblici, come Elia, Geremia e Isaia Deuteronomio. Il filosofo K. Jaspers in un suo saggio “Origine e senso della storia”, definì il periodo  che va dall’800 al 300 a.c., come il “Periodo Assiale” della storia umana, in quanto all’interno di esso si palesarono le concezioni filosofiche e religiose che l’hanno condizionata per i millenni successivi. Sul perché di questa straordinaria coincidenza Jaspers non si sofferma, come se questi avvenimenti fossero accaduti per un imprevisto miracolo e non per vari motivi storici. Invero il mito di Babele già indica il perché dello sviluppo delle lingue, sebbene fosse poi Platone nel suo secondo libro della “Repubblica” a comprendere che fu il lavoro organizzato la base su cui si andò a formare l’autocoscienza. In particolare i grandi fiumi, lungo i quali vivevano numerosi assembramenti umani, imponevano necessariamente faticosi lavori idraulici. Oggi si sa benissimo che i pionieri delle grandi civiltà furono proprio coloro che riuscirono a domare le acque di codesti fiumi. Il lavoro collettivo comportava l’obbligo di emanare leggi severe e regole, al fine di realizzare i progetti. In questi periodi storici ben precisi si formò pienamente quella fondamentale caratteristica dell’esserci umano che Heidegger definì come essere-nel-mondo (in der-Welt-sein), che assieme alla sua relazione con gli altri (mit-sein), costituisce la principale maniera in cui l’uomo (l’esserci) si prende Cura “Die Sorge” della propria esistenza e dell’Essere stesso verso il quale, grazie appunto alla Cura, entra in un rapporto aperto di coappartenenza. Col lavoro progettuale si affina il basilare principio logico, quello di causa, e si formano così gerarchie umane ben ordinate: si ha come conseguenza la nascita dei servi e dei signori, acutamente rappresentata dalla famosa figura hegeliana, che simboleggia pure implicitamente la nascita dello stato. Il “cominciamento logico” si ha con il sorgere dell’autocoscienza proprio nel momento storico in cui si formano gli stati. Con essa anche l’anelito religioso che sempre aveva accompagnato l’avventura umana trova espressioni teologiche più compiute, cioè più elaborate linguisticamente. Il politeismo naturalistico lasciò gradualmente il posto nel cuore e nelle menti degli uomini a religioni più strutturate, grazie ai libri che le rappresentano: non a caso religio, non significa solo legare, congiungere (religare), ma anche rileggere il libro fondante cioè “relegere”. Pure le religioni che conservarono un loro “pantheon”, si riferivano ad un Principio che trascendeva uomini e dèi (come per esempio l’Induismo o il Taoismo). Renè Guènon lo chiamava l’origine delle origini, l’unità senza inizio, l’infinito, l’eterno atemporale, la Possibilità totale di cui nulla noi esseri mortali sappiamo. Ogni appellativo è di per sè ineffabile, poiché il linguaggio è impotente a descriverlo, ed ogni risposta è inafferrabile. Plotino fu il primo filosofo in Occidente che con illuminante chiarezza logica definì l’Uno come l’Innominabile, dando il via a quella corrente di pensiero chiamata “teologia negativa”, che ebbe successivamente grandi interpreti come Cusano e i mistici tedeschi, in particolare Eckhart. Nondimeno esso è il Centro di tutto ciò che è e non è. Il Punto è il simbolo più profondo che ci può fornire l’idea dell’Uno arcioriginario. Senza di esso nessuno spazio potrebbe esistere e così pure tutte le figure geometriche e la stessa successione numerica. Ma il concetto più importante, che si innesta nella storia umana, è la trascendenza insita nel Principio, che, pur coglibile  solo come intuizione intellettuale, promuove il senso del Sacro e predispone le società in sistemi gerarchici (i rapporti socio-economici contano poco quando le società storiche ai loro inizi si organizzano). Infatti non sarebbe concepibile, ad esempio, la società feudale senza la filosofia di Plotino, e così via. La trascendenza si connette direttamente alla tradizione, anzi la permea. Le testimonianze, le memorie, la verità rivelate dalle religioni e dalle filosofie rivelatrici senza l’afflato verso la trascendenza sarebbero state impossibili: il che è da intendersi, fra l’altro, come l’opposto assolutamente differente dal cosiddetto transumanesimo dissennato dell’attuale presente che rifiuta la storia.

La quasi scomparsa dei credi religiosi, con le dovute eccezioni, e della filosofia che è ormai ridotta a schiava inutile del “sapere tecnico-scientifico”, ha demolito il vecchio mondo, disserrando le porte al nichilismo perfetto evocato da Nietzsche.

Non è vero, checché ne pensasse Heidegger, quando affermava che “esserci umano“…là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”, riesce a trarre dentro di sé le risorse per scamparlo. Allontanandosi da Dio e dalle tradizioni, l’uomo moderno cade in realtà nella dimensione della finitudine quantitativa totalitaria, in cui non trionfa il superuomo, ma una massa omologata e smarrita di ultimi uomini guidati da folli pervertiti (2).

Si dice che Dio è eterno ed immutabile. Ma l’umanità ha perso qualsiasi forma di contatto col sovraumano, dimenticando colpevolmente che tutto ciò che nasce, poi per necessità muore. Pertanto il pericolo è estremo, poiché le armi di cui dispongono gli spiritualmente miserabili signori della guerra possono determinare la fine della nostra avventura sul pianeta.

Note.

  • SCHMIT, Manuale di storia comparata delle religioni, ed. Iduna.
  • Si veda il mio saggio breve: F. TOVO, Sull’abbandono dell’essere, pubblicato da Arianna editrice il 18/04/2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

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