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Southworking, Smartworking, homeworking, lavoro agile, lavoratori e grandi imprese

È di questi giorni la polemica sul dilemma del “southworking” o più italianisticamente lavoro nel sud. Questa nuova modalità di effettuare prestazioni lavorative, si può senz’altro mettere in correlazione con la crisi pandemica scoppiata ormai più di un anno fa e tuttora in corso. In ciò, compiendo un balzo in avanti di almeno dieci anni effettuato in soli pochi mesi. Secondo le stime, infatti, sono circa 50mila, i lavoratori italiani che nell’ultimo anno, a seguito della pandemia, hanno deciso di dedicarsi allo smartworking da luoghi normalmente deputati alle vacanze (piccoli borghi, spiagge, città del sud, paesi di montagna).

La diffusione del lavoro da remoto (lavoro c.d. agile), fino a un anno fa era una scelta praticata solo da pochissime imprese, successivamente, con lo scoppio della crisi sanitaria, ha conosciuto un’improvvisa accelerazione, portando a far emergere una serie di questioni, una serie di riflessioni sulle quali ci si dovrebbe soffermare ed interrogare.

Nel merito di tali questioni e riflessioni ci si può approcciare con un atteggiamento diciamo soft, che analizza esclusivamente pregi e difetti, vantaggi e svantaggi del lavoro da remoto, aspetti per lo più “tecnici”, altrimenti, più opportunamente, si può optare per una chiave di lettura più critica e prospettica che può far emergere importanti coinvolgimenti e implicazioni e condurci ad altre e più profonde considerazioni. Secondo chi scrive, infatti, c’è sicuramente dell’altro, qualche altra finalità più o meno recondita, più o meno mascherata. Proviamo ad analizzare.

Analisi soft. Riguardo al fenomeno del cosiddetto “southworking” c’è chi applaude e chi, al contrario, lo ritiene deleterio per imprese e dipendenti. Tra questi, ad esempio, la prof.ssa Rossella Cappetta, docente di Management e Tecnologia all’università Bocconi di Milano, secondo cui, “tale modalità di prestazione lavorativa determina isolamento sociale, maggiori costi di organizzazione e minore produttività”. Inoltre, non sembra possibile gestire e amministrare a distanza il cento per cento del lavoro. La professoressa ritiene, inoltre, che il lavoro agile per non assumere valenza negativa, dovrebbe essere limitato nel tempo e nelle mansioni e che l’ideale sarebbe trovare un equilibrio che consenta di bilanciare il lavoro da casa e quello presso l’impresa. Un mix ideale per molte aziende, ma del tutto incompatibile con il southworking. La maggior parte dei lavoratori che lo scelgono, infatti, è dipendente da aziende localizzate nel centro-nord del Paese e non potrebbe quindi diventare pendolare su distanze troppo lunghe.

Secondo chi scrive, le imprese, sono entità che anche attraverso il confronto giornaliero, svolgono funzioni formative e si innovano. Questi meccanismi, pertanto, sembrano funzionare esclusivamente attraverso la presenza fisica. Si ritiene che il “southworking” in quanto tale, ma anche il lavoro da remoto, annienterebbero tali peculiarità senza apportare particolari benefici in grado di compensare dette perdite e alla fine anche i dipendenti finirebbero con il pagare le loro scelte, perdendo, ad esempio, occasioni di miglioramento di carriera, aumenti retributivi e, più in generale, vivendo da un lato l’attività lavorativa in uno status di abbandono, con un isolamento dai colleghi e avulsi dal contesto aziendale e, dall’altro, sul piano psicologico, non sentendosi più parte integrante di una realtà economica.

Dall’altra parte c’è chi sostiene che quando le persone sono serene è molto probabile che le performance lavorative dell’azienda ne beneficino, favorendo, nella più rosea delle ipotesi, anche un clima positivo a livello familiare.

Naturalmente, ciò può valere per il mondo delle imprese perché, invece, nel caso dei lavoratori autonomi il discorso cambia radicalmente. Molti liberi professionisti e studi professionali hanno consulenti esterni che vivono dove preferiscono.

E allora torniamo a parlare di alcune delle questioni che emergono e che assumono progressivamente importanza. Una di esse riguarda l’imposizione fiscale. Le imposte dirette, infatti, sia quelle assolte dai datori di lavoro che quelle sul reddito dei dipendenti, devono essere corrisposte, in linea generale, nel Paese in cui il lavoratore vive. Ma cosa accadrebbe se a scegliere dove vivere, ipotesi estero compresa, fosse la gran parte della forza lavoro?

Un’altra questione più complessa e che alimenta il dibattito, riguarda anche e soprattutto, le retribuzioni. Quanto e come deve essere retribuito chi lavora da remoto? Nello specifico, lo stipendio deve basarsi sull’effettivo apporto del dipendente al business aziendale o essere parametrato al costo della vita del luogo in cui lo stesso dipendente risiede fisicamente e/o fiscalmente? E sia detto per inciso, anche tale aspetto, ovverossia quello della residenza anagrafica e della residenza fiscale qualora non coincidano, può portare alla creazione di situazioni di difficile interpretazione ai fini della corretta imposizione nazionale ed internazionale e a possibili contenziosi.

Oggi, in Italia, una retribuzione differenziata non è ancora possibile, perché la legge lo vieta, ma nel tempo (anche a breve termine), il southworking istituzionalizzato potrebbe portare a enormi disparità.

Affrontiamo ora, altri aspetti che potrebbero assumere valenza negativa e addirittura controproducente per i dipendenti ed i lavoratori in generale. Già da tempo, infatti, grandi aziende e multinazionali hanno delocalizzato ampie fasce della forza lavoro in Paesi con salari molto più bassi di quelli praticati nei quartier-generali. Ma ora, però, assistiamo ad una variabile non da poco, in quanto non sono più soltanto le imprese a scegliere di assumere all’estero al fine di tagliare i costi, ma sono gli stessi lavoratori a decidere dove lavorare e vivere, in un apparente, provvisoria ed illusoria situazione nella quale, il lavoratore crede ancora di poter scegliere, di poter contrattare, di contare qualcosa…

Ne discende, invece, che tutto ciò, rappresenterà per il futuro, una spada di Damocle sulla testa degli occupati, dei lavoratori dipendenti che, come già espresso, dovranno fare i conti con il dumping salariale delocalizzato, in un contesto che, peraltro, li vedrà sfavoriti e lontani (per quello che abbiamo appena sopra rappresentato) anche fisicamente dalla direzione/amministrazione dell’impresa, in un rapporto lavorativo che da un lato viepiù si smaterializza, si fluidifica e che, dall’altro, diventa sempre più incombente, più invasivo nei confronti della vita privata di ciascuno. Appare appena il caso di evidenziare che a trarne beneficio in termini di costo del lavoro nonché di risparmio logistico (uffici, locali, attrezzature, ecc.), saranno, al solito, le grandi imprese, i grandi Gruppi aziendali che cercheranno (riuscendoci) di scaricare le loro scelte, sulle spalle del personale.

Tra l’altro, gli scenari che appena sopra sono stati abbozzati, non sembra possano essere gli unici dal sapore acre! Altre fosche nubi potrebbero – appare facile prevederlo- addensarsi, ad esempio, sugli immobili di proprietà, che a causa di una ipotizzabile caduta/regressione del mercato delle richieste, legato a fenomeni come quello del “southworking”, potrebbero perdere notevolmente il loro valore, o meglio, vederlo sensibilmente ridotto! La conclusione sarebbe quella che moltissimi lavoratori che hanno comprato a tanto assisterebbero ad un ridimensionamento di quanto acquistato, magari con molti sacrifici, magari con un ingente mutuo bancario, le cui rate, certo, non si attualizzerebbero! Lo stesso dicasi per il mercato delle locazioni! Chi sarebbe, pertanto, a trarne gli ulteriori vantaggi se non le grandi imprese, i grandi Gruppi aziendali cui sopra abbiamo fatto cenno?

E qui sia consentita anche un’altra riflessione. Quella relativa al ruolo che uno Stato che si rispetti, degno di tal nome (per chi scrive organico), dovrebbe assumere riguardo a detti fenomeni che giocoforza lo coinvolgono sia direttamente che indirettamente, a livello di programmazione e sviluppo delle aree urbane, delle città, e di tutte le scelte che ne conseguono. Uno Stato, che a ragione, dovrebbe poter dire la sua e, se del caso, intervenire adeguatamente.

Vi sono, poi, altri aspetti più reconditi che in questa sede, cercheremo di indicare e sintetizzare e che riguardano l’ingerenza sempre più marcata del lavoro nella sfera privata del lavoratore, sia a livello individuale che familiare.

Con la “complicità” delle differenti tipologie di crisi che, a partire dal 2006 in poi si sono succedute, il lavoroper chi ha ancora la fortuna di averlo, perché è ormai così che si ragiona – ed i modelli e sistemi di vita che via via si sono imposti, ha coartato e stravolto i nostri ritmi di vita e pertanto, anche il nostro tempo libero, che poi, a ben vedere, rappresenta, unitamente alla libertà dal “bisogno”, forse la vera, unica libertà per l’essere umano.

Nel passato, infatti, per quanto potesse estendersi l’orario lavorativo ed intensificarsi il suo ritmo, era sempre chiaramente definita la linea divisoria tra “tempo lavorativo” e “tempo da dedicare alla vita privata, alla famiglia, o più semplicemente ai propri interessi”. Oggigiorno, tale distinzione tende a farsi evanescente: il lavoro finisce sempre più per assorbire anche la vita privata.

Nell’ottica della sempre più avanzante dissoluzione dei contratti a tempo indeterminato, del rapporto lavorativo in genere, della sua precarizzazione a favore di forme spurie, gli orari di lavoro si fanno sempre più flessibili e dai contorni sempre più incerti, e ciò contribuisce a favorire la sparizione di una chiara e netta separazione tra tempi lavorativi e tempo libero.

Quel che si vuole evidenziare è che ad essere attaccato è, in definitiva, il luogo che per tradizione e definizione, rappresentava fino a poco tempo fa, il porto sicuro in cui rifugiarsi, il posto in cui “ricaricarsi”, il baluardo dell’intimità e della vita familiare, ovverossia la casa. Attraverso “strumenti” quali lo “smartworking” e similari, del lavoro “a chiamata”, delle altre diavolerie precarizzanti, diviene praticamente impossibile tracciare una linea demarcativa tra attività lavorativa e tutto quanto non lo è. Il lavoro (ed il sistema economico a cui oggi esso è connesso) travalica nella sfera privata ed individuale, abbatte i tradizionali confini, si insinua nelle case, così come, meno figurativamente e più concretamente compiono i fenomeni migratori di massa nei riguardi delle Nazioni o di ciò che ne resta.

Ma l’appena qui descritto attacco alla casa in cui, anche lessicalmente, trovano sempre maggior spazio, termini come l’home office, l’home banking, ecc. e gli stili di vita che di pari passo, si affermano rappresenta anche un attacco al cuore della famiglia tradizionale, a favore di un individuo dal futuro incerto, senza prospettive, senza legami stabili, senza fissa dimora. I cantori del liberismo, infatti, promuovono tali scenari lavorativi come le nuove frontiere del futuro, come modelli di emancipazione e sviluppo, tralasciando però il fatto che simili fenomeni finiranno per segnare un’ulteriore e forse definitiva violazione degli spazi vitali delle persone e della vita privata.

Un individuo a cui, anche per modelli di vita prima pubblicizzati, poi sempre più imposti, è preclusa la possibilità di sviluppare progetti di vita durevoli, programmare il proprio futuro, “mettere su famiglia” come si diceva un tempo!

La dissoluzione della fissa dimora procede di pari passo con la riconversione della casa come azienda, nella quale vengono meno quei valori di spirito familiare, di solidarietà, di dedizione, di altruismo, di amore che invece prima la permeavano e la caratterizzavano.

L’aziendalizzazione – quel fenomeno tutto di tipo economicistico che porta, ad esempio, a chiamare gli ospedali, “aziende ospedaliere”, o che raffigura il sistema complesso di una Nazione, come “azienda Paese”, “azienda Italia”- irrompe e si irradia nelle nostre vite, sia su macroscala che su microscala.

Tutto si destruttura, dalla Nazione, allo Stato, dalla casa alla famiglia, a favore di un ordine planetario basantesi sul mercato globale cosmopolita e su di una visione esclusivamente economicistica e materialistica della vita. Tutto a favore del mondialismo, del grande capitale, dei gruppi sovrannazionali e dei signori della moneta.

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