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VOCAZIONE MEDITERRANEA DELL’ITALIA

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La stragrande maggioranza dei paesi europei non ci ama e per un motivo o per l’altro, si dimostrano ostili, quali che siano i motivi: dallo sforamento di bilancio, o la questione immigrazione. l’Europa non ci è amica, nel migliore dei casi, ci odia nel peggiore. Allora dovremmo dedicare tutte le energie a seguire una politica che sia più fruttifera per i nostri interessi volgendo lo sguardo verso quella che dovrebbe essere la nostra area di intervento più congeniale: il Mar Mediterraneo. Riallacciare rapporti che nel corso di mezzo secolo avevamo intessuto con i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, grazie alla politica inaugurata dal mai troppo compianto Enrico Mattei. 

 

E’ universalmente noto come le promesse fatte in campagna elettorale vengano sistematicamente disattese ad urne chiuse. Il passaggio dai banchi dell’opposizione agli scranni del governo cambia radicalmente l’angolazione con cui si osservano i problemi e trasformare le parole in fatti, si rivela, molto spesso, impresa ardua. I partiti cosiddetti “sovranisti”, hanno incentrato il loro programma elettorale sul tema della troppa ingerenza dell’Europa nella politica italiana e Giorgia Meloni, che già in passato aveva tuonato contro gli usuari di Bruxelles, ipotizzando addirittura l’uscita dell’Italia dall’Euro, pur attenuando i toni per non spaventare i moderati, aveva comunque promesso un atteggiamento meno accondiscendente e più deciso e combattivo verso le prescrizioni/ordini provenienti dall’Unione europea. Sono bastate poche settimane, per farla scendere a più miti consigli e sotterrare l’ascia di guerra. Gli intrecci politici, economici e finanziari, le pressioni, i ricatti, impediscono, in questo momento storico, qualsiasi possibilità di strappo. La quasi totalità della nostra classe politica è completamente asservita ai voleri di Bruxelles tanto che  alla furba Meloni è stato sufficiente, non appoggiare il Governo Draghi, che di questa politica di sottomissione ne è stato il fautore, per capitalizzare l’ostilità sempre più diffusa, che gli italiani nutrono verso l’Ue. Tuttavia, come si diceva, tagliare i legami con questa Europa appare al momento un’ipotesi non realistica e praticabile. Qualcosa si può fare allargando gli orizzonti anche al di fuori del Vecchio Continente perché dobbiamo essere coscienti di un dato di fatto incontrovertibile: i peggiori nemici dell’Italia sono in Europa. E non da ora!

Per spiegarci meglio, è necessario ricordare come, fino alla fine degli Anni Ottanta del secolo scorso, la nostra nazione era considerata la quinta potenza industriale del mondo. Pur con la cronica instabilità politica e con il gigantesco debito pubblico, la nostra economia, basata su una miriade di piccole e medie imprese private – circa il 90% – ed aziende di eccellenza operanti in settori strategici a partecipazione o di proprietà dello stato, era grandemente competitiva sui mercati mondiali. Questo connubio Pubblico/Privato rappresentava un grande punto di forza che ci consentiva di battere i concorrenti quasi ovunque. Sul piano della politica internazionale, malgrado la Guerra fredda, la nostra autonomia era molto maggiore di quanto non lo sia oggi. Gli Stati Uniti ci giudicavano proprio per questo l’anello debole della Nato sia per certe aperture nei confronti dell’Unione Sovietica che verso il mondo arabo, in particolare verso i movimenti di liberazione palestinesi. La politica di personaggi quali Moro, Craxi, Andreotti non era vista di buon occhio oltreoceano e si erano inviati numerosi avvertimenti accompagnati da minacce più o meno velate proferite direttamente da Henry Kissinger per spingerli a modificarne gli indirizzi. Aver proseguito nella loro azione di indipendenza è costata al primo la vita, al secondo l’esilio ed al terzo l’accusa di collusione con la Mafia che ne ha provocato la fine politica. Oggi i leader di tutti i partiti, per ottenere il permesso di governare, sono costretti ad assicurare la loro piena fedeltà agli Usa ed alla Nato prima di recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme. Una presa di posizione come quella della notte di Sigonella sarebbe oggi inconcepibile.

L’Italia di quegli anni, dal punto di vista economico, dava molto fastidio soprattutto alle altre nazioni europee, Germania e Francia in primis. La debolezza della Lira, paradossalmente, forniva enormi vantaggi alle esportazioni ed i marchi italiani si imponevano in tutti i mercati e questo non poteva essere sopportato dai paesi concorrenti. Ad un certo punto, tutto è cambiato! Senza ricorrere a teorie complottiste o dietrologie, ci limitiamo a ricordare una serie di accadimenti che hanno modificato questa situazione, distrutto il tessuto politico-economico e sociale della nostra nazione, privandola altresì di quella autonomia di cui godevamo in campo internazionale. Il 1992 ha rappresentato l’anno di svolta: nel febbraio, con l’arresto di Mario Chiesa, si è dato il via a quella rivoluzione che, sotto il nome di Tangentopoli, ha spazzato via l’intera classe politica della cosiddetta “Prima Repubblica”. A giugno, pochi giorni dopo la strage di Capaci, ci fu l’incontro tra finanzieri e banchieri internazionali con esponenti politici italiani ed alti burocrati sul panfilo “Britannia”, durante il quale si programmò la svendita delle nostre migliori aziende a partecipazione o di proprietà delle Stato italiano. Nel settembre, George Soros, scatenò un attacco speculativo alla Lira che costò alla Banca d’Italia la bellezza dei 15 mila miliardi e che comunque non servì ad impedirne la svalutazione del 30% della nostra moneta. Da quel momento è iniziato il crollo politico, economico ed anche morale dell’Italia. Con la successiva introduzione dell’Euro, le nostre aziende hanno iniziato a delocalizzare, deindustrializzando ed impoverendo il paese, nel contempo si è venuta a formare una classe politica profondamente anti-nazionale e totalmente asservita agli interessi del potere bancario e finanziario globalista.

In virtù di questa situazione che si è venuta creare, si deve prendere atto che per contrapporsi in modo netto e deciso a quei paesi che comandano nell’Unione europea ed ai burocrati che dettano legge a Bruxelles, ci vorrebbe una figura carismatica, con un certo spessore politico e culturale doti che, non ce ne voglia Giorgia Meloni, l’attuale presidente del consiglio – come del resto tutti gli altri politici – non possiede. La stragrande maggioranza dei paesi europei non ci ama e per un motivo o per l’altro, a turno o tutti assieme, si dimostrano ostili, quali che siano i motivi: dallo sforamento di bilancio, che vede insorgere compatti i paesi del nord Europa o la questione immigrazione, per la quale non soltanto siamo stati lasciati soli a gestirla ma veniamo addirittura accusati di non fare abbastanza perfino dagli spagnoli che a Ceuta e Melilla accolgono a fucilate chi cerca di passare il confine.

Dunque, l’Europa non ci è amica, nel migliore dei casi, ci odia nel peggiore. Allora, senza rompere con Bruxelles, azione, lo ripetiamo, al momento non ipotizzabile, dovremmo dedicare tutte le energie a seguire una politica che sia più fruttifera per i nostri interessi volgendo lo sguardo verso quella che dovrebbe essere la nostra area di intervento più congeniale: il Mar Mediterraneo. E’ la geografia, prima della politica, che ce lo suggerisce. Le Alpi rappresentano un muro, una chiusura un confine naturale che ci separa dal nord Europa, mentre la  penisola, protesa verso il centro di quello che un tempo era denominato “Mare Nostrum”, con quasi 8 mila chilometri di coste, ci spinge a rivolgere la nostra attenzione a sud. Riallacciare rapporti che nel corso di mezzo secolo avevamo intessuto con i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, grazie alla politica inaugurata dal mai troppo compianto Enrico Mattei – anch’egli vittima del suo desiderio di rendere l’Italia indipendente dal punto di vista energetico e per questo ammazzato in un attentato – il nostro paese è sempre stato considerato un partner con cui collaborare perché non abbiamo mai cercato di sfruttare ma viceversa puntare su partnership e collaborazioni. La figura di Enrico Mattei meriterebbe un spazio approfondito nei libri di storia del nostro Paese. Aveva provato ad inserire l’Italia al centro delle dinamiche internazionali, a rendere l’Italia interlocutore autorevole delle grandi potenze e dei Paesi economicamente emergenti e garante dell’indipendenza e dello sviluppo di molte popolazioni, in particolare africane e del Medio Oriente. Sotto la sua direzione, l’ENI offrì inoltre un’assistenza ingegneristica, infrastrutturale e commerciale, integrata alle operazioni di ricerca ed estrazione degli idrocarburi, condizioni che altre holding energetiche multinazionali non avevano mai preso in considerazione nei rapporti con i Paesi produttori. La rete di contatti e di accordi commerciali, infrastrutturali, industriali e di ricerca estrattiva si estendeva inoltre  alla Somalia, alla Costa d’Avorio, all’Etiopia, al Senegal, al Sudan, al Ghana, sino a coinvolgere anche l’India e nel Sud America, l’Argentina e il Venezuela.

La visione di Enrico Mattei è più che mai attuale e la nostra diplomazia, dovrebbe prendere spunto dai suoi insegnamenti e seguire le linee guida di una strategia globale che individui e persegua gli interessi nazionali e non agire come in passato quando abbiamo aiutato la Francia ad attaccare la Libia permettendole di sostituirci  nelle relazioni privilegiate che avevamo sempre avuto con Tripoli, oppure bombardare la Serbia nel momento in cui avremmo potuto svolgere un ruolo di mediazione in una zona, come quella dei Balcani, sempre sul punto di esplodere. Ci siamo svenati per decenni mantenendo contingenti militari in Iraq ed Afghanistan senza motivazione alcuna che non fosse quelle di ubbidire agli americani mentre ci siamo praticamente disinteressati della Libia dalla quale prima acquistavamo il petrolio mentre ora ci invia solo ed esclusivamente migranti. Sottoscrivere trattati di collaborazione con i paesi del Nord Africa conviene a loro che ricevono soldi ed assistenza e conviene a noi che ci approvvigioniamo di fonti energetiche e blocchiamo i flussi migratori alla partenza.

Il Mediterraneo rappresenta il nostro cortile di casa. Coltiviamo rapporti di buon vicinato. Conviene a tutti! Ma soprattutto all’Italia!

 

 

 

 

 

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