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Crisi Aziendali, quali prospettive e quali soluzioni

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Non c’è solo l’ILVA, che ormai da anni naviga nella nebbia più completa con un passato disastroso e un futuro assai precario. Qualche nome ?? Alitalia, IVECO, Italtel, Stefanel , Acciaierie Arvedi, Industria Italiana Autobus, Acciai Speciali Terni, Mercatone Uno, Piaggio AeroSpace, CONAD…  nomi dietro i quali si nascondono spesso aziende che hanno fatto la storia della nostra Nazione, un tempo quinta Potenza Economica Mondiale.

Sembrava che per l’ILVA, con la sentenza della Corte di Assise di Taranto e le sue pesanti condanne, la vicenda almeno per la parte giudiziaria fosse finalmente giunta al termine, ma da un lato la Procura di Potenza, ponendo sotto obbligo di dimora l’ex Procuratore della Repubblica di Taranto e comminando una serie di arresti, apre un nuovo filone di indagine per corruzione in atti giudiziari, concussione, favoreggiamento, abuso di ufficio, mentre dall’altra il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del TAR di Lecce e ferma l’ordinanza del sindaco di Taranto sullo spegnimento degli impianti dell’area a caldo del siderurgico ex ILVA di Taranto, ora Acciaierie d’Italia.

Quindi anche sul piano giudiziale le carte sono nuovamente mescolate e la disastrosa gestione di un asset strategico di primaria importanza per l’Italia, quale la produzione di acciaio e del comparto siderurgico in genere, non trova un suo epilogo.

Infatti risultano tuttora nebulose le prospettive di un reale rilancio dell’azienda e del relativo comparto. Appaiono chiare le dichiarazioni di Antonio Spera, Segretario Nazionale della UGL Metalmeccanici, il quale afferma “non è più procrastinabile l’ingresso di Invitalia al 60% nel CdA della nuova azienda ‘Acciaieria d’Italia’ e dei manager che rappresentano lo Stato, senza attendere la data del giugno 2022. Solo il Governo può imprimere un’accelerazione al piano di rilancio, anche con un cronoprogramma, facendo rispettare ad Arcelor Mittal tutti gli impegni assunti sia nel rispetto della dignità dei lavoratori sia dei cittadini di Taranto” e in un’altra occasione aggiunge “La sentenza del Consiglio di Stato rappresenta la ripartenza ed il proseguimento di un progetto, nato con la società Acciaierie d’Italia, che, seppur inserito in un territorio caratterizzato da un’innegabile e grave situazione ambientale e di emergenza sanitaria, ha l’obbiettivo di rendere l’acciaieria ex ILVA un impianto prestigioso, attraverso le migliori tecnologie industriali ed ambientali” .

Ora, sapendo che Domenico Arcuri è stato confermato Amministrato Delegato di Invitalia, qualche perplessità può essere legittima, ma un’effettiva ripresa del controllo aziendale da parte dello Stato è l’unica e forse ultima possibilità di un futuro per la siderurgia italiana. Visto anche che il Recovery Plan prevede uno stanziamento di 2 miliardi di euro per “utilizzo dell’idrogeno in settori hard-to-abate” e proprio l’acciaio è uno dei settori dove l’idrogeno può assumere un ruolo rilevante in prospettiva di progressiva “decarbonizzazione”, forse queste risorse pur ingenti, potrebbero non bastare per portare a termine l’immane piano di bonifica e riconversione dell’area tarantina, ma comunque non è poco e permetterebbe di guardare al futuro con minor pessimismo.

Pessimismo che traspare e si propaga al diffondersi di notizie poco rassicuranti su dati di bilancio nascosti, conti in rosso, fornitori non pagati, ulteriori perdite di fatturato a fronte di un mercato dell’acciaio in ottima ripresa. Qualcuno arriva ad affermare che il Governo Conte, ormai a fine corsa, abbia comprato l’ILVA a “scatola chiusa”. Nel frattempo anche la situazione all’interno dell’azienda non è assolutamente chiara ed è caratterizzata da uno scontro aperto tra Organizzazioni Sindacali e Direzione avente per oggetto la volontà di quest’ultima di procedere con la Cassa Integrazione Ordinaria per 4.000 lavoratori.

Tuttavia non c’è solo l’ILVA, che ormai da anni naviga nella nebbia più completa con un passato disastroso e un futuro assai precario, presso il Ministero dello Sviluppo Economico giacciono da mesi, a volte da anni numerose vertenza in attesa di una soluzione, che spesso non viene neppure concretamente prospettata.

Qualche nome ?? Alitalia, ACC- Embraco, CNH Industrial IVECO, Italtel, Stefanel , Acciaierie Arvedi, Industria Italiana Autobus, Whirpool, Acciai Speciali Terni, Jabil Italia, Mercatone Uno, Piaggio AeroSpace, CONAD, SANAC, Blutec… nomi dietro i quali si nascondono spesso aziende che hanno fatto la storia della nostra Nazione, un tempo quinta Potenza Economica Mondiale.

Affrontare le innumerevoli crisi aziendali che affliggono il nostro tessuto economico, frutto anche della mancanza di una qualsiasi visione strategica da parte della classe politica che ha retto le sorti della nazione negli ultimi decenni, non è certo facile. Tra i pochi strumenti messi in campo, negli ultimi mesi, troviamo più volte citato il Fondo Salvaguardia Imprese. Certamente è stato risolutivo nella crisi della storica Casa di Sartoria Corneali di Mantova con circa 500 dipendenti, in crisi dal 2016, anno in cui il pacchetto di maggioranza della società viene venduto ad un Fondo del Bahrein. L’accordo, raggiunto presso il Ministero dello Sviluppo Economico, prevede per la prima volta l’utilizzo del Fondo Invitalia, fondo gestito dalla già citata Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa e dal suo Amministratore Delegato, Domenico Arcuri, quello delle “mascherine”, tanto per capirci, che ha investito 10 milioni di euro nella Newco. La cifra si aggiunge ai 7 milioni di Investcorp, Società che svolge attività di gestore globale di prodotti di investimento alternativi, per clienti privati ed istituzionali.

Null’altro che il famoso Fondo del Bahrein. Inoltre, altro piccolo particolare, sono stati previsti 150 esuberi, circa il 30 % della forza lavoro totale dell’azienda. Nonostante queste legittime perplessità, il “Metodo Corneali” sembra fare storia e il Ministro Giorgetti dichiara che “è un modello che ci auguriamo di poter replicare in tutte quelle situazioni di crisi dove ci sia un investitore privato che accetti l’azionista di Stato come socio di minoranza” e successivamente rilancia auspicando che la soluzione per l’ACC di Belluno e l’ex Embraco di Riva di Chieri, passi attraverso “la formula vincente che è stata utilizzata per la prima volta per la soluzione della crisi Corneliani” . Ma cosa è il Fondo di Salvaguardia Imprese o meglio Fondo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e la prosecuzione dell’attività d’impresa? Il Fondo è stato istituto con il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, art. 43, nell’ambito della decretazione di urgenza che ha caratterizzato e caratterizza l’attuale gestione della pandemia da Covid19. “Il Fondo acquisisce partecipazioni di minoranza, nel capitale di rischio di imprese in difficoltà economico-finanziaria che propongono un piano di ristrutturazione per garantire la continuità di impresa e salvaguardare l’occupazione e finanzia programmi di ristrutturazione anche attraverso il trasferimento di impresa”.

Quindi primo elemento di particolare debolezza è proprio l’intervento dello stato nel capitale societario, con quote di minoranza e nessuna possibilità di condizionare e o monitorare le strategie aziendali. Inoltre il Fondo si rivolge esclusivamente ad aziende, che abbiano avviato un confronto presso la particolare struttura per la crisi d’Impresa del Ministero dello Sviluppo Economico o siano dichiaratamente in difficoltà economico finanziaria e che soddisfino ad una di queste condizioni: siano titolari di marchi storici di interesse nazionale, abbiano almeno 250 dipendenti, detengano beni e rapporti di rilevanza strategica per l’interesse nazionale, indipendentemente dal numero degli occupati. Le norme che ne regolano il funzionamento evidenziano come conditio sine qua non all’investimento diretto da parte del Fondo, sia la sua posizione minoritaria in quota al capitale societario, nonché un importo massimo di 10 milioni di euro complessivi per singolo intervento, la contemporanea partecipazione di capitali privati per il 30 % delle risorse previste e un contributo proprio da parte della impresa stessa pari almeno al 25% per le piccole, 40% per le medie e 50% per le grandi imprese. Infine l’operazione nel suo complesso avrà una durata massima di 5 anni, con condizioni di uscita già definite in sede di accordo. Questo ulteriore elemento temporale non favorisce e tanto meno garantisce la quota minoritaria pubblica ed anzi potrebbe determinare strategie di medio periodo poco trasparenti da parte di quanti detengono le quote di capitale maggioritario.

Gli obiettivi prefissati dal D.L. istitutivo del Fondo e dai successivi Decreti attuativi sono certamente ambiziosi. Si tratta infatti di sostenere la continuità e lo sviluppo dell’attività d’impresa; ridurre gli impatti occupazionali connessi alla situazione di crisi economico finanziaria; attivare capitali privati/pubblici a sostegno dell’attuazione dei piani di ristrutturazione delle imprese in difficoltà; instaurare una partnership tra la proprietà/management ed Invitalia finalizzata alla creazione di valore per tutti gli azionisti, con un piano di ristrutturazione condiviso.

Tuttavia non solo è lecito dubitare sulla reale capacità e possibilità di Invitalia a svolgere il suo compito, ma anche i 300 milioni di euro come primo stanziamento e i successivi rifinanziamenti di 250 milioni di euro per il 2021 e di 100 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2022 al 2035, non sembrano essere una base credibile per un reale contributo al rilancio della Azienda Italia ed ancor meno un tassello per un recupero di quelle funzioni dell’IRI delle origini, che appaiono sempre più indispensabili per fare uscire la nostra economia da un declino che altrimenti sembra ormai incontrovertibile. Inoltre per l’ennesima volta non viene coerentemente affrontata l’opportunità di elevare il Lavoro al pari del Capitale a soggetto dell’impresa e non più a mero costo, applicando, giusto in momenti di crisi, in cui è necessaria una vera coesione sociale, forme di partecipazione e cogestione che responsabilizzino i lavoratori e li rendano artefici del loro futuro, come prevede l’articolo 46 della Costituzione repubblicana, così come previsto dalla Mitbestimmung tedesca, ma che trova interessanti applicazioni anche negli USA, in Francia, nei paesi scandinavi e in altre nazioni socialmente evolute.

Per fare tutto questo ci vorrebbe però una vera classe politica, dotata di quel coraggio ad essa ormai inusuale e di uno spirito realmente rivoluzionario che rinsaldi i legami comunitari, in un afflato unitario che punti con forza e fermezza alla rinascita della Nazione, riportandola ad essere Potenza, la quinta Potenza economica mondiale come già era stata, ma purtroppo abbiamo Draghi, Arcuri e Giorgetti.

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