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I giovani, il consumo, la globalizzazione: una questione d’identità

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E’ molto difficile prevedere come i giovani reagiranno alla loro crisi d’identità. Come si orienteranno? Preferiranno abbandonarsi allo svuotamento esistenziale dei tempi moderni o piuttosto faranno della questione d’identità il pilastro della loro riscossa?

La seguente riflessione andrà a trattare di un fenomeno estremamente complesso e ancora non del tutto definito a livello culturale: la crescente perdita di identità individuale (ossia quell’insieme di caratteristiche che definiscono una personalità distinguendola dalle altre in base a specifici percorsi di formazione, di crescita e consapevolezza di sé) da parte dei giovani italiani, a favore di una loro sempre maggiore alienazione e massificazione consumista, dovuta prevalentemente al sorgere di modelli culturali radicalmente diversi da quelli tradizionali che hanno sconvolto il concetto stesso di identità nell’uomo. Ad oggi il ruolo che i giovani ricoprono ma soprattutto si troveranno a ricoprire in futuro è infatti estremamente incerto.

Ciò è dovuto a una profonda divisione che si è creata tra le generazioni a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, ma con particolare risalto con il sorgere del fenomeno della globalizzazione, la quale come non mai ha sconvolto gli stili di vita dei popoli europei come le loro tradizioni, i sistemi politici e le loro stesse identità. La globalizzazione è un fenomeno innanzitutto economico, che però ha un fortissimo risvolto politico, sociale e psicologico, e come tale deve essere analizzata. Essa nasce con la circolazione internazionale dei capitali, ma si manifesta principalmente con quella tendenza aggregativa tra i diversi Paesi del mondo, soprattutto a Occidente, prima di tutto economica ma poi anche culturale, linguistica ecc Obbiettivo della globalizzazione è evidentemente quello di creare un mercato unico, senza dazi doganali e rivolto a un numero sempre più ampio di potenziali consumatori: la popolazione mondiale.

Condizione perché ciò si realizzi, e allo stesso tempo conseguenza necessaria di questo fenomeno, è l’avvicinamento in termini culturali e psicologici di miliardi di individui, in modo da poter proporre lo stesso mercato per sempre più individui, acquirenti o venditori: ciò avviene dunque tramite la diffusione di uno stile di vita omologato e globale, con esigenze personali che vengono manipolate dal mercato ai fini di essere simili a quelle degli altri, con una cultura sempre più globale.

Questa stessa cultura globale ha comportato una costante riduzione delle differenze individuali e comunitarie, sia dunque per quanto riguarda l’identità nazionale e locale (impoverimento della lingua, soppressione delle tradizioni a favore del profitto, consumo di prodotti prevalentemente esteri) sia per quanto riguarda quella semplicemente individuale. La creazione di un mercato unico comporta infatti necessariamente che i consumatori siano il più possibile affini tra loro, e per creare esigenze comuni è ovviamente necessario creare modi di vivere, pensare ed essere comuni. Nasce così il fenomeno dell’omologazione, la quale si manifesta con prepotenza soprattutto tra i giovani, i quali, cresciuti in un contesto in cui l’atto della compravendita e della produzione hanno sostituito ogni valore tradizionale, politico, religioso o culturale, finiscono con il formarsi in questo ambiente, divenendone figli indottrinati e abituati ad esso. Il consumo, l’esser parte di questo nuovo soggetto pseudo comunitario che è il mercato globale, diventano le nuove divinità per i ragazzi italiani ed europei. La globalizzazione fu fortemente incentivata dalle politiche italiane ed europee della seconda repubblica, e tutt’ora lo è.

A svolgere un ruolo importante ai fini della globalizzazione, specie sul continente europeo, è stata l’Unione Europea, la quale non è semplicemente un ente politico sovranazionale, bensì un progetto economico con un obbiettivo ben chiaro: unificare il mercato europeo così come la moneta, abolire i dazi, permettere la libera circolazione delle persone, incentivare il primato dell’economia sulla politica (la Banca Centrale Europea, ad esempio, ha sempre avuto un potere ben maggiore del parlamento europeo, il quale anzi ha un ruolo quasi solo rappresentativo, rispetto alla prima), garantendo “pace e prosperità economica”. La suggestione di una comune economia europea nasce dal dopoguerra, dal piano di aiuti economici degli USA all’Europa, orribilmente danneggiata dal secondo conflitto mondiale, e dalla volontà di iniziare un lungo periodo di pace e collaborazione economica. L’Unione Europea fu vista inizialmente con grande entusiasmo dai governi delle singole nazioni, sia di centro destra che di centro sinistra, che vedevano in essa un nuovo periodo di prosperità, ricchezza e modernizzazione.

Essa si rivelò però con il tempo uno strumento quanto meno contraddittorio, perché impediva a Paesi storicamente abituati a contrarre debito per crescere economicamente di aumentare ulteriormente il debito pubblico, portando in questo modo molte economie più deboli dell’Eurozona ad impoverirsi ma soprattutto a non poter uscire dalla propria condizione, mentre altri, con un’economia più stabile e ricca, ma soprattutto con un debito meno elevato, crescevano sempre più. Il modello dell’economia che prevaleva sulla politica iniziò a destare diverse perplessità soprattutto al sorgere della crisi del 2008, specie in Italia, Paese che rimase fortemente favorevole all’unificazione europea per molti anni, tanto più che sia i governi di centro sinistra che quelli di centro destra proseguirono le loro politiche in tal senso. Nel bene e nel male, l’UE ha comportato ulteriori radicali cambiamenti nella gioventù europea, la quale è divenuta sempre più direttamente interessata dal fenomeno della globalizzazione. I giovani iniziarono infatti a spostarsi sempre più nel continente europeo, che nel frattempo aveva abolito le frontiere nazionali, sia per turismo che per immigrazione, e iniziarono ad adottare anche nel parlato quotidiano sempre più la lingua inglese, strumento utile e “trendy”: mai ai ragazzi era stata concessa, nella storia, una simile possibilità di conoscere culture diverse e popolazioni straniere.

Allo stesso tempo tuttavia essi furono anche vittime di questo processo, perché sempre più omologati a un modello unico, sempre più in contatto tra di loro, sempre più influenzabili dalle logiche globali, le quali venivano propagandate tramite internet e la televisione, che assumeranno con il tempo un ruolo predominante nella loro vita. E’ importante sottolineare che la globalizzazione non è assolutamente un fenomeno concluso, anzi esso, nel bene e nel male, sta influenzando la storia in maniera inesorabile, si trova al momento nella sua massima realizzazione e sembra voler abbracciare sempre più popoli e quotidianità, allo stesso tempo tuttavia essa risulta molto controversa anche sul piano del dibattito politico/culturale, tra chi ritiene che essa abbia portato l’umanità ad ottenere diritti che mai aveva avuto e chi ritiene invece che questi diritti non siano che il paravento ideologico di una nuova forma di sfruttamento, più subdola e come tale vincente e dunque molto pericolosa.

Quest’ultima tesi può del resto essere ragionata analizzando brevemente i giovani italiani da un punto di vista antropologico. Noteremo infatti che a partire dagli anni ’80 la maggioranza dei giovani italiani ha smesso di interessarsi alla politica come alla cultura, per orientarsi sempre più verso il fenomeno del consumo: tartassati da una pubblicità che assume sempre più le forme di una vera e propria propaganda, incentivati dalla maggiore disponibilità economica degli anni 80 e soprattutto dalla vasta scelta possibile tra beni di consumo spesso uguali, ma diversificati invece nella disponibilità o meno di “optional” sostanzialmente superflui (vedi ad esempio il fenomeno delle mode nell’abbigliamento), che facevano lievitare il prezzo, e che diventavano dunque il vero nuovo tramite di decodifica dello status sociale agli occhi della comunità. Non dunque la religione, non l’ideologia, e nemmeno l’effettivo appartenere a una o a un’altra classe sociale determinavano il posizionamento del singolo all’interno della società, ma piuttosto l’atto di comprare e possedere beni costosi o di moda. Il fenomeno delle mode si fece, da quegli anni, sempre più determinante nel creare comunità di individui, ancora una volta soprattutto fra i giovani: è il caso ad esempio dei “paninari”, comitive di giovani dediti essenzialmente allo sfoggio di capi di abbigliamento firmati i quali, per loro stessa ammissione, non riconoscevano la maggior parte delle volte altro valore che non quello legato al consumo.[1]

Tale fatto porterà però il crearsi di aggregati di persone che a questo punto non possono dirsi propriamente delle comunità, proprio perché fondanti la propria identità sul consumo e non su aspetti politici, religiosi o sociali, in cui la potenzialità del singolo non è più originaria delle sue capacità o delle sue caratteristiche, ma piuttosto dalla singola azione di acquisto e consumo, e come tale appare sempre più evidente che chi non si adeguava a questi nuovi standard sociali finiva per esserne inevitabilmente escluso. Categorie come proletario o borghese soccombono perché non più attuali (a livello percettivo): e l’etica socialista e antiborghese, e l’etica borghese sobria e conservatrice non hanno più alcun interesse agli occhi della maggior parte dei giovani. Il graduale distaccarsi dei ragazzi italiani dalle culture tradizionali, che fossero politiche o no, a favore di modelli edonistici o comunque legati a un determinato tipo di consumo, è in realtà un evento estremamente complesso, anche perché esso comportò per milioni di giovani la possibilità di nuove forme di espressione, è il caso ad esempio delle sottoculture giovanili.

Costruitesi su interessi comuni (la musica principalmente, ma spesso anche il modo di vestire), sottoculture come Emo, Casuals, Rapper, skaters, graffitari ecc… hanno infatti permesso a molti giovani di abitare il mondo contemporaneo in un modo nuovo, solitamente lontano dalla cultura tradizionale ma ad ogni modo fortemente caratterizzante e in un certo senso “protettivo” rispetto alla frenesia e aggressività della società post-industriale. E’ comunque evidente che, ad oggi, le stesse sottoculture sono fortemente in crisi (questo anche perché estremamente deboli e spesso poco consistenti, legate a un periodo dell’età piuttosto che a una missione nella vita), e che sempre più giovani preferiscono piuttosto orientarsi verso interessi di massa, presi “in carico” solitamente da grandi aziende internazionali (grandi marche di abbigliamento, Netflix, Spotify ecc ecc), che puntano sempre più a creare veri e propri stili di vita, diffusi tramite la televisione e successivamente attraverso la rete.

Questa riflessione sui giovani porta inevitabilmente alla mente l’inquietante profezia che il filosofo tedesco Martin Heidegger faceva nel 1950: «L’umanità dell’uomo e la cosalità delle cose si dissolvono nel calcolato valore commerciale di un mercato che non solo si estende fino ad abbracciare la terra come mercato mondiale, ma che – in quanto volontà di volontà – mercanteggia nell’essenza stessa dell’essere».[2] Insomma, l’economia di mercato non si limita a soddisfare le esigenze fisiche dell’uomo, ma sembra invece volerne intaccare l’essenza stessa, l’identità, per orientarla a fini di produzione: «Il mondo si trasforma in oggetto calcolabile, sfruttabile, impiegabile senza fine, e la natura diventa un unico gigantesco serbatoio di energia al servizio dell’industria e della tecnica»[3]. Ovvia discriminante nell’ammaliante volto del consumismo non può essere che la mancanza di disponibilità economica, portando a un fenomeno incredibilmente paradossale ma agli occhi di tutti: piuttosto che rinunciare al lusso sempre più italiani preferivano fare a meno di beni di prima necessità, in modo da non sentirsi emarginati agli occhi degli altri ma soprattutto agli occhi di sé stessi. Questa evidenza emergeva ed emerge con prepotenza soprattutto nelle grandi periferie, luoghi nei quali non era e non è difficile incontrare giovani vestiti di marca pur in condizioni di estrema povertà.

Attualmente è senz’altro molto difficile prevedere come i giovani reagiranno alla loro crisi d’identità, e gli eventi che si stanno verificando in questi mesi comporteranno probabilmente un cambiamento radicale nella loro vita come nelle loro abitudini. Il dubbio più inquietante, tuttavia rimane sul come si orienteranno, se preferiranno abbandonarsi allo svuotamento esistenziale dei tempi moderni o se piuttosto faranno della questione d’identità il pilastro della loro riscossa.

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[1] Si prenda ad esempio questo filmato: https://www.youtube.com/watch?v=IyMWskzFsBQ&t=113s

[2] Martin Heidegger, Sentieri Interrotti, Milano, Bompiani, 2014, p.233.

[3] Martin Heidegger, Che cosa significa pensare?, Milano, Sugarco Edizioni, 1996, p. 25.

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