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La coerenza e continuità della dinastia Draghi – Lagarde ai vertici della BCE

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L‘espressione infelice della Lagarde, non è dovuta a difetto di comunicazione o incompetenza da parte della Presidente della BCE, ma è rivelatrice della reale architettura finanziaria su cui si è strutturato l’intero sistema della UE.

Ma è davvero credibile che le intemperanze verbali della Lagarde siano la rovina dell’Europa? Le infelici frasi della Lagarde sono state definite “difetto di comunicazione”. Comunicazioni cioè atte a produrre allarme e tensioni sui mercati. Certo è che nel mondo virtuale della comunicazione globale la percezione prevale sulla realtà, l’immagine sui fatti, l’emozione sulla razionalità.

Il dominio tedesco sulla BCE

Occorre però rilevare che i mercati non sono lo stadio e gli investitori non sono i tifosi. La frase incriminata della Lagarde, secondo cui “Non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti ed altri attori per gestire quelle questioni”, non hanno rappresentato di per sé un input suscettibile di provocare le reazioni negative del mondo finanziario. Ma hanno semmai offerto l’occasione propizia ai mercati per innescare una spirale di speculazione al ribasso che, data la attuale volatilità delle borse, non può che produrre profitti finanziari a breve per gli investitori. E’ emerso altresì, come tali tempeste finanziarie improvvise offrano ai grandi investitori esteri ghiotte occasioni per l’accaparramento di quote di capitale delle imprese italiane a basso costo. Tali spirali speculative vengono peraltro alimentate da quella tendenza psicologica presente nella massa degli operatori, definita da Krugman “panico di vendita”, che in circostanze opposte si tramuta in “panico di acquisto”: si acquista o si vende quando tutti acquistano o vendono.

L’espressione infelice della Lagarde, non è dovuta a difetto di comunicazione o incompetenza da parte della Presidente della BCE, ma è rivelatrice della reale architettura finanziaria su cui si è strutturato l’intero sistema della UE. Non è infatti un caso che la Lagarde abbia solo ripetuto, però nella sua veste ufficiale, una frase della tedesca Isabel Schnabel, membro del comitato della BCE. Che non rientri nelle funzioni della BCE quella di operare per ridurre lo spread sui debiti pubblici dei paesi membri, è una considerazione che riflette una tendenza consolidata, già espressa più volte dalla classe dirigente tedesca, soprattutto dal presidente della Bundesbank Jan Weidmann. L’influenza dominante esercitata dalla Germania in seno alla BCE è stata da sempre confermata dalla politica finanziaria della banca centrale europea sin dalla fondazione della UE. Questa situazione di emergenza provocata dalla epidemia del coronavirus ha solo messo in chiara evidenza la struttura oligarchico – finanziaria già sussistente nella governance dell’Europa.

E’ ben nota la contrarietà della Germania alla emissione degli eurobond, così come la sua manifesta ostilità alla politica di espansione della liquidità messa in atto dal QE di Draghi, la ricorrente proposta tedesca, finora sempre respinta, di porre limiti all’acquisto di titoli di stato da parte delle banche dei paesi maggiormente indebitati e di istituire un rating sui debiti pubblici degli stati.

L’inadeguatezza del “pacchetto Lagarde”

L’epidemia del coronavirus ha determinato una situazione emergenziale sia sanitaria che economica. Ma tale emergenza ha consentito anche alle attuali classi dirigenti europee di imputare alla epidemia, quale evento straordinario ed imprevedibile, le cause di una crisi già latente da anni del sistema neoliberista globale (specie in Europa), e quindi di occultare le proprie responsabilità.

Sono state comunque varate dalla BCE misure straordinarie anticrisi, con nuove immissioni di liquidità a tassi negativi fino a – 0,75%, per l’erogazione di prestiti ad imprese e famiglie. E’ stato inoltre potenziato il QE, con acquisti da parte della BCE di titoli per ulteriori 120 miliardi fino a fine anno. Trattasi di erogazioni di liquidità aggiuntiva per ulteriori 15 miliardi al mese, che si aggiungono ai 20 miliardi già previsti, ma si è ben lontani dagli 80 miliardi mensili di acquisti varati a suo tempo dal QE di Draghi.

I tassi di interesse non sono stati ulteriormente ridotti e ciò ha determinato la delusione dei mercati. Ma con tassi di interesse già al di sotto dello zero, i margini di manovra sono minimi. Alle banche viene concessa flessibilità riguardo alle norme europee in tema di capitalizzazione. Le banche italiane, che hanno perso in tre settimane tra il 35-40% di capitalizzazione, potranno far fronte ai crediti in sofferenza derivanti dalla crisi del coronavirus, mediante l’utilizzo del proprio capitale in portafoglio per un importo fino a 250 miliardi.

Occorrerebbe però che le banche, per finanziare imprese e famiglie in questa situazione di emergenza possano usufruire di garanzie pubbliche. La Germania ha approvato un piano di 550 miliardi, consistente in larga parte in garanzie pubbliche, che consenta alla banca statale Kfw di erogare credito alle imprese. La Germania può utilizzare a tal fine il proprio surplus di bilancio, mentre per l’Italia una tale politica fiscale evidenzia margini assai più ristretti. La Commissione europea ha previsto per l’Italia un intervento del tutto inadeguato pari a 25 miliardi. La Commissione ha inoltre concesso all’Italia flessibilità di bilancio, allentamento dei vincoli del patto di stabilità e per gli aiuti di stato. Tuttavia, data la rilevanza del debito pubblico italiano, tale ampliamento della spesa in deficit, è prevedibile che porrà una seria ipoteca sui conti pubblici negli anni a venire. I vincoli del patto di stabilità, sebbene temporaneamente allargati, restano infatti in vigore. La flessibilità concessa quindi, consiste solo nella possibilità di creare più debito senza sanzioni europee.

E’ comunque constatabile l’insufficienza del “pacchetto – Lagarde” per far fronte a questa crisi emergenziale.

Francia e Germania, dopo aver occultato prudentemente la crisi epidemica, in palese violazione delle normative europee, hanno vietato le esportazioni di materiale sanitario verso l’Italia. Data la palese mancanza di solidarietà dimostrata dall’Europa verso l’Italia in questa emergenza, sarebbe legittimo che l’Italia ponesse il proprio veto in sede di approvazione del MES che andrà in discussione il 16 marzo presso l’Eurogruppo, come proposto da oltre 150 economisti italiani.

La coerenza e continuità della dinastia Draghi – Lagarde ai vertici della BCE

Per scongiurare la crisi recessiva incombente sull’Europa, occorrerebbe varare provvedimenti di incentivo della domanda, incrementare la spesa pubblica, non solo per sostenere le famiglie e le imprese, ma per promuovere una politica di investimenti pubblici su vasta scala nelle infrastrutture e nella innovazione tecnologica. La politica di espansione della liquidità della BCE, già rivelatasi insufficiente nella crisi del 2008, denuncia oggi limiti ancora più evidenti. Il QE di Draghi, pur senza riportare il tasso programmato di inflazione al 2%, ha comunque contenuto le tendenze deflattive dell’economia europea. Ma la ripresa si è rivelata fragile e ridotta. La liquidità erogata dalla BCE alle banche si è trasmessa in misura assai limitata all’economia reale. Specie in Italia, in cui il surplus di liquidità è stato maggiormente impiegato per far fronte alle fibrillazioni dello spread.

Alla gaffe della Lagarde è stato contrapposto lo stile comunicativo di Draghi, il cui linguaggio sarebbe stato diversamente recepito dai mercati. La sua storica affermazione “whatever it takes” avrebbe avuto un effetto salvifico sull’euro e sulla crisi dei debiti sovrani.

Ma la realtà, riguardo al ruolo istituzionale della BCE, è ben diversa: esiste infatti una perfetta coerenza e continuità tra la linea della Lagarde e quella di Draghi. Nel corso di settembre 2018, a seguito di preoccupanti impennate dello spread in Italia, in risposta alle intemperanze verbali di Salvini, Draghi affermò che “il QE non è uno strumento per garantire che il debito governativo sia finanziato in ogni circostanza” (consultare su questo blog l’articolo “Il monito di Draghi: un atto di aperta ostilità contro il governo gialloverde” https://www.centroitalicum.com/il-monito-di-draghi-un-atto-di-aperta-ostilita-contro-il-governo-gialloverde/ ). Tale messaggio mette in luce il ruolo istituzionale della BCE ed è assolutamente coerente con quanto affermato recentemente dalla Lagarde. La BCE non assume la funzione di prestatore in ultima istanza per i debiti sovrani degli stati e pertanto, sugli stati europei incombe permanentemente il rischio di crisi imprevedibili, come quella del coronavirus, che potrebbero anche condurre al default.

Si rileva inoltre che con tale dichiarazione Draghi non salvaguardò certo l’Italia dalle ondate speculative dei mercati, anzi generò ulteriori timori riguardo alla sostenibilità del debito pubblico italiano. Occorre ancora tener presente che tali dichiarazioni furono rese nel periodo in cui in Italia si era insediato il governo gialloverde, ossia un governo sovranista inviso alla UE.

Evidentemente le doti di grande comunicatore attribuite a Draghi scompaiono, qualora l’orientamento di un governo non sia omologato all’europeismo neoliberista dominante.

Riguardo alle politiche fiscali dei governi europei, data la crisi recessiva incombente sull’Europa già nel corso del 2019, Draghi affermò che “Chi ha spazio di bilancio lo usi, la politica monetaria da sola non è sufficiente” (consultare su questo blog l’articolo “Il bazooka di Draghi e la virtuosità finanziaria tedesca” https://www.centroitalicum.com/il-bazooka-di-draghi-e-la-virtuosita-finanziaria-tedesca/ ).

Infatti le misure di finanza straordinaria messe in atto dalla BCE non sono in grado da sole di far fronte alla crisi, qualora ad esse non faccia riscontro una politica espansiva della domanda da parte degli stati. Il contenuto delle dichiarazioni rese a suo tempo da Draghi è perfettamente coincidente con la “gaffe” della Lagarde, secondo cui “Non siamo qui per ridurre gli spread, questo tocca ad altri farlo”. La dinastia Draghi – Lagarde si perpetua ai vertici della BCE.

Ma dalle dichiarazioni di Draghi emergono chiaramente le fondamentali direttive della politica economica europea: le politiche anticicliche possono essere intraprese solo dagli stati che dispongono di risorse derivanti dai surplus di bilancio, mentre ai paesi in difficoltà, che non dispongono di sufficienti margini di spesa, vengono imposte riforme devastanti e nuova austerity.

Occorre infine rilevare che la storica dichiarazione di Draghi “whatever it takes”, che pose fine alle ondate speculative sui debiti sovrani, fu resa nel luglio 2012, quando erano trascorsi ben 9 mesi dall’inizio dalla crisi del debito italiano e tutti gli effetti devastanti sull’economia italiana si erano già verificati. La crisi del debito del 2011 era peraltro era scaturita dalla lettera – diktat della BCE di Draghi. Le doti di grande comunicatore di Draghi sono da considerarsi come minimo non tempestive.

Crisi coronavirus: perché la BCE non può stampare euro?

La BCE non può essere equiparata ad una banca centrale di uno stato, che dispone di sovranità monetaria e assume nelle crisi la funzione di prestatore in ultima istanza. La BCE è un organo istituzionale della UE, che è un organismo sovranazionale.

Pertanto, non può affrontare le crisi disponendo delle prerogative di uno stato sovrano. Il regime cinese ha invece salvaguardato il paese dall’incubo della crisi finanziaria con una emissione monetaria pari a 400 miliardi.

In questa situazione di emergenza, data l’inadeguatezza delle misure straordinarie della BCE, è stata riproposta da alcuni economisti l’idea dell’Helicopter money (consultare su questo blog l’articolo “Arriva l’Helicopter money: soldi a pioggia per tutti” https://www.centroitalicum.com/arriva-lhelicopter-money-soldi-a-pioggia-per-tutti/ ).

Poiché la liquidità creata dal QE di Draghi non si è adeguatamente trasmessa all’economia reale, la BCE potrebbe emettere moneta e distribuirla direttamente ai cittadini. Ma a fronte di tale emissione monetaria straordinaria la BCE dovrebbe anche emettere una pari quantità di titoli di debito. Dovrebbe in sostanza emettere gli eurobond, provvedimento già proposto da Tremonti. Tale strategia non può essere messa in atto, data la conclamata opposizione della Germania. La politica di rigidità finanziaria della Germania resta immutata.

La UE e la crisi: il male si identifica con la cura

Emerge con chiara evidenza che l’emergenza della attuale crisi non può essere affrontata, se non con il ripristino della sovranità degli stati, già devoluta alla UE. Da questa crisi emergono tutte le storture e l’inefficienza della struttura finanziaria di una UE, che in questa emergenza, si limita ad allentare i vincoli del patto si stabilità e a concedere briciole di flessibilità.

In coincidenza con l’epidemia del coronavirus, vengono invocati i valori della solidarietà comunitaria, ritorna alla luce il patriottismo, il primato degli stati e dei loro compiti istituzionali, quali la tutela della vita, della salute, del lavoro. Ma vengono oscurati gli effetti devastanti di una politica finanziaria imposta dalla UE agli stati, che ha comportato sanguinosi tagli alla sanità, disoccupazione, povertà diffusa, crescenti diseguaglianze sociali.

Non viene posta sul banco degli imputati proprio quell’Europa che, con l’imposizione del modello neoliberista, ha distrutto quei valori istituzionali degli stati nazionali che oggi vengono invocati da tutti.

La crisi del coronavirus ha generato un panico collettivo che è stato artatamente amplificato dai media, onde restituire prestigio e legittimità ad una classe dirigente già resasi responsabile della crisi strutturale, economica, politica e morale in cui versa l’Europa da decenni. La salvezza dei popoli è dunque delegata ai responsabili della loro rovina morale e materiale.

Se dunque la soluzione della crisi è demandata alla UE, si identifica ancora una volta il male con la cura: come se i popoli possano invocare dai carnefici la loro salvezza.

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