Home Attualità IL CALCIO NELL’EPOCA DI CR7

IL CALCIO NELL’EPOCA DI CR7

257
0

“Li alleno se voglio, se no dormo.
Devono giocare loro, non io”.
Manlio Scopigno

Nel suo saggio “Le undici virtù del leader”, Jorge Valdano, uno degli uomini di calcio più grandi che siano esistiti, ha dedicato un paragrafo a Cristiano Ronaldo, che ha avuto modo di conoscere bene essendo stato per tanti anni un dirigente del Real. In tale paragrafo, Valdano ha speso le migliori parole per elogiare il campione portoghese, non solo e non tanto dal punto di vista della tecnica e della visione di gioco, aspetti che sono sotto gli occhi di tutti, quanto invece sul CR7 che gli altri non vedono, quello della palestra, dello spogliatoio, del campo di allenamento, sul quale è il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via, e della discoteca, che lui pressochè non conosce andando sempre presto a dormire. La conclusione è lapidaria: Ronaldo sta dietro ad ogni aspetto della sua vita e della sua carriera, quindi, talento a parte, quello che ha se lo merita.

Dal momento che mi fido ciecamente di Valdano, ho per anni guardato con grande ammirazione a questo ragazzo, così serio e professionale da non farsi bastare il talento, in un mondo rovinato dall’assenza assoluta di regole e di parametri (a parte stupidate come il Var, il terzo tempo e la tessera del tifoso). Ed ne ho studiato il talento, il piede di appoggio, il modo in cui piazza la valvola prima di battere i calci piazzati, e tutto il resto.

È vero che non è il primo ad andare a letto presto e a non esagerare, lo faceva già Lodetti, e dopo di lui Sevcenko, ma io sono comunque sempre pronto ad affascinarmi per la dedizione alla causa. Bisogna però capire bene quale sia la causa.

Da un paio di anni CR7 è arrivato a Torino, con grande fermento di tutti gli juventini, non solo torinesi. Lo scopo, probabilmente, è quello di vincere la Champions visto che la Juventus sono dieci anni che ammazza il campionato già in inverno anche senza di lui.
Nessuno qui lo ha mai visto, comunque, tranne che allo stadio durante le partite. Nemmeno per sbaglio, perché CR7 non fa errori, ed allora non fa nemmeno l’errore di farsi vedere in giro. Ma poi te lo immagini il casino…?

Poi forse c’è un altro scopo che è quello commerciale. CR7 non lo vede nessuno di persona, ma in realtà è dovunque, non solo allo Juve Store, in un bel cartonato ad altezza naturale, come è giusto che sia. Ma in ogni posto. Fa la pubblicità di tutto. E’ in vetrina della libreria, della profumeria, dell’erboristeria, dell’università. Una cosa pesante, fastidiosa, grottesca. Tipo Salvini in televisione. Tipo Padre Pio a San Giovanni Rotondo, o Mussolini a Predappio, il cui faccione è presente sui bicchieri e pure sulle mutande.

Tutto è dunque programmato, anche nella pubblicità, negli eventi. In fin dei conti vale tanto oro quanto pesa e tutto fila. E non è il primo né l’unico campione dello sport che si umilia a fare della pubblicità. Prima di lui la lista degli sportivi insopportabili onnipresenti era già lunghissima, da Valentino Rossi a Federica Pellegrini per citare i più giovani. Sono lontani i tempi in cui le federazioni sportive impedivano agli Atleti Azzurri d’Italia di utilizzare il proprio nome e cognome per fare gli attori, e questi lo cambiavano comunque di propria iniziativa per un senso di dignità, come fece il grande nuotatore Pedersoli, prima di diventare il grande attore Bud Spencer. Ma c’è dell’altro.

Un mese fa ad una di quelle trasmissioni inutili del pomeriggio veniva ospitato Giovannone Galli, circostanza che mi ha impedito di cambiare canale con velocità olimpionica. Galli è stato un grande portiere e un grande campione, ha vinto tutto, con la Nazionale e con le squadre di club. Ha giocato con i più forti giocatori della sua epoca (Maradona, Socrates, Baggio, Gullit e Van Basten) e tutto ciò in un decennio in cui in Italia c’erano due portieri forti per ogni squadra, non come adesso che se ne salvano quattro in tutta la serie A. Galli è però anche una persona sfortunata a livello mediatico, perché di lui nessuno ricorda la vittoria della Coppa Intercontinentale contro il Nacional Medelin, o della coppa dei Campioni contro il Real. Ricordano tutti solo la sua sfortunata prestazione ai campionati del mondo del 1986, addirittura addebitandogli ogni responsabilità per l’eliminazione (quando in realtà un commissario tecnico bollito e miracolato ha mandato in campo una squadra sbagliata per due terzi). O meglio lo ricordavano, perché da quando vent’anni fa è mancato suo figlio calciatore in un incidente, Giovanni Galli è il padre del giovane morto e nient’altro. L’intervistatrice quindi non ha idea di chi fossero Picchio De Sisti, Liedholm e tutti i grandi del calcio con cui Galli ha avuto a che fare, perché l’intervista era una scusa per riproporre la storia strappalacrime. Come quando in televisione si parla di Di Bartolomei, di cui a nessuno interessa il suo modo unico di tirare le punizioni, perché l’unica cosa importante è che si è sparato.

Prima di affogare nella melassa televisiva, Galli ha raccontato un episodio che mi ha colpito: “Si sono dette tante cose di Maradona – ha spiegato – ma io vi racconto che qualche anno fa l’ho chiamato al telefono per invitarlo ad un evento di beneficienza organizzato con la fondazione. Con la sua presenza l’evento avrebbe avuto un risalto molto maggiore e quindi sarebbe venuto meglio. Diego non aveva impegni quel giorno, ha preso l’aereo dall’Argentina, ha partecipato all’evento e poi ha ripreso l’aereo per tornare a casa. Non lo avrebbero fatto tutti”. E qui Galli fa centro. Non lo avrebbero fatto tutti.

Cristiano Ronaldo non finirà di certo povero e pazzo come Maradona, ma una cosa così non l’avrebbe mai fatta. Non in modo così spontaneo e disorganizzato per lo meno, e non solo per ragioni economiche, ma proprio perché è inserito in un contesto di aridità umana al quale Maradona, malgrado tutto è riuscito a sfuggire. Il merchandising ufficiale di Cristiano Ronaldo che oggi invade Torino, perde dunque contro il merchandising abusivo di Maradona, che invade Napoli da trent’anni, e non accenna a diminuire. Stiamo certi che a Manchester di CR7 non c’ è traccia e nemmeno a Madrid, e tra dieci anni non ci sarà più traccia di lui nemmeno a Torino. E questo non perché il tifoso juventino abbia vinto troppo ed abbia la memoria così corta da non ricordarsi neppure Platini. Ma proprio perché CR7 è troppo concentrato su se stesso perché legarsi ad una causa, ad una città o ad una squadra. Il suo atteggiamento professionale, rigoroso ed ammirevole a cui faceva riferimento Valdano è solo per sé. La squadra è importante perché ci gioca dentro lui. Per Maradona era il contrario. Maradona non è quindi migliore di CR7, sono semplicemente diversi e rispecchiano due mondi del tutto diversi e senza continuità.

Nel mondo rappresentato da Maradona, quando una squadra vende ad un’altra un fenomeno i tifosi ti aspettano fuori per linciarti (vedi gli interisti nel 2002 per Ronaldo quello grasso) o mettono a ferro e fuoco la città (vedi i laziali nel 1997 per Signori). Nell’altro mondo questo non succede: Cristiano Ronaldo, per esempio, non concede autografi ai ragazzi che aspettano ore davanti ai cancelli con i capelli tagliati come i suoi. Non perde questo tempo, l’autografo lo devi chiedere magari ad un dirigente accompagnatore e poi ci vogliono mesi, c’è tutta una procedura.

Una procedura che sembra incredibile se messa a paragone con un vecchio allenatore milanese, che sulla panchina della squadra in cui CR7 ha l’onore di giocare ha vinto tutto.

Questo allenatore si fermava a rilasciare interviste finchè i giornalisti avessero domande, anche con tutta la squadra già sul pullman e con il motore avviato. Se i giornalisti fossero stati di più del tempo disponibile, la squadra avrebbe perso l’aereo. Ecco questo secondo me è il calcio. Quando io penso al calcio penso a questo. Al sorriso rassicurante di questo vecchio milanese. Alla gamba più corta di Garrincha, alla pancia stratosferica di Puskas e a quella di Maradona. Al suo gol all’Inghilterra e a quello di Van Basten all’Unione Sovietica. Al gabinetto sradicato da Larsen Elkjaer e lanciato contro una vetrata del Comunale di Torino. A Van Gaal che fa allenare i campioni dell’Ajax la mattina dopo aver vinto la Champions. Alla corsa dinoccolata di Delvecchio. A Bernardini che non va ai mondiali perché troppo bravo, e al Foggia di Cattuzzi che retrocede in silenzio per non risalire mai più pur giocando il calcio più bello del campionato. Al bomber che nel ’86 si toglie per primo la maglia dopo un gol e la sventola davanti alla curva sud, come per farla idealmente indossare a tutti (prima che decidessero cretinamente che è un fallo da ammonizione). Ai giocatori del Licata che vomitano perché Zeman li ha fatti correre troppo. Al Piacenza di Gigi Cagni, che rifiuta gli stranieri perché ci metterebbero troppo ad imparare il dialetto. Al due volte campione del mondo Meazza, irreperibile prima di una partita finchè lo hanno trovato a dormire in un bordello. A campioni come Silvio Piola o Bobby Moore, che hanno avuto carriere ventennali senza mai vincere un campionato. Al totonero, che all’epoca era clandestino mentre oggi è legalizzato e al doping, che una volta ti ammazzava, mentre oggi ti manda solo più in dialisi.

Sono tutte cose diverse tra loro, ma con un denominatore comune: hanno un’anima. Il calcio di cui CR7 è il rappresentante è di sicuro in linea con il suo tempo, ma rischia di avere perso l’anima per sempre.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.