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Il nomos della terra e l’Ucraina

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Roma 17-01-2018 La basilica di Santa Sofia a Via Boccea Ph: Cristian Gennari/Siciliani

Il significato della guerra russo-ucraina, al di là di tutte le motivazioni ideologiche, militari (l’espansione della NATO), economiche, è da ricondurre, al “nomos” originario: i Russi si vogliono riappropriare di ciò che è stato loro per molti secoli. La guerra, come sempre, sarà il giudice che stabilirà il nuovo ordine.         

Il nomos della terra” è un libro famosissimo di filosofia del diritto scritto da C. Schmitt. Il “nomos” è un termine greco che si rifà in origine alla mitologia divina: il Nòmos era infatti lo spirito delle leggi, degli statuti e delle ordinanze. La moglie di Nòmos era Eusebia (Pietà) e la loro figlia era Dike (la Giustizia). Ciò significa che per i Greci il fondamento delle leggi e della giustizia era trascendente proprio perché divino, e che da questo fondamento discendono la legge e la giustizia umane. Schmitt si dilunga molto sul significato del termine “nomos” nel quarto capitolo della sua opera (1), giungendo alla conclusione che esso è il principio fondamentale della suddivisione dello spazio: egli, citando Eraclito e Pindaro, afferma che “… tutte le regolamentazioni…, scritte o non scritte, traggono la loro forza dalla misura interna di un atto originario, costitutivo e ordinativo in senso spaziale”(2). Ancora più preciso egli sarà nel suo breve saggio “Appropriazione/divisione/produzione (3). In tale scritto  Schmitt afferma che il termine “nomos” deriva dal verbo “nemein” che nella lingua greca ha il triplice significato di “prendere-conquistare”, “spartire-dividere”, “coltivare-produrre”: lo stesso verbo tedesco “nehmen” conserva questi significati originari. Tuttavia nel diritto occidentale il primo significato di “nomos” come conquista e appropriazione è stato dimenticato, lasciando il posto agli altri due, in particolare al terzo, poiché ha prevalso, a partire da Platone, il concetto di giustizia eterna (Dike), inerente soprattutto alla distribuzione delle ricchezze, che doveva impedire gli eccessi generatori di disordini sociali.  Già tutta “La Repubblica” di Platone era impostata sul criterio dell’ “unicuique suum”, mentre ancor più esplicito fu Aristotele che nella ”Politica” introdusse i concetti di “kathecòn” (il potere frenante) e di “aporroìa” (equilibrio), che dovevano guidare il potere politico per evitare appunto gli eccessi di ricchezza e potere nelle mani di pochi.

Per Schmitt, invece, il primo significato è sicuramente il più importante e decisivo. Senza conquista ed appropriazione gli altri due non sarebbero possibili. Egli, rifacendosi al filosofo inglese J. Locke, lo chiamerà sempre il “radical title”.

Del resto come negare questa evidentissima verità storica? Tutti gli stati nel mondo attuale sono la conseguenza di conquiste perpetrate a scapito di altri stati, o ad invasioni su territori spopolati, o quasi, sui quali si è poi consolidato il diritto della divisione e della produzione. Come esempio, prendiamo la stessa Italia di oggi, nata ufficialmente il 17 marzo del 1861, che è stata costruita attraverso guerre di conquista volute dai Savoia con l’appoggio decisivo di Napoleone III nel 1859, degli Inglesi nel 1860-61 e dei Prussiani nel 1866. Tutte guerre aggressive contro altri stati come quello delle Due Sicilie nato nel 1130 coi Normanni e quello pontificio sorto nel 728 (donazione di Sutri): per cui se vi fu nel Centro-nord un tentativo di indipendenza voluto dai ceti medi popolari ciò avvenne solo nel 1848-49 (fallito soprattutto a causa dell’arroganza di Carlo Alberto di Savoia). Per il resto ci furono solo guerre di aggressione, come ora abbiamo riportato, contro stati plurisecolari (il Sud borbonico) o addirittura millenari come quello del papato. Questo è solo un esempio che ci riguarda in quanto italiani. In verità tutti gli stati del mondo sono sorti così, senza eccezione. Le attuali configurazioni statuali sono il prodotto di appropriazioni violente, oppure di invasioni o migrazioni in territori praticamente spopolati come l’Argentina, l’Australia, il Brasile, il Canada, la Siberia e, in parte, gli Usa. Per il resto i territori degli attuali stati sono la conseguenza di conquiste più o meno di violente aggressioni.

In base a queste considerazioni,  è evidente che C. Schmitt aderisce al pensiero di Eraclito e in parte a quello di Hegel, che reputavano la guerra come il dio che governa il mondo, poiché solo essa stabilisce i nuovi ordini politici. La conquista infatti implica, in modo più o meno intenso, la guerra. Schmitt comunque osservava che il primo significato di “nomos” nella nostra cultura occidentale è stato, come s’è detto, culturalmente abbandonato. Infatti nelle norme giuridiche attuali, i concetti di distribuzione-divisione e di coltivazione-produzione hanno fatto dimenticare che, all’origine della nascita degli stati, il vero primato, non solo cronologico, ma anche storico nel suo complesso, spetta alla conquista-appropriazione.

Tuttavia sembra che oggi ci sia stata un’eccezione rispetto a questa evidenza. Mi riferisco al caso dell’Ucraina. La nascita di questo stato sfugge infatti ad una applicazione storica delle categorie pensate da Schmitt, in particolare al primo significato di “nomos”, ovvero a quello di conquista-appropriazione. Fra l’altro l’Ucraina attuale è uno stato che non è manco il risultato di migrazioni su territori più o meno spopolati. Per cui la teoria di Schmitt sembra momentaneamente smentita dalla realtà storica attuale.

Come si sa la culla degli attuali stati degli slavi orientali fu il Principato di Kiev, che fu distrutto dalla violentissima invasione dei Mongoli di Batu Khan e di Subutei Khan nel 1237.  Costoro poi si ritirarono dai Balcani e dall’ex-Principato a partire dal 1242 quando i  Mongoli seppero della morte del Gran-Khan Ogodei. Era costume obbligatorio che i capi militari presenziassero la nuova elezione (il kurualtaj) del Gran-Khan a Karakorum, capitale della Mongolia (una grande tendopoli, in realtà) e ciò, detto per inciso, salvò l’Europa tutta. Nel ritorno, tuttavia, essi occuparono stabilmente quello che sarà il khanato di Crimea e i khanati sul Volga di Kazan, Saraj (capitale dell’Orda d’oro) e Astrakhan. Di fatto Kiev perse importanza a scapito di Leopoli, e con l’andare del tempo l’ex-principato sarà assorbito dalla Lituania e poi dalla Lituania-Polonia, pur mantenendosi fedele alla chiesa greco-ortodossa. E’ importante notare che fino al 1.500 circa non v’era una distinzione fra gli slavi orientali. Fu soltanto con la supremazia della Lituania (uno stato che a quell’epoca era molto esteso) che si cominciò a parlare di Piccoli Slavi (gli Ucraini), di Russi Bianchi (i Bielorussi) e dei Grandi Russi che trovarono la loro capitale in Mosca. Le differenze che si palesarono furono di carattere linguistico (sebbene queste etnie si capiscano fra loro), e di carattere religioso perché gli Ucraini nelle zone occidentali furono condizionati dal cattolicesimo polacco, tanto che a metà del 1.600 ci sarà la nascita di una chiesa uniate occidentale con rito ortodosso, ma obbediente al papa. Inoltre la mentalità e le usanze di vita di costoro furono influenzate dalla cultura europea, scandinava e tedesca in particolare, che era più incline all’individualismo e, in genere, più aperta come mentalità rispetto alla Russia profonda. Ma uno stato ucraino non si formò mai, se non per un brevissimo periodo a metà del 1.600, quando l’atamano (Padre o comandante, in turco) Bogdan Chmel’nickij, guidò nel 1648 gli Ucraini cosacchi contro l’oppressione polacca, dando luogo a quella che oggi viene chiamata la guerra di liberazione ucraina. La capitale del nuovo stato fu Zaporizzja sul Dnieper. Ma subito dopo, a causa di due falliti accordi con la Polonia, lo zemskij sobor ucraino (il parlamento feudale) si rivolse nel 1653 allo zar Alessio, che fino ad allora aveva rifiutato ogni richiesta degli Ucraini per paura di una guerra con la Polonia stessa: questa volta comunque accettò l’unione fra Russia e Ucraina. Lo zar prese perciò sotto la propria sovrana autorità l’atamano con tutto il suo esercito, e tutte le sue terre e città. Furono  perciò gli Ucraini che nel 1654 a Perejaslav, cittadina a 100 km. a sud di Kiev, decisero di giurare fedeltà alla Moscovia, dopo aver aspirato a lungo per questo, anche perché gli Ucraini soprattutto nella parte orientale erano e sono cristiani ortodossi, fedeli al Patriarca di Mosca. Per molto tempo l’unione fu propizia per entrambe le etnie, tanto che furono gli Ucraini, che avevano più familiarità con l’Occidente europeo, a favorire le riforme di Pietro il Grande e degli altri zar successivi. Inoltre i Cosacchi, grandi navigatori fluviali, furono determinanti per la conquista della Siberia. Certamente c’erano anche molte lamentele a causa di imposizioni fiscali e di una diminuzione dell’autonomia politica sancita dal trattato di Perejaslav. Tuttavia la stessa grande rivolta dei contadini guidati dal cosacco Pugaciov dal 1773-75, nell’epoca del regno di Caterina II, non è da considerare una rivolta nazionalistica, ma una rivolta feroce contro la servitù e i privilegi dei nobili. Infatti anche molti contadini russi si ribellarono appoggiando Pugaciov, che, tradito, fu catturato e giustiziato nel 1775.

Per parlare di uno stato ucraino indipendente, bisogna passare al 1918. Infatti il 22 gennaio del 1918, quattro giorni dopo che Lenin (il quale aveva perso le elezioni in Russia) aveva sciolto l’Assemblea Costituente eletta nel novembre 1917, il parlamento di Kiev proclamò l’indipendenza e la nascita della Repubblica Popolare Ucraina, dando inizio a quella che sarà la grande guerra civile  che causerà alcuni milioni di morti (i dati non sono precisi) all’interno dell’ex-impero zarista, e che terminerà solo nel giugno del 1920. Una guerra civile che dopo la cacciata dei bolscevichi ottenuta con l’aiuto dei Tedeschi, scoppierà fra gli Ucraini stessi, in quanto l’ex-alto ufficiale imperiale ed atamano Pavlo Skopadskyj scioglierà  i vertici della Repubblica, formando una specie di Etmanato. Il 1919 fu l’anno del grande caos, in cui un Direttorio socialista, i bolscevichi, l’Armata Bianca, l’Intesa franco-anglosassone, la Polonia e gli anarchici di Machno tentarono di prendere il potere del nuovo stato.  Le fertilissime terre nere ucraine facevano gola a tanti. L’armata rossa dei bolscevichi si trovò in grande difficoltà. Nel marzo del 1920, l’autoproclamatesi Maresciallo della Polonia, Pilsudski, decise si accordarsi l’atamano ucraino S. Petljura con lo scopo di occupare la Galizia orientale, mentre Petljura avrebbe ottenuto in cambio il potere a Kiev. Tradendo i patti, i Polacchi conquistarono la capitale ucraina il 7 maggio sperando nell’appoggio della popolazione. Appoggio che non si verificò; anzi Rossi e Bianchi si allearono contro di loro, accesi dal furore nazionalistico. I 300.000 mila soldati polacchi furono travolti e l’armata rossa di Trotskji e Tuchacevskji fu fermata solo alle porte di Varsavia, poichè l’armata rossa era ormai stremata a causa di due anni di battaglie. Il trattato di Riga nel marzo del 1921 sancì che alla Polonia sarebbero spettate la Galizia e la Volinia, mentre l’Ucraina di Kiev passò sotto il controllo della Russia, per poi far parte il 30 dicembre del 1922 dell’ URSS comunista assieme alla Bielorussia e alla Transcaucasia. I confini dell’Ucraina non erano, in verità, dei veri e propri confini propri di uno stato indipendente, ma una mera linea amministrativa voluta da Lenin stesso. Confini amministrativi che poi vennero modificati con l’allargamento verso ovest dopo la vittoria dell’URSS contro la Germania e i suoi alleati dopo la seconda guerra mondiale. L’URSS assunse inoltre con la Costituzione del 1924 una struttura formale di tipo confederale, per cui, teoricamente, ogni repubblica poteva lasciare l’URSS. Però la costituzione del 1936 la modificò, in quanto l’URSS divenne uno stato federale, per cui una scissione politica risultava più difficile. Bisogna aggiungere comunque che queste costituzioni erano scritte solo sulla carta, poichè il dominio sugli stati repubblicani sovietici spettava al partito unico, cioè a quello comunista, che era guidato da un Segretario generale il quale, di fatto, era il dittatore supremo di tutta l’Unione. Inoltre si tenga conto che l’economia sovietica era impostata dal Gosplan, che stabiliva i criteri generali della pianificazione quantitativa riguardante tutta la popolazione e tutte le risorse materiali dell’Unione. Si trattava quindi di uno stato fortemente centralizzato in tutti i suoi gangli, e nessuno dei suoi membri si sognava di fare una secessione, anche per le terribili conseguenze a cui poteva incorrere.

Con questi brevissimi cenni abbiamo voluto dimostrare che l’Ucraina,  intesa come stato libero ed indipendente, in realtà non è mai esistita se non assai sporadicamente, sebbene il popolo ucraino nel corso dei secoli avesse acquisito una propria identità, dovuta ad una propria lingua (invero non molto diversa dal russo), e a propri costumi e tradizioni. E comunque quando gli Ucraini hanno tentato di costruire uno stato, essi, in giro di pochi anni, stipularono prima nel 1654 il Trattato di Perejslav, e nel 1920, dopo aver sostenuto i Russi sovietici contro l’invasione polacca, accettarono l’anno successivo col Trattato di Riga di allearsi con la Russia, per poi di unirsi con l’URSS nel 1922.

Questa Unione cessò di esistere nei fatti, anche se non formalmente, il giorno 19 agosto del 1991, dopo il tentativo di restaurazione del vecchio ordine da parte della nomenclatura comunista. Tentativo che fu sventato dal presidente della Russia Boris Eltsin. I giorni successivi videro la proclamazione della propria indipendenza  da parte dei paesi fondatori dell’URSS come l’Ucraina (24 agosto), la Bielorussia (25 agosto), oltre ad  alcune repubbliche minori. Con gli accordi di Minsk (8 dicembre) e Alma Ata (21 dicembre) scompariva l’URSS e nasceva la Comunità degli stati indipendenti (9 stati  sui 15 sovietici). Infine col memorandum di Budapest del 5 dicembre del 1994 l’Ucraina ottenne, in cambio dell’arsenale nucleare, i confini rimasti tali fino al 2014 con ritorno della Crimea alla Russia e fino al 24 febbraio 2022, quando l’esercito russo occupò il Donbass, dando il via alla attuale spaventosa guerra fra due popoli che avevano convissuto per secoli insieme.

Ora si sa che in generale le cause politiche ed ideologiche che hanno condotto a questi eventi, sono state il nazionalismo esasperato da parte degli Ucraini occidentali, influenzati dai Polacchi e dai paesi baltici e il desiderio di molti ucraini di far parte dell’UE, con la prospettiva di un maggior benessere. Fu soprattutto il colpo di stato del febbraio 2014 a scatenare il processo storico che ha condotto alla guerra attuale: ossia quando fu rovesciato, con le rivolte di piazza Maidan a Kiev, il governo regolarmente eletto di Janukovyc, considerato filo-russo e contrario all’adesione all’UE (che comunque sarebbe avvenuta dopo parecchi anni, poiché l’Ucraina non rispettava nessun parametro necessario per farne parte). La separazione della Crimea, sede della flotta russa del Mar Nero, riaccese poi il mai sopito nazionalismo degli Ucraini occidentali, già fortemente presente nella seconda guerra mondiale, alimentato da personaggi filo-nazisti come S. Bandera e A. Vlasov. Infine gli interessi  economici-militari americani ed europei hanno completato il quadro.

Sono convinto, comunque, che questa guerra fosse inevitabile, se ci si riferisce alla logica del  “nomos” della terra. Lo smembramento delle repubbliche sovietiche non nulla ha a che vedere con il concetto primario di conquista-appropriazione, inerente al “nomos” (di questo si tratta). I confini amministrativi artificiali voluti da Lenin, mantenuti incredibilmente con gli accordi di Minsk dell’8 dicembre del 1991, hanno  creato l’attuale caos che solo la guerra potrà risolvere. Le scellerate scelte politiche di Eltsin e Gorbaciov ne sono la base costitutiva. Nei nuovi stati indipendenti vivevano decine di milioni di russi, in particolare in Ucraina, in Kazachistan, Bielorussia e così via. Persino in Lettonia, la capitale Riga era ed è popolata da una maggioranza russa. La prima avvisaglia di quello che poi sarebbe accaduto la si ebbe in Moldavia, con la guerra per la Transnistria nel 1992, quando il generale russo A. Lebed riportò quella piccola parte di  territorio, situato alla sinistra del fiume Dnestr, e abitato da una stragrande maggioranza russa (160mila abitanti su ca. 4.600 km quadrati), sotto il controllo della Federazione russa. Una avvisaglia che si è preferito ignorare, ma che era foriera di drammi che oggi sono divampati su scala molto più ampia. Il significato della guerra russo-ucraina, al di là di tutte le motivazioni ideologiche, militari (l’espansione della NATO), economiche, è da ricondurre, perciò, al “nomos” originario: i Russi si vogliono riappropriare di ciò che è stato loro per molti secoli, cioè la Novorossiya, mentre gli Ucraini vogliono conquistare definitivamente ciò che incredibilmente era stato regalato a loro. La guerra, come sempre, sarà il giudice che stabilirà il nuovo ordine.

Note:

  • SCHMITT, Il nomos della terra, ed. Adelphi, Milano 1991, cap.4, pp. 54-71.
  • IDEM, cit., p.70.
  • SCHMITT, Appropiazione/divisione/produzione, sta in “Le categorie del politico”, ed. Il Mulino, Bologna 1972, pp. 295-312.

 

 

 

 

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